Cosa si intende per accesso alle cure per incongruenza di genere per bambini/e e adolescenti

Secondo la Società di Pediatria, avere in Italia centri specializzati, dislocati su tutto il territorio, in grado di supportare i giovani e le loro famiglie, nell'iter diagnosticoterapeutico dei percorsi affermativi di genere, è di fondamentale importanza per garantire diritti e salute.

Dopo la chiusura nel Regno Unito del Gender Identity Development Service for Children and Adolescents (GIDS), l’unico centro di riferimento nazionale altamente specializzato per l’assistenza di bambini/e e giovani con incongruenza di genere, il servizio sanitario britannico ha annunciato l’introduzione di nuovi centri regionali, chiamati servizi Early Adopter, per garantire una maggiore qualità del servizio.

La Società Italiana di Pediatria, guardando all’esempio anglosassone, ha affermato che potrebbe essere preso a modello anche per il nostro sistema sanitario, “Sulla carta uno tra quelli che in Europa garantiscono maggior tutela ai giovani attraverso misure legali o amministrative che assicurano il cambio di genere, seppur con restrizioni”.

Riuscire ad avere in Italia centri specializzati, dislocati su tutto il territorio, in grado di supportare ragazzi/e con sviluppo atipico dell’identità di genere e le loro famiglie, con competenza e, soprattutto, con un iter diagnosticoterapeutico in tempi adeguati, è fondamentale.

Chi sono i bambini intersex, né maschio né femmina

“In Italia purtroppo – come si legge sul sito della SIPtali presidi dedicati ai minori si contano sulle dita di una mano rendendo difficile per le famiglie l’accesso ai servizi, caratterizzato spesso da lunghi tempi di attesa e grande eterogeneità riguardo a modalità di accesso e gratuità delle cure in base alla regione di appartenenza”.

Da qui la necessità di avere professionisti altamente qualificati e specializzati per poter seguire i percorsi affermativi di genere, che troppo spesso trovano ostacoli nell’atteggiamento di gatekeeping, che nasce appunto dall’ “Incompleta conoscenza e formazione del personale sanitario cui i giovani transgender si riferiscono inizialmente, trovandosi di fronte professionisti che tendono a rallentare il ritmo della transizione o negarlo del tutto”.

Tra gli argomenti sostenuti dai gatekeeper, si legge ancora sul sito SIP, c’è la convinzione che le “Persone transgender non siano in grado di determinare la propria identità”, o che siano i “Problemi psicologici i motivi per ritardare o negare la transizione”. Il gatekeeping, così, può essere considerato a tutti gli effetti una forma di transfobia, dato che il potere di chi esercita l’attività medica si sostituisce all’autonomia decisionale delle persone trans.

Centri specializzati, come negli UK, quindi, potrebbero abbattere questo ulteriore muro. Dai dati ONIG (Osservatorio Nazionale Identità di Genere) si legge che in Italia dal 2005 al 2018 sono state 251 le famiglie che si sono rivolte ai centri. I numeri sono in aumento e tutto ciò non è allarmante, ma solo il frutto dello sgretolarsi di uno stigma sociale che finalmente permette a molti giovani di potersi esprimere.

Infine, i medici della SIP sottolineano come “La presenza di un maggior numero di centri esperti, almeno uno per Regione, e la divulgazione delle corrette informazioni circa la presa in carico di questi minorenni e delle loro famiglie potrebbe preservare i diritti di una minoranza che già per la sua complessa condizione è esposta a sfide di carico emotivo non comune che ne compromettono le potenzialità di sviluppo e di vita”.

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