Il feto sente la paura della mamma? Cosa dice la scienza

Diversi studi parlano di come il feto assorba le emozioni e le razioni della madre mentre si trova nel pancione: cosa sapere sulle emozioni negative, come la paura.

Paura, stress, dolore, depressione. Sono tutte emozioni negative e il senso comune ritiene che una gestante non dovrebbe provarle, perché potrebbero essere trasmesse al feto. Ma cosa dice la scienza, le cose stanno veramente così? Al netto del fatto che una gravidanza non è sempre un percorso lineare, felice e tranquillo per tutte, non è un falso mito dire che esiste una connessione tra madre e figlio o figlia, che vada oltre al mero nutrimento. La scienza ci dice che lo stato emotivo e lo stress materno possono avere effetti fisiologici sul feto. Approfondiamo l’argomento.

Lo stato emotivo della gestante e gli effetti sul feto

Lo scambio che avviene tra feto e gestante non si limita al mero passaggio di nutrimento. Come spiegato dalla dott.ssa Cristina Marzano su un articolo pubblicato su Istituto A.T.Beck, esiste infatti una “profonda connessione fisiologica ed emotiva tra madre e bambino, fin dai primissimi istanti del concepimento”. Gli stimoli esterni e le emozioni che ne derivano, si traducono in trasformazioni biochimiche all’interno del corpo della futura mamma, che arrivano fino al feto attraverso la placenta.

Come spiegato su Neuroscience & Biobehavioral Reviews, la placenta non è semplicemente una barriera, ma costituisce un’interfaccia biologica molto sofisticata tra madre e feto. Il cortisolo materno, per esempio, può raggiungere la placenta e una parte può attraversarla; inoltre lo stress può modificare il funzionamento della placenta, il flusso sanguigno uterino e diversi segnali immunitari e ormonali. Non si tratta, quindi, di un semplice passaggio dell’emozione, ma della sua trasformazione in input chimici che influenzano, in ultima analisi, il comportamento del feto.

Dalle emozioni materne al comportamento del feto

Il passaggio ulteriore è scoprire se le emozioni materne possano influenzare concretamente il comportamento del feto. Anche in questo caso a darci la risposta alla domanda è la scienza.

Un articolo pubblicato sul Journal of developmental and behavioral pediatrics illustra uno studio in cui si è indagata proprio la correlazione fra il comportamento fetale e l’ansia materna durante la gravidanza: ebbene, i ricercatori sono riusciti ad evidenziare differenze nel comportamento fetale tra le donne con livelli più alti di ansia rispetto a quelle con livelli più bassi. Un’altra revisione pubblicata su Neuroscience & Biobehavioral Reviews ha invece evidenziato che l’associazione tra ansia materna e comportamento fetale è addirittura osservabile ecograficamente.

La placenta protegge il feto dallo stress materno

Come abbiamo appena visto, durante la gravidanza madre e feto sono collegati da una complessa rete di scambi fisiologici. Le emozioni, però, non vengono però trasmesse direttamente dalla gestante al feto: situazioni di paura, ansia o stress possono provocare nella madre modificazioni ormonali e cardiovascolari che, attraverso la placenta, possono influenzare l’ambiente intrauterino e la risposta fetale. Lo stesso vale, attraverso meccanismi differenti, per alcuni stimoli fisici provenienti dall’esterno, come i suoni.

In questo processo di scambio, la placenta svolge un’importante funzione di protezione. Come spiegato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, esiste un enzima che contribuisce a regolare l’esposizione del feto agli ormoni matern. Si tratta della 11β-idrossisteroide deidrogenasi di tipo 2 (11β-HSD2), che converte una parte del cortisolo attivo in cortisone, meno attivo. Questo sistema costituisce una sorta di “filtro” biologico, ma non è una barriera assoluta: l’esposizione fetale ai glucocorticoidi può variare in relazione a diversi fattori, tra cui la durata e l’intensità dello stress materno e il funzionamento della placenta.

È quindi più corretto parlare di una comunicazione fisiologica tra madre e feto che di una trasmissione diretta delle emozioni. E proprio questa interconnessione aiuta a comprendere perché, durante la gravidanza, condizioni di stress intenso e prolungato meritino attenzione, senza però trasformare una normale emozione negativa o un momento di paura in un potenziale pericolo per il bambino.

Stress cronico in gravidanza: possibili effetti sullo sviluppo del bambino

Che cosa accade, invece, se paura, ansia o stress non rappresentano un episodio occasionale, ma diventano una condizione intensa e persistente durante la gravidanza? In questo caso la ricerca ha individuato alcune associazioni tra il distress psicologico materno prenatale e lo sviluppo del bambino dopo la nascita.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sul BMJ Open, che ha analizzato 44 studi, ha rilevato associazioni generalmente piccole tra stress, ansia o sintomi depressivi durante la gravidanza e alcuni aspetti dello sviluppo nei primi tre anni di vita, tra questi, maggiori difficoltà comportamentali e socio-emotive, una maggiore reattività emotiva, alcune difficoltà attentive e differenze, seppur modeste, nelle competenze cognitive e linguistiche. Gli autori sottolineano però che si tratta di associazioni e non di una causalità dimostrata, e che gli effetti tendono ad attenuarsi quando vengono considerati altri fattori.

Risultati analoghi emergono da una meta-analisi pubblicata su Child Development, che ha esaminato 17 studi per un totale di oltre 23.000 bambini: l’esposizione allo stress o all’ansia materna prenatale era associata a una debole riduzione delle prestazioni nello sviluppo intellettivo generale. Anche una revisione sistematica del 2024, basata su 71 studi di neuroimaging, ha individuato associazioni tra distress materno prenatale e alcune differenze strutturali e funzionali nel cervello di feti e bambini durante il primo anno di vita, in particolare nelle aree coinvolte nella regolazione delle emozioni e nella risposta allo stress. Gli stessi autori sottolineano tuttavia l’elevata eterogeneità degli studi.

Questo non significa che lo stress vissuto in gravidanza determini il futuro del bambino o lo danneggi: si tratta solo di uno dei molti fattori che possono contribuire al suo sviluppo, insieme alla genetica, all’ambiente e alle esperienze vissute dopo la nascita.

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