Sculacciate ai bambini: perché evitarle e 3 consigli - GravidanzaOnLine

Sculacciate ai bambini: perché evitarle e 3 metodi più efficaci

Sculacciate: sì o no? Meglio evitarle, perché non educano il bambino e potrebbero fargli sviluppare un senso di inadeguatezza e di insicurezza da grande. La psicologa ci parla delle alternative più efficaci.

Sculacciate ai bambini? Ecco perché bisognerebbe evitarle e le alternative più efficaci per trasformare il capriccio in occasione educativa. Ce ne parla la Psicologa Anna Cebrelli.

Le sculacciate e i “metodi educativi” del passato

Come ci spiega l’esperta, nel passato vigeva una sorta di pedagogia che aveva la finalità di rendere il bambino docile alla presenza dell’adulto, genitore o insegnante. Questo tipo di pedagogia veniva esercitata attraverso limitazioni o punizioni corporali, in cui possiamo far rientrare anche la “sonora sculacciata”, così come spesso viene definita:

La cosiddetta sculacciata può esserci, nel senso che il genitore può perdere la pazienza, ma non può essere considerato né un metodo educativo né una strategia per far fronte alla propria frustrazione.

La punizione corporale è funzionale all’ottenimento dell’ubbidienza, non all’educazione. Gli effetti così ottenuti possono avere due diverse declinazioni: quella dell’introversione (il bambino può chiudersi in se stesso) o la rabbia (riproduzione di un atto aggressivo).

Come dovrebbe comportarsi l’adulto?

L’adulto non deve attuare una sorta di vendetta quando si accorge che il bambino lo sta provocando, è aggressivo o oppositivo; è invece importante ricordarsi innanzitutto che questi atteggiamenti del bambino sono delle manifestazioni normali delle proprie emozioni.

Apprendere a gestire le emozioni è un processo complesso che avviene attraverso la sperimentazione di situazioni relazionali tra cui, forse la più importante, quella tra genitore e figlio. L‘adulto può insegnare e incoraggiare al bambino a riconoscerle, esprimerle, incanalarle, contenerle quando necessario.

Perché le sculacciate non fanno bene?

La psicologa rileva come, negli ultimi anni, diversi studi pubblicati su riviste scientifiche affermano che l’utilizzo di punizioni corporali porterebbe a una maggiore possibilità di sviluppare ansia, insicurezza, e bassa autostima durante l’adolescenza:

Non si tratta di una correlazione diretta con la singola sculacciata, piuttosto di un clima negativo basato sulla minaccia e la paura, che potrebbe portare a sviluppare un senso di inadeguatezza. Quello che ci capita durante l’infanzia prepara il terreno su cui, da adulti, partiremo per affrontare le nostre esperienze di vita.

Quali sono le potenziali conseguenze negative per il bambino?

La conseguenza peggiore per il bambino dell’uso di punizioni corporali reiterate è forse quella di imparare a gestire le relazioni con risposte fisiche, anche aggressive, e non con la calma e il dialogo. Infatti, se l’adulto risponde alla propria rabbia con un’azione fisica, il bambino apprende che di fronte a un’emozione forte la risposta non è il dialogo, il pensiero, la riflessione, ma l’azione impulsiva.

Questo significa che il bambino, quando si arrabbia, potrebbe reagire a sua volta con aggressività, in modo simile all’adulto dal quale apprende per imitazione?

Grazie all’aiuto degli adulti di riferimento, il bambino può imparare delle strategie per far fronte a momenti di frustrazione. Si tratta di comportamenti che tutti noi abbiamo probabilmente sperimentato, ma il compito dell’adulto è quello di aiutare il bambino a contenerli e sostenerlo nel decifrare i propri bisogni e desideri. Se l’adulto non sostiene il bambino nella lettura delle proprie emozioni, non lo aiuta a dare loro un senso, il suo bagaglio emotivo potrebbe impoverirsi e potrebbe avere difficoltà a gestire conflitti futuri.

Terrible two: perché la crescita diventa "terribile"

3 alternative educative più efficaci delle sculacciate

Per i genitori cercano una valida alternativa alle sculacciate, che vorrebbero sapere meglio come comportarsi quando perdono la pazienza, o in un momento di rabbia di fronte a un capriccio, esistono dei metodi molto utilizzati in psicologia che offrono dei validi spunti.

