Congedo di paternità: tutto quello che devi sapere

Come funziona l'astensione dal lavoro per i neopapà e perchè nel nostro Paese questa è ancora insufficiente e lontana dalle direttive dell'Unione Europea? Facciamo il punto della situazione.

La cura e la gestione di un figlio sono un diritto e un dovere di entrambi i genitori, non solo delle mamme. Per questo motivo oltre al tradizionale congedo di maternità esiste un congedo di paternità che, seppur tra molte differenze, consente anche al papà di assentarsi dal lavoro e seguire i primi giorni di vita del proprio figlio.

L’attenzione verso questa realtà interessa in maniera trasversale la concezione culturale e sociale che si ha della famiglia e del ruolo dei genitori. In Italia una novità importante – seppur ancora lontana dagli standard Europei, è arrivata dal Decreto Legislativo 105 del 30 giugno 2022 che ha aumentato il numero dei giorni del congedo di paternità.

Può essere considerato un passo verso una maggiore parità nel riconoscimento del ruolo dei genitori, ma molto ancora va fatto, sia dal punto di vista istituzionale e legale che culturale e sociale.

Cos’è il congedo di paternità?

Quando si parla di congedo di paternità è doveroso distinguerlo dal congedo di maternità e dal congedo parentale. Esistono infatti istituti diversi riservati esclusivamente alla madre (congedo di maternità), al padre (congedo di paternità) o a entrambi i genitori (congedo parentale). Qualsiasi forma di astensione dal lavoro è disciplinata a livello europeo con indicazioni precise sul tempo che deve essere riconosciuto a ogni lavoratore, lasciando facoltà agli stati membri di definire le tempistiche e le modalità di accesso a questi istituti.

Nel caso del congedo di paternità si tratta, ovviamente, del periodo di tempo riservato esclusivamente ai padri e che è previsto in quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea seppur con tempistiche e caratteristiche diverse. Scopo del congedo di paternità, come precisato dall’INPS, è quello di prevedere una ripartizione più equa delle responsabilità di assistenza nei confronti dei figli da parte di uomini e donne e “un’instaurazione precoce del legame tra padre e figlio”.

È evidente, quindi, che il congedo di paternità non è uno strumento per “far riposare la donna dopo il parto”, ma un diritto del padre come tale per instaurare con il figlio il legame che gli è proprio e per vivere alla pari con la madre la cura, gioiosa e faticosa, della crescita di un figlio. Può apparire un discorso scontato ma non lo è se consideriamo che il nostro Paese è, come vedremo, tra quelli meno ricettivi a livello europeo sulle normative in tema di congedi di paternità. Così come è diffusa l’idea che sia la madre a doversi curare del neonato mentre il padre va a lavoro.

Il congedo di paternità in Italia

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Fonte iStock

L’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS) prevede il congedo di paternità obbligatorio, mentre il congedo facoltativo è stato abrogato dal Decreto Legislativo 105/2022 per cui si applica solamente per tutti i padri i cui figli sono nati, adottati o affidati entro il 12 agosto 2022.

Il congedo obbligatorio prevede per il padre lavoratore dipendente l’astensione dal lavoro per un periodo di 10 giorni (che diventano 20 nel caso di parto plurimo) per un’indennità giornaliera del 100% della retribuzione. Tale congedo può essere richiesto dai due mesi precedenti la data presunta del parto fino al quinto mese successivo la nascita in maniera continuativa o frazionata. Il congedo viene riconosciuto anche in caso di morte perinatale del figlio, ma in questo caso non è consentita la fruizione frazionata.

Il congedo di paternità obbligatorio è rivolto nella stessa misura sia ai padri naturali che a quelli adottivi e affidatari. In tutti i casi questo congedo può essere fruito contestualmente insieme a quello di maternità e sono compatibili, ma non utilizzabili negli stessi giorni, con il congedo di paternità facoltativo.

Come si richiede il congedo di paternità?

Per ottenere il congedo di paternità bisogna, innanzitutto, avere un rapporto di lavoro dipendente e presentare domanda sul portale dell’INPS usufruendo della sezione dedicata a questo servizio. La domanda prevede la comunicazione da parte del lavoratore al proprio datore di lavoro dei giorni in cui intende usufruire del congedo. La comunicazione va presentata con un anticipo non inferiore a cinque giorni rispetto alla data presunta del parto.

La presentazione della domanda varia a seconda del tipo di impiego. Nel caso di lavoratori in cui il pagamento del congedo avviene direttamente da parte dell’INPS la comunicazione può essere effettuata tramite il portale dell’INPS (o in alternativa tramite i numeri 803164 o 06164164) o tramite i patronati. Per i lavoratori per i quali il pagamento del congedo viene effettuato a conguaglio la comunicazione può avvenire in forma scritta o tramite la piattaforma aziendale per la gestione dei giorni di assenza.

