Smemorate in gravidanza: il baby brain è normale (e reale)

Per anni è stato descritto più come un mito che come un dato di fatto. Ma alcuni studi proverebbero che il deficit di attenzione e di memoria in gravidanza è reale, anche se non si tratta di una diminuzione grave.

Il termine baby brain è usato per riferirsi ai problemi di memoria e di scarsa concentrazione riportati spesso da molte donne in gravidanza. Da anni se ne parla, per lo più però come un fenomeno non reale, quasi una fantasia. Ma davvero è solo una suggestione delle future mamme? O c’è qualcosa di vero? Scopriamolo insieme.

Baby brain o mumnesia: cosa si intende?

Cosa significa il termine baby brain? È anche noto come mumnesia e sta ad indicare, a quanto riporta la Mayo Clinicproblemi di memoria, distrazione e difficoltà a concentrarsi segnalati da molte donne durante la gravidanza e la maternità.

Ma è un mito o è realtà? Realtà a quanto pare. A confermarlo è stato uno studio della Deakin University di Melbourne, pubblicato sul Medical Journal of Australia nel 2018. Secondo i ricercatori, le donne in gravidanza, se paragonate con le altre, otterrebbero risultati peggiori in test che misurano la memoria e il funzionamento esecutivo (attenzione, inibizione, decisione e pianificazione).

Attenzione però, perché anche se le prestazioni in gravidanza risulterebbero peggiori, non significa che non rientrino comunque nella norma.

Le cause del baby brain

A cosa può essere dovuto questo declino cognitivo che si osserva in gravidanza? Le cause non sono ancora ben note, e le spiegazioni finora trovate restano ancora solo delle speculazioni. Si può pensare che una delle motivazioni del baby brain siano proprio i cambiamenti legati al periodo gestazionale. Cambiamenti fisici, innanzitutto, con il corpo che si prepara ad ospitare una nuova vita. Ma anche ormonali, con una maggiore produzione di estrogeni e progesterone.

E sono proprio queste variazioni ormonali a determinare delle modifiche anche a livello neuronale. Diversi studi hanno mostrato una certa plasticità in alcune aree del cervello delle donne prima della gravidanza e dopo, confrontando le immagini di risonanza cerebrale acquisite con quelle di donne che non avevano avuto figli.

In particolare, si osserverebbe anche una diminuzione della materia grigia in corrispondenza delle aree del cervello deputate alla memoria e all’elaborazione delle funzioni sociali. Ciò potrebbe indicare che con la maternità le priorità cambiano e, anche se l’intelligenza rimane sempre la stessa, l’attenzione delle future mamme è maggiormente rivolta al nascituro. Altri fattori che potrebbero contribuire al fenomeno del baby brain o mumnesia, e che sono tutti riconducibili alla gravidanza, sono:

  • disturbi del sonno;
  • cambiamenti di umore;
  • aumento dei livelli di stress;
  • nausea mattutina.
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Baby brain: quanto può durare?

Il declino cognitivo sembrerebbe cominciare sin dal primo trimestre, per poi diventare molto più marcato nel terzo. Ma poiché parliamo sempre di un cambiamento che è, tutto sommato, piccolo, è probabile che la scarsa concentrazione o i problemi di memoria siano evidenti solo alle donne in dolce attesa e alle persone che sono loro vicine nella quotidianità.

Anche le prestazioni lavorative sembrerebbero non risentire del baby brain. Importante è sottolineare che, secondo gli studi precedentemente citati, l’adattamento del cervello al nuovo ruolo di madre sembrerebbe non essere irreversibile: le aree del cervello che cambiano con la maternità, a discapito della memoria, recuperano la loro normale funzionalità dopo circa un paio di anni.

Mumnesia: terapie e trattamenti

Le donne incinte possono gestire i sintomi del baby brain adottando alcuni stratagemmi che servono a prevenire e porre rimedio ai problemi di concentrazione, come:

  • tenere traccia delle cose che si devono fare con un elenco;
  • dormire a sufficienza;
  • seguire una dieta sana;
  • continuare la routine di esercizi fisici.
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Articolo originale pubblicato il 21 ottobre 2020

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