Avere la SCID, ovvero quando il corpo non riesce a difenderti dai batteri

Per molti i bambini la maggior parte delle infezioni non sono un problema. Merito del sistema immunitario. Ma cosa accade quando questo non funziona come dovrebbe?

Immunodeficienza combinata grave (Severe Combined Immune Deficiency), questo il nome dell’acronimo SCID, un insieme di malattie genetiche rare che, come spiegato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, compaiono nei primi mesi di vita e si manifestano inizialmente con dermatiti e stomatiti ricorrenti. È considerata una delle emergenze più serie della pediatria, perché il sistema immunitario del bambino non si è mai davvero sviluppato.

Cos’è la SCID

Come detto, la SCID è un gruppo di malattie genetiche rare che impediscono ai linfociti T, le cellule che coordinano la risposta immunitaria contro virus e batteri, di svilupparsi correttamente. In molte forme di SCID anche i linfociti B (quelli che producono gli anticorpi) restano inutilizzabili, perché senza l’aiuto dei linfociti T non riescono a fare il loro lavoro. Il risultato è che il corpo del bambino perde quasi del tutto la capacità di difendersi da infezioni che, per qualsiasi altro neonato, sarebbero banali. Alla nascita questi bambini stanno bene, protetti temporaneamente dagli anticorpi ricevuti dalla madre durante la gravidanza; è solo quando questa protezione si esaurisce, di solito entro i primi mesi di vita, che la malattia comincia a manifestarsi. Secondo i dati riportati dal National Institutes of Health statunitense l’incidenza della SCID varia molto in base alla popolazione, da circa 1 caso ogni 2.000 nati nelle comunità con alta frequenza di matrimoni tra consanguinei fino a circa 1 caso ogni 60.000 nati dove questo fenomeno è raro.

Le cause

Sistema-immunitario
Fonte: iStock

La SCID può essere causata da mutazioni genetiche che interessano più di venti geni diversi, ciascuno responsabile di una tappa diversa nello sviluppo dei linfociti. La forma più comune è legata al cromosoma X e coinvolge il gene IL2RG, che codifica un recettore essenziale per la maturazione dei linfociti T. Questa forma colpisce quasi esclusivamente i maschi. Altre forme frequenti riguardano il gene ADA, la cui assenza porta all’accumulo di sostanze tossiche per i linfociti e per i geni RAG1 e RAG2. Nella stragrande maggioranza dei casi la malattia compare senza una storia familiare nota, il che rende quasi impossibile prevederla prima della nascita in assenza di un test genetico specifico.

Come si manifesta nei primi mesi di vita

I primi segnali compaiono in genere tra i tre e i sei mesi di vita, quando la protezione derivata dagli anticorpi materni comincia a esaurirsi. Il bambino soffre di infezioni più frequenti e più gravi del normale, con tosse e raffreddori che durano più a lungo del previsto e non rispondono alle cure abituali. Il mughetto, un’infezione da candida che colpisce bocca e zona del pannolino, può presentarsi in forma persistente e resistente ai trattamenti standard.

Come spiegato dal Great Ormond Street Hospital londinese sono comuni anche la diarrea cronica e la difficoltà a crescere di peso normalmente. Inoltre, i germi che in un bambino sano non provocano alcun problema, come il fungo Pneumocystis jirovecii o il citomegalovirus, possono invece causare infezioni gravi e potenzialmente fatali, in particolare a livello polmonare.

La diagnosi

Un significativo miglioramento nella cura della SCID è arrivato dalla possibilità di individuare la malattia prima che compaiano i sintomi. Questo è possibile attraverso un test eseguito sulla stessa goccia di sangue prelevata dal tallone del neonato per gli altri screening neonatali. Il test misura i TREC, piccoli frammenti circolari di DNA che si formano quando i linfociti T maturano correttamente nel timo. La loro assenza o scarsità segnala che la produzione di linfociti T non sta avvenendo come dovrebbe. Uno studio pubblicato su JAMA ha rilevato un’incidenza della SCID pari a un caso ogni 58.000 nati, con una sopravvivenza dell’87% tra tutti i bambini identificati e del 92% tra quelli che hanno effettivamente ricevuto un trattamento.

Quando il test risulta alterato, il bambino viene inviato con urgenza a un centro specialistico di immunologia pediatrica, dove esami più approfonditi, come la conta dettagliata dei diversi tipi di linfociti nel sangue e, quando necessario, l’analisi genetica, permettono di confermare la diagnosi e di individuare il gene coinvolto. Conoscere il gene specifico è importante perché orienta la scelta del trattamento più adatto.

Lo screening in Italia

In Italia formalmente esiste la possibilità di eseguire lo screening neonatale anche per la SCID. È quello che ha previsto la Legge di bilancio del 2019 che ha modificato la Legge 167 del 2016 includendo esplicitamente queste condizioni tra quelle da sottoporre allo screening. È quanto riferisce il portale del Ministero della Salute dedicato alle malattie rare. Nella pratica, però, l’applicazione di questa norma è rimasta affidata alle singole Regioni, che hanno attivato lo screening SCID con tempi e modalità diverse a partire dalla Toscana, prima regione italiana a farlo. In pratica questo significa che, ad oggi, la possibilità di sottoporre il proprio bambino allo screening per la SCID all’interno del programma neonatale gratuito dipende ancora dalla regione di nascita.

Le cure disponibili oggi

Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche, cioè le cellule da cui si originano tutte le cellule del sangue e del sistema immunitario, resta la cura di riferimento per la maggior parte delle forme di SCID. Le cellule sane, prelevate da un donatore compatibile (spesso un fratello o una sorella ma in mancanza di un donatore familiare anche un donatore non consanguineo), sostituiscono progressivamente il sistema immunitario difettoso del bambino.

Per alcune forme specifiche di SCID, in particolare quella legata al gene ADA e quella legata al cromosoma X, è oggi disponibile anche la terapia genica, che corregge in laboratorio le cellule staminali dello stesso paziente prima di reinfonderle, evitando così i rischi legati al trapianto da donatore. Per la forma ADA esiste inoltre una terapia enzimatica sostitutiva, utile come ponte temporaneo in attesa del trattamento definitivo.

Nell’attesa e durante il percorso di cura, i bambini vengono protetti con antibiotici e antifungini preventivi, immunoglobuline per sostituire gli anticorpi mancanti, e l’indicazione a evitare i vaccini a virus vivo attenuato, che nel loro caso potrebbero causare la stessa infezione che dovrebbero prevenire.

Vivere con la SCID

A differenza di altre malattie, un bambino con la SCID in attesa di trapianto (o che lo ha appena fatto) ha bisogno di un ambiente protetto, con contatti ridotti al minimo e un’attenzione particolare all’igiene di chi lo accudisce. I genitori possono comunque restare accanto a lui, continuare ad allattarlo se le condizioni lo consentono e prendersene cura da vicino, seguendo le indicazioni del team medico. È un periodo che mette a dura prova tutto il nucleo familiare, considerando i ricoveri prolungati, la frequenza di esami e controlli e l’inevitabile ansia per lo stato di salute del proprio figlio. È per questo che accanto alla cura medica trovano spazio anche il supporto psicologico e il confronto con altre famiglie che hanno già attraversato lo stesso percorso.

Quando la diagnosi arriva in tempo, prima che le infezioni abbiano già danneggiato il bambino, le probabilità di successo del trapianto sono oggi molto alte, e la maggior parte dei bambini trattati precocemente arriva a costruirsi un sistema immunitario funzionante e a vivere una vita sostanzialmente normale.

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