Se ne parla da alcuni anni e non smette di suscitare interesse la domanda: la memoria prenatale esiste? Sembrerebbe di sì, anche se si tratta di una forma di memoria primordiale, non del tutto sviluppata e paragonabile a quella degli adulti.

Ecco quali sono i ricordi che sembrerebbero persistere dalla vita nell’utero materno.

Cos’è la memoria prenatale?

Quando parliamo di memoria ci riferiamo alla nostra capacità di ricordare concetti, persone e situazioni anche a distanza di tempo. Per molti anni si è pensato che i neonati non possedessero ricordi della loro vita, ma che la memoria cominciasse a svilupparsi mesi o anni dopo la nascita. Ma studi recenti hanno mostrato l’infondatezza di questa iniziale teoria: anche loro conservano dei ricordi.

Certo la memoria prenatale non è paragonabile a quella dell’adulto, sia per la quantità che per la qualità dei ricordi conservati. Piuttosto è possibile riferirsi alla memoria prenatale come a una forma di memoria primordiale, non del tutto sviluppata, con una funzione più pratica. È probabile che questo tipo di memoria cominci a funzionare nel momento in cui il sistema nervoso centrale arriva allo sviluppo completo.

Non solo la memoria prenatale esisterebbe, ma può essere distinta in due tipi:

  • a breve termine, che potrebbe essere presente già nei feti di 30 settimane;
  • a lungo termine, con una persistenza fino a 4 settimane.

Sembrerebbe inoltre che i feti che riescono a rispondere a degli stimoli e a conservarne il ricordo durante la vita prenatale, ne conserverebbero memoria anche dopo la nascita.

Le conseguenze della memoria prenatale

Quali conseguenze potrebbero derivare dall’esistenza di una memoria prenatale? A cosa serve? Le finalità dei ricordi che il feto riuscirebbe a conservare possono essere così riassunte:

  • acquisire e ricordare movimenti che saranno utili dopo la nascita, come la respirazione o il movimento degli occhi (movimenti che cominciano già nell’utero materno in assenza di aria e di luce);
  • riconoscere la voce materna e sviluppare l’attaccamento materno già nel pancione. Dopo la nascita, infatti, il bimbo è già capace di distinguere la voce della mamma da tutte le altre;
  • aiutare nel momento dell’allattamento al seno, perché il feto conserverebbe una memoria legata al sapore dei cibi che la mamma ha assunto durante la gravidanza, e che gli vengono trasmessi tramite il liquido amniotico;
  • migliorare l’acquisizione del linguaggio. Il feto sembrerebbe in grado di riconoscere le parole della propria lingua nativa, quelle che pronuncia la madre quando è ancora nel pancione, e saprebbe quindi distinguerle dalle altre straniere che, eventualmente, sente alla nascita.

La memoria prenatale esiste davvero? Testimonianze e studi

Molte testimonianze di ricordi prenatali si concentrano sulle musiche ascoltate durante la gestazione. I ricercatori hanno dimostrato che il feto riesce ad abituarsi ai suoni che sente durante la gravidanza e a conservarne memoria: un feto di 30 settimane sarebbe in grado di ricordare un suono per 10 minuti, mentre entro la 34esima settimana può ricordarlo per quattro settimane.

Oltre agli studi scientifici che proverebbero l’esistenza della memoria prenatale, alcuni blog su internet raccolgono testimonianze di bambini che affermano di ricordare momenti della loro nascita o risalenti addirittura al periodo prenatale.

Ad esempio, sul sito www.prebirthmemories.com si legge la testimonianza di Magnus, che racconta che il suo primo ricordo è quello di una casa verde in cui era seduto, al sicuro. La madre di Magnus associa il ricordo del figlio alla casa con le pareti verdi in cui Magnus aveva vissuto da neonato.

O, ancora, un utente di Reddit racconta di avere il ricordo, seppur brevissimo, di quando ancora si trovava nell’utero materno, caldo, buio e con delle striature rosse. Attenzione però a non prendere alla lettera queste testimonianze: non è chiaro se siano reali o solo il frutto di condizionamenti esterni o dell’immaginazione.

Articolo originale pubblicato il 25 giugno 2021

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