I lavoratori della pubblica amministrazione possono presentare la domanda all’amministrazione di riferimento.

Il congedo di paternità in Europa e nel mondo

La normativa europea stabilisce che dal momento della nascita o adozione di un figlio ogni lavoratore dipendente, quindi sia donna che uomo, ha diritto a un congedo di almeno 4 mesi ciascuno a prescindere dal tipo di contratto di lavoro. È evidente fin da subito quanto la normativa italiana sia distante da questa normativa sia in termini di durata del congedo che di possibilità di accesso da parte dei lavoratori essendo nel nostro Paese riservata solamente a quelli dipendenti ed escludendo gli autonomi e i liberi professionisti.

A livello europeo l’attuazione delle disposizioni comunitarie è diversa (e generalmente migliore rispetto all’Italia) sia in termini di durata del congedo che di indennità garantita e di incentivi previsti. Per fare alcuni esempi il Portogallo prevede 5 settimane di congedo di paternità, mentre la Spagna addirittura 12. Di contro Austria, Croazia, Germania, Lussemburgo e Slovacchia non prevedono un vero e proprio congedo di paternità. Tra i Paesi che prevedono un congedo per i padri l’Italia è agli ultimi posti in Europa; peggio di lei solo Grecia, Malta, Romania e Ungheria.

Perché è importante una riforma

Prima di trarre alcune conclusioni è doveroso fare una fotografia della situazione sociale e professionale delle famiglie italiane di cui il congedo di paternità è solo una parte del complesso fenomeno. L’importanza del congedo per i papà, su cui l’Europa insiste e richiede parità di trattamento, è legata innanzitutto dallo squilibrio che c’è in Europa (non solo in Italia) tra le madri e padri. Le donne sono coloro che pagano il prezzo più alto del diventare genitori. Al 2016 (ultimo anno in cui si hanno a disposizione dei dati) nei Paesi dell’Unione Europea il 93% delle donne tra 25 e 49 anni con figli minorenni si prende cura di loro quotidianamente a differenza del 69% degli uomini.

Nel nostro Paese la situazione, come riferito dall’Ispettorato nazionale del lavoro è grave a tal punto che vi è un numero enorme di donne che si dimettono volontariamente dal lavoro per la difficoltà (o l’impossibilità) di assistere i figli. Tra i costi elevati o la mancata disponibilità di asili nido e il non poter ricorrere (per scelta o impossibilità) ai nonni, un genitore deve rinunciare al lavoro, e nella stragrande maggioranza dei casi sono le donne a “scegliere” di farlo.

Sulla volontarietà della scelta ci sarebbe da discutere considerando le pressioni nel farlo e la mancanza di alternative. Sia perché generalmente la retribuzione degli uomini è più elevata e, quindi, a livello di bilancio familiare conviene sacrificare lo stipendio della donna, sia perché per molte donne in età fertile è complicato trovare lavoro e il ritorno alle mansioni dopo la gravidanza (considerando anche il periodo dell’allattamento) è spesso più difficile di quanto si possa immaginare.

Alla luce di questi dati emerge chiara la necessità di una riforma. Si parla spesso (e troppe volte in maniera decontestualizzata e ideologica) di calo demografico, ma il problema non è legato solo al numero di giorni usufruibili, quasi come un’elemosina, dai padri. Il problema, come spesso accade, è culturale e la riforma non va rivolta esclusivamente all’istituto del congedo parentale (per quanto necessaria) ma a un insieme di cambiamenti strutturali che rendano il diventare genitori una scelta percorribile e, quindi, vantaggiosa.

Al di là di tanta retorica e sentimentalismo, decidere di avere dei figli è una scelta non adeguatamente supportata dal punto di vista economico e professionale. E non può essere una singola estensione dei giorni di lavoro a risolvere un problema legato alla cultura e ai pregiudizi sul ruolo delle madri e dei padri. La parità cui spesso si anela passa anche dalla possibilità per le coppie di accedere alle medesime condizioni di lavoro, retribuzione e congedo, sia che si tratti di dipendenti pubblici e privati che di liberi professionisti.

Perché non è il contratto di lavoro a definire un genitore e la capacità di entrambi di mantenere, istruire ed educare un figlio (così come previsto dall’articolo 30 della Costituzione) è un interesse dello Stato che va perseguito non per tutelare una categoria professionale, ma l’interesse dei bambini e, quindi, di tutti.

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