Percorso nascita in Italia: rivoluzione in arrivo

Chiusura del 30% dei reparti di maternità, ovvero quelli in cui vengono effettuati meno di 500 parti all’anno, con accorpamento di quelli con meno di mille nascite l’anno, per un totale di 158 punti nascita da chiudere e 190 da riconvertire su 559 nel Paese. I piccoli centri confluirebbero così nei maggiori e sarebbero in grado di garantire qualità ed assistenza 24 ore su 24. Infine sostegno, anche economico, al parto naturale ed analgesia epidurale garantita a tutte le donne.

Sono alcuni dei punti centrali del progetto di riforma del Percorso nascita in Italia presentato dal ministro della Salute Ferruccio Fazio alla Conferenza Stato-Regioni nei giorni scorsi, e che secondo il ministro potrebbe essere approvato già nella prossima seduta. Nel qual caso la riforma diverrebbe immediatamente operativa, “un vero e proprio programma articolato – ha dichiarato Fazio – un impegno congiunto governo-enti locali” che “consentirà di ridisegnare il percorso nascita nel nostro Paese, attraverso un percorso condiviso che ha visto i ginecologi protagonisti”.

A 10 anni dal POMI, il progetto per il materno infantile, “siamo ora pronti per cambiare il volto della rete nascita in Italia” ha dichiarato il ministro Ferruccio Fazio, affermando che il piano “consentirà di ridisegnare il percorso nascita nel nostro Paese, attraverso un percorso condiviso che ha visto i ginecologi protagonisti”.

Nelle regioni del Sud, in base alle previsioni del piano di riordino sarebbero a rischio chiusura 38 punti nascita su 75 in Sicilia, 22 su 72 in Campania, 15 su 29 in Calabria. Minore sarebbe invece l’impatto sulle regioni settentrionali, con 8 punti nascita su 75 sotto i 500 parti l’anno in Lombardia e addirittura nessuno in Piemonte e Veneto.

I centri che non raggiungono i mille parti l’anno andranno riconvertiti – ha sottolineato il ministro – quelli sotto i 500 chiusi. Attualmente questi ultimi rappresentano il 30% del totale e vi si registrano il 10% delle nascite”.

Il progetto riscuote il plauso della Sigo, la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia, che ha inaugurato in questi giorni il suo 86/o congresso nazionale a Milano. Secondo il presidente della Sigo Giorgio Vittori, la riforma “disegna un sistema più moderno e adatto alle esigenze delle madri di oggi, garantendo un più alto standard qualitativo”. Non è utile proseguire nella “politica del punto nascita sotto casa”, prosegue Vittori, mentre “serve accorpare e razionalizzare le migliori risorse senza imporlo per decreto, ma sedendoci attorno a un tavolo”.

SIGO e AOGOI, Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani, hanno contribuito alla fase di elaborazione della proposta e sono coinvolte direttamente anche in quella di formazione e “ammodernamento” della professione. Tra gli altri punti del piano, la definizione di linee guida sulla gravidanza fisiologica e sul taglio cesareo, con una bozza curata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), il tema del monitoraggio, rispetto al quale nel sito del ministero sono disponibili i 34 indicatori di appropriatezza.

Oggi un parto normale “vale” meno di un’artroscopia, dai 1.200-2.000 euro. “Se le prestazioni che riguardano l’ostetricia e la ginecologia non vengono rivalutate, per far quadrare i conti ci si troverà costretti a limitarle controllandone la quantità e diminuendo la qualità”.

Per ridurre i rischi del parto è però importante lavorare in parallelo anche sulle donne: “Iniziare la gravidanza in peso forma, prendere al massimo 10 kg durante i 9 mesi, non fumare, non bere, sono misure essenziali per contenere gli eventi avversi – spiega Alessandra Graziottin, Direttore del Centro di Ginecologia del San Raffaele Resnati di Milano e co-presidente del Congresso – L’emergenza in ostetricia è la più delicata e dobbiamo convincere le nostre pazienti a richiedere requisiti minimi all’ospedale che sceglieranno”.

Tasso di tagli cesarei e disponibilità dell’anestesia epidurale sono due parametri chiave da osservare. “Le italiane devono poter partorire senza dolore, ma oggi questo è possibile solo per il 16%. In Gran Bretagna e in Francia la utilizza il 70% delle partorienti, il 90% negli Usa – spiega Nicola Natale, Primario Emerito A.O. Manzoni di Lecco e co-presidente del Congresso -, una chiara discriminazione per le nostre pazienti. L’obiettivo è che tutti gli ospedali offrano modalità efficaci per alleviare il dolore, considerando che esistono anche altre forme di controllo, come ad esempio l’agopuntura”.

Articolo originale pubblicato il 17 novembre 2010

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