
L'editing genetico prova a cambiare il DNA, la selezione sceglie tra genomi già esistenti.

Nonostante la rarità della malattia (la Progeria Research Foundation stima che colpisca 1 neonato ogni 4-8 milioni, indifferentemente entrambi i sessi e in tutte le etnie), la progeria è piuttosto nota. Almeno a livello mediatico. Il merito è soprattutto di Sammy Basso. Biologo e divulgatore (ma anche cavaliere della Repubblica italiana), Sammy Basso era nato con la progeria, o meglio con la sindrome di Hutchinson-Gilford, ed è stato per anni la persona con questa malattia sopravvissuta più a lungo al mondo. Quando è morto, il 5 ottobre 2024, aveva ventotto anni. Ma il suo corpo, in un certo senso, ne aveva molti di più. È questo il tratto più evidente della progeria, una patologia che richiama (anche se con esiti opposti) il celebre film del 2008 Il curioso caso di Benjamin Button.
La sindrome di Hutchinson-Gilford è una malattia genetica rarissima che provoca un invecchiamento accelerato di quasi tutti i tessuti del corpo. Il processo inizia già dai primi mesi di vita di un bambino. Chi ne è affetto nasce apparentemente sano, ma nel giro del primo o secondo anno smette di crescere come fanno i coetanei, perde i capelli, sviluppa una pelle sottile e rigida simile a quella di una persona molto anziana, e presenta articolazioni rigide, un naso sottile e a becco, e una perdita marcata di grasso sotto la pelle. Lo studio di riferimento, pubblicato sul New England Journal of Medicine, descrive più nel dettaglio questo quadro e mostra come il cuore e i vasi sanguigni siano gli organi più colpiti, con un invecchiamento vascolare che nei pazienti con progeria procede molto più rapidamente che nella popolazione generale.

La causa della progeria è una mutazione in un gene chiamato LMNA. Tra le particolarità di questa malattia c’è che quasi sempre non è ereditata dai genitori, ma comparsa spontaneamente nel patrimonio genetico del bambino. Il gene LMNA contiene le istruzioni per costruire la lamina A, una proteina che sostiene dall’interno la membrana del nucleo di ogni cellula. La mutazione più comune fa sì che le cellule producano una versione anomala e tossica di questa proteina, chiamata progerina (da qui il nome della malattia).
La progerina si accumula nