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Malattie
in gravidanza
AIDS
IN GRAVIDANZA E RISCHIO NEONATALE
Trasmissione
verticale dell’HIV: fattori di rischio
Da
studi retrospettivi nazionali e internazionali appare che l’HIV-1
sia trasmesso dalla madre al feto o al neonato nel 13-48% dei casi,
mentre l’HIV-2 (diffuso nel continente africano) sarebbe trasmesso
con frequenza minore.
Attualmente
in sede di counselling ostetrico non è possibile dare a una donna
sieropositiva che desideri avere un figlio una risposta definitiva sul
suo personale rischio di avere un bambino infetto.Tale rischio non può
essere né escluso né assicurato a nessuna.Hanno trasmesso
l’infezione madri asintomatiche, con virus poco invasivi, a bassa
capacità di replicazione, senza particolari complicanze ostetriche, e
non lo hanno fatto donne in AIDS con gravidanze patologiche e parti
distocici. Si possono nondimeno individuare delle categorie esposte a
un rischio minore (pazienti
“long survival”, con antigenemia p24 ripetutamente negativa, CD4
>500/mm cubi, precedenti figli non infetti) rispetto a donne ad
alto rischio (AIDS, antigenemia p24 ripetutamente positiva, CD4
<200/mm cubi, precedenti figli infetti).
Nel
contesto europeo e nordamericano, l’infezione da HIV non sembra
avere di per sé influenza negativa sul decorso della gravidanza e
sullo sviluppo del feto, in particolare per le donne asintomatiche,
mentre gli studi sulle
popolazioni africane riportano una maggiore frequenza
di esiti perinatali sfavorevoli, quali prematurità, ritardato
accrescimento intrauterino, mortalità entro le prime quattro
settimane di vita.
Le
attuali conoscenze non permettono ancora
conclusioni definitive riguardo l’impatto della gravidanza
sulla storia naturale dell’infezione da HIV materna. La gravidanza
impone all’organismo un periodo
di immunodepressione finalizzata alla tolleranza del feto,
fatto che non sembrerebbe accelerare
la progressione della malattia in donne asintomatiche in buon
compenso immunitario. Diverso sembra essere per le donne in stadio già
avanzato di malattia: in tali casi la gravidanza può compromettere
una situazione clinica già precaria, precipitando o aggravando un
AIDS conclamato.
Trasmissione
verticale dell’HIV: tempo
Il
virus HIV può essere trasmesso dalla madre al bambino nel corso della
gravidanza, durante il parto, o con l’allattamento al seno. Anche se
il virus è stato isolato da tessuti fetali già alla 12a settimana di
gestazione, almeno i due terzi delle infezioni in bambini non
allattati al seno potrebbero essere state acquisite nell’ultima
parte della gravidanza, durante il travaglio o il parto.
Anche
le ricerche virologiche e immunologiche depongono per una acquisizione
tardiva dell’infezione. Nuove interessanti prospettive per la
ricerca sono state aperte da recenti segnalazioni, secondo le quali
taluni individui, tra cui alcuni neonati, pur essendo stati esposti al
virus HIV non si sono infettati o sono stati capaci di eliminarlo
spontaneamente grazie alle caratteristiche del proprio sistema
immunitario. Nella trasmissione verticale dell’infezione da HIV,
oltre a fattori relativi al rapporto virus/ospite, sono dunque
determinanti condizioni propriamente ostetriche. E’ attualmente
oggetto di studio, il ruolo della placenta con le sue funzioni
di barriera e di trasporto selettivo.
La
presenza di cogravidanza (in particolare
toxoplasma, CMV, HCV), oltre a comportare un rischio relativo
specifico per il fato e il neonato, sembra aumentare la probabilità
di passaggio verticale dell’HIV. Determinanti sembrano essere i
fattori legati al parto, sia per quanto riguarda la possibilità che
si verifichino contatti tra il sangue materno
e quello fetale attraverso microtrasfusioni possibili nel corso
del travaglio, in particolare se prolungato, sia per le possibilità
di risalita del virus e/o esposizione prolungata, come nel caso di
rottura prematura delle membrane. L’allattamento al seno costituisce
un fattore di rischio per la trasmissione dell’HUV nel neonato
indipendente dai fattori pre- e perinatali. E’ stata dimostrata
l’infezione in bambini allattati al seno le cui madri avevano
contratto l’HIV dopo il parto, ad es. per una trasfusione, e
l’allattamento materno aumenta del 14% il rischio di infezione nei
bambini esposti in utero. Tale pratica è pertanto assolutamente da
proscrivere nei paesi industrializzati, nei quali la disponibilità e
la sicurezza di impiego dei latti adattati superano qualsiasi
vantaggio residuo dell’allattamento materno; diversa è la
condizione dei paesi invia di sviluppo, dove non esistono alternative
sicure al latte materno e dove è alta la mortalità infantile per
diarrea.