1. Il time out

Il primo di questi metodi, molto noto, è il cosiddetto “time out“, che significa letteralmente prendersi del tempo. Concretamente, questo significa che, di fronte a un capriccio del bambino, non ci sarà una punizione ma il dialogo, e, prima, sarà necessario che sia il bambino che l’adulto si prendano del tempo.

Il punto fondamentale è che in questo modo si sospende il capriccio, ma anche il rimprovero. Sospendendo l’azione, il bambino e il genitore si prendono del tempo e hanno modo di calmarsi. Questo tempo va però quantificato: quanto più il bambino è piccolo, tanto più ha bisogno di un riferimento. Si potrebbe usare un oggetto come una clessidra o un orologio.

Il tempo deve essere limitato, perché è funzionale al successivo dialogo col bambino. Come spiega Anna Cebrelli, se il bambino è molto piccolo ha poco senso parlare e farlo ragionare sul perché ha compiuto una determinata azione:

Tante volte basta sospendere l’azione, e il capriccio cesserà in automatico; al massimo, si può ribadire che, per esempio, i giochi non si tirano perché si rompono, che gli amici non si spingono o ancora che è importante ascoltare l’adulto. Il time out è un’ottima strategia perché fa comprendere quanto sia utile prendersi una pausa, fare un passo indietro. Prima di parlare e confrontarsi, bisogna far sbollire la rabbia.

2. Costruire un alfabeto emotivo condiviso

Secondo l’esperta, quando ci troviamo di fronte a un capriccio, è importante trasformare quel capriccio in un’occasione di educazione emotiva:

Nel libro “Come allevare un bambino felice“, Francois Dolto racconta l’aneddoto di una mamma che ha a che fare coi capricci della figlia. La psicoanalista francese consiglia a questa mamma di “andare in un’altra stanza e prendere a sberle un cuscino”, quando sente “la sculacciata arrivare sulle punta della dita”.

La mamma potrebbe spiegare quanto si sente arrabbiata, e, insieme alla figlia, divertirsi a “picchiare il cuscino”. Il senso di questa fotografia è quello di far riflettere su come un genitore possa trovare degli espedienti per trasformare un capriccio in un momento di conoscenza delle proprie emozioni.

Per la costruzione di un alfabeto emotivo potrebbe essere interessante attingere alle pratiche montessoriane, come quella del barattolo della rabbia; un metodo che consiste nel preparare insieme al bambino un barattolo o una piccola scatola, decorarlo insieme in un momento di tranquillità. Si spiega al bambino che quella è la scatola della rabbia, e che può “metterla lì” ogni volta che la sentirà arrivare, per poi parlarne insieme quando sarà calmo.

Cosa si può fare invece quando il bambino è un po’ più grande?

Quando il bambino è un po’ più grande, dopo che si è spenta la rabbia, gli si può chiedere di provare a spiegarci il suo sentire, magari chiedendo di indicarci “dove si è sentita la rabbia nel corpo” o proponendo di disegnarla dandole un forma. Imparare a gestire la rabbia per i bambini è fondamentale per la costruzione di un vocabolario emotivo.

3. La Token Economy

Un altro metodo utile può essere quello della “Token Economy“. Quando si parla di Token Economy si fa riferimento a dei classici gettoni che possono essere accumulati ogni volta che si eseguono dei comportamenti ritenuti adeguati.

In modalità “casalinga”, significherà che ogni volta che il bambino compie un’azione positiva, è possibile mostrargli un’icona con una faccina sorridente, per esempio, e fargli sperimentare qualcosa di positivo:

Il “premio” non dovrebbe essere la consegna di un oggetto desiderato (ad esempio un giocattolo nuovo), ma potrebbe essere andare a fare una passeggiata all’aperto, prendere un gelato, fare un gioco insieme, che sia interessante e apprezzato dal bambino. Il senso di questa strategia è quello di non punire quando si fa un’azione sbagliata, ma di rinforzare l’azione giusta, il comportamento corretto, positivo.

Articolo originale pubblicato il 11 luglio 2020

In collaborazione con

Categorie

  • Bambino (1-3 anni)