L’utero è un organo dell’apparato riproduttivo femminile. È situato nella pelvi tra la vescica e il retto e svolge un ruolo fondamentale nel ciclo mestruale, nella fertilità e nella gravidanza. Questo perché l’utero è il luogo in cui l’ovulo fecondato si impianta e il feto cresce fino al parto. Sebbene venga spesso rappresentato sempre allo stesso modo, l’utero può assumere diversi orientamenti all’interno della pelvi. Come spiegato dalla Cleveland Clinic, la configurazione più comune è quella anteversa, in cui è inclinato in avanti verso la vescica, ma esistono anche altre varianti anatomiche considerate normali, come l’utero retroverso, inclinato all’indietro verso il retto, oltre alle forme anteflessa, retroflessa e in posizione intermedia. Nella maggior parte dei casi si tratta semplicemente di una caratteristica anatomica che non crea conseguenze, ma c’è la rara possibilità che, durante la gravidanza, l’utero resti incastrato nella pelvi invece di risalire naturalmente verso l’addome. È una complicanza poco frequente, ma conoscerla aiuta a riconoscere per tempo i segnali che la indicano.

Cos’è l’utero retroverso e da cosa dipende

L’utero retroverso è una condizione, come riportato dallo studio pubblicato sull’European Journal of Obstetrics & Gynecology and Reproductive Biology, riguarda circa il 15-20% delle donne, una percentuale che sale nelle donne con disturbi uroginecologici. Nella maggior parte dei casi si tratta di una variante anatomica presente fin dalla nascita o dall’adolescenza, senza alcun legame con una malattia. In una minoranza di donne la retroversione compare più tardi ed è legata a condizioni che modificano l’anatomia pelvica, come aderenze dovute a interventi chirurgici o infezioni pregresse, endometriosi, fibromi (piccoli noduli benigni del muscolo uterino) localizzati nella parete posteriore dell’utero, oppure adenomiosi (la presenza di tessuto simile all’endometrio dentro il muscolo uterino). In questi casi l’utero tende a essere meno mobile alla visita, mentre la retroversione costituzionale è quasi sempre libera di muoversi con la palpazione.

Come si comporta l’utero retroverso durante la gravidanza

Con il passare delle settimane di gravidanza e la relativa crescita del feto, nella grande maggioranza dei casi l’utero retroverso risale spontaneamente fuori dalla pelvi e si porta in posizione addominale. Solitamente questo avviene tra la dodicesima e la sedicesima settimana di gravidanza. In uno studio pubblicato sull’American Journal of Perinatology, condotto valutando la posizione uterina all’ecografia della translucenza nucale, ha osservato che il 98% delle retroversioni identificate nel primo trimestre si era risolto entro il secondo trimestre. Lo stesso studio ha registrato episodi di sanguinamento vaginale nel primo trimestre più frequenti tra le donne con utero retroverso rispetto a quelle con utero antiverso, senza però un aumento di aborti spontanei nel secondo trimestre.

Un dato che spesso genera preoccupazione riguarda il ricorso più frequente alla fecondazione in vitro tra le donne con utero retroverso, con una quota di concepimenti tramite IVF pari al 12,3% contro il 6,8% nel gruppo con utero antiverso. Questo non significa che la retroversione riduca la fertilità naturale. È più probabile che il dato rifletta le condizioni spesso associate alla retroversione secondaria, come endometriosi o aderenze pelviche, che sono cause note di subfertilità indipendentemente dalla posizione dell’utero.

L’incarceramento dell’utero gravido, la complicanza da conoscere

Quando l’utero non riesce a risalire dalla pelvi entro la sedicesima settimana circa, resta intrappolato tra il promontorio sacrale (la sporgenza ossea nella parte posteriore del bacino) e la sinfisi pubica. Questa condizione si chiama incarceramento dell’utero gravido. È una condizione rara (questo studio stima un’incidenza di un caso ogni 3.000 gravidanze) nella quale il collo dell’utero viene stirato e spostato in avanti, spesso dietro l’osso pubico, mentre il corpo dell’utero comprime vescica, uretra e retto.

I fattori che possono ostacolare la normale risalita dell’utero comprendono fibromi voluminosi o posteriori, aderenze pelviche, endometriosi profonda, anomalie della forma dell’utero e una conformazione della pelvi con un promontorio sacrale particolarmente sporgente. È però importante sapere, come riportato in questo studio pubblicato su ScienceDirect, che la presenza o l’assenza di questi fattori di rischio non modifica né la gestione clinica né l’esito ostetrico.

I sintomi più comuni sono legati alla compressione degli organi pelvici. Le donne con incarceramento riferiscono soprattutto difficoltà a urinare o incapacità di svuotare completamente la vescica, dolore pelvico o addominale, in alcuni casi anche stipsi o sensazione di pressione rettale. Alcune donne restano invece asintomatiche, ed è per questo che la diagnosi può arrivare tardi. Se non identificato in tempo, però, l’incarceramento dell’utero può portare a complicazioni serie, tra cui ischemia dei tessuti uterini, sofferenza renale da ostruzione, rottura dell’utero o della vescica e parto pretermine.

Diagnosi e trattamento

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Fonte: iStock

Nella maggior parte dei casi la retroversione viene semplicemente annotata durante l’ecografia di routine e non richiede ulteriori controlli. Quando la retroversione persiste oltre il primo trimestre, oppure compaiono sintomi urinari o dolore, il passo successivo è un’ecografia (sia transvaginale sia transaddominale) per verificare i rapporti tra fondo dell’utero, collo, vescica e promontorio sacrale. Il segno più indicativo di incarceramento è un collo dell’utero allungato e spostato in avanti, difficile da individuare nella sua posizione abituale.

Quando l’ecografia non è sufficiente a chiarire l’anatomia, si ricorre alla risonanza magnetica pelvica senza mezzo di contrasto. Questo esame permette di definire con precisione la posizione del collo uterino, i rapporti con vescica e retto, e di pianificare in anticipo un eventuale intervento di riduzione o, se necessario, il taglio cesareo.

Per quel che riguarda il trattamento dell’utero retroverso, la gestione varia in base all’epoca gestazionale e alla gravità della situazione. Nella maggior parte dei casi diagnosticati precocemente si tenta prima un approccio conservativo, che può includere lo svuotamento della vescica e posture che favoriscono la risalita spontanea dell’utero. Se questo non basta, si può procedere a una riduzione manuale per via vaginale, generalmente sotto guida ecografica. Nei casi più complessi o tardivi può rendersi necessaria una riduzione chirurgica.

Parto e fertilità con l’utero retroverso: cosa sapere

Un utero retroverso che risale normalmente in gravidanza non cambia il decorso del travaglio né la probabilità di parto cesareo. Il discorso cambia soltanto quando l’utero resta incarcerato, una situazione che oggi viene quasi sempre riconosciuta e corretta prima del parto, e che se non risolta rende necessario il taglio cesareo programmato.

Sul fronte della fertilità, la posizione dell’utero non impedisce agli spermatozoi di raggiungere l’ovulo né influisce sull’impianto dell’embrione. Non esistono posizioni sessuali, cuscini o manovre che modifichino la posizione dell’utero per favorire il concepimento, e non c’è motivo di modificare le proprie abitudini per questo. Se una donna con utero retroverso fatica a rimanere incinta, la valutazione deve seguire lo stesso percorso previsto per qualunque difficoltà di concepimento, cercando le cause e senza concentrarsi sulla sola posizione dell’utero.

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