POSSIBILITà
DI PREVENZIONE
Terapia
con antiretrovirali
Molti
interventi si basano sulla convinzione che la carica virale sia il
determinante principale della trasmissione.
Il
primo farmaco utilizzato a questo scopo è la zidovudina (AZT)
in considerazione della sua non teratogenicità, degli scarsi effetti
collaterali finora dimostrati nel lattante e nel bambino e delle
caratteristiche farmacocinetiche con passaggio transplacentare del
farmaco e raggiungimento di livelli terapeutici nei tessuti fetali. I
risultati del Pediatric AIDS Clinical Trial Group protocollo 076 (ACTG
076), pubblicati nel 1994, hanno dimostrato per la prima volta come un
intervento specifico possa ridurre la trasmissione verticale del
virus. Alla luce dei risultati del trial, in USA, in Francia e in
molti Paesi europei, la terapia con zidovudina in gravidanza, al parto
e nel neonato così come proposto dal protocollo 076 è diventata
pratica corrente.
Nei
paesi in via di sviluppo, dove peraltro per diffusione
dell’infezione e rischio di trasmissione perinatale si concentra la
maggioranza dei casi di AIDS pediatrico, ci sono gravi perplessità
sulla reale possibilità di adottare lo schema proposto per i suoi
costi e per le caratteristiche della popolazione locale. Il trial è
poco applicabile in una realtà in cui le gravide giungono
all’osservazione clinica per lo più tardivamente, se non
addirittura al parto, come in taluni contesti africani. In questi
Paesi sono in corso studi volti
a valutare l’efficacia della somministrazione della zidovudina con
schemi abbreviati, talvolta solo al parto, con o senza terapia al
neonato.
Immunoprofilassi
L’infusione
di immunoglobuline iperimmuni anti – HIV o di anticorpi
monoclonali neutralizzanti in gravidanza e al parto potrebbe ridurre
il virus libero circolante e impedire così il passaggio
transplacentare del virus.
Oltre
agli alti costi di produzione, la preparazione di immunoglobuline anti
– HIV richiede la selezione di donatori asintomatici con un alto
titolo di anticorpi neutralizzanti, che devono provenire dalla
medesima area geografica
dei riceventi per la possibile variabilità dei ceppi virali nelle
diverse popolazioni. Per risolvere questi problemi è stato proposto
di preparare anticorpi
monoclonali ricombinanti, ma analogamente a quanto accade
per la predisposizione al vaccino, non è facile individuare verso
quale epitopo occorra indirizzare la capacità neutralizzante
dell’anticorpo.
L’immunoprofilassi
passiva inoltre pone alcune questioni non risolte rispetto alle dosi
ottimali, ai tempi, alla via (endovena o intramuscolare) di
somministrazione.
L’immunizzazione
attiva potrebbe stimolare la risposta immunitaria cellulomediata e
umorale contro epitopi selezionati del virus, con sostanziale
riduzione della viremia. Se si dimostrasse efficace e ben tollerata,
l’immunizzazione attiva della madre e/o del neonato avrebbe
il vantaggio di perdurare nel tempo e sarebbe molto meno
costosa di quella passiva.
Modalità
di parto
Il
periodo intrapartum è certamente cruciale per la trasmissione
verticale dell’HIV, di conseguenza alcuni interventi sulle modalità
del parto potrebbero essere determinanti nella prevenzione
dell’infezione.( La trasmissione al parto sembra avvenire con
modalità diverse: se avviene con contatto diretto con le secrezioni
vaginali infette o con i sangue durante il passaggio per il canale del
parto, il ricorso al taglio cesareo o la pulizia del canale con
sostanze in grado di neutralizzare l’HIV potrebbero essere utili)
.
Conclusioni
Attualmente
nel mondo i nuovi casi pediatrici di infezione da HIV sono nella quasi
totalità dovuti alla trasmissione verticale del virus. Lo studio
sulla zidovudina in gravidanza rappresenta un cardine nello scenario
delle strategie preventive, ma, poiché non è ancora definitivamente
chiarito quando, come e in quali circostanze il virus venga trasmesso,
molte sono le questioni irrisolte e ancora lunga la strada da
percorrere.
Se
in futuro sarà possibile disporre
di più di un presidio efficace, il clinico potrà forse
orientarsi in base a più elementi (anamnestici, sierologici,
virologici, immunologici) su come e quando intervenire scegliendo la
strategia ottimale, che non potrà che essere personalizzata. Oggi in
Italia bisogna operare uno sforzo perché il test sia offerto a tutte
le donne gravide, per garantire ad esse e al nascituro i benefici che
derivano dalle possibili strategie preventive e, per le madri, dalla
conoscenza della propria malattia in epoca presintomatica.
Il
test va proposto in sede di counselling, nel corso cioè di un
colloquio che ne spieghi il significato e la necessità per la salute
della donna e del bambino, avendo già ben chiaro in mente ciò che
andrà detto e come, e a chi eventualmente indirizzare il paziente,
nella malaugurata ipotesi di un test positivo.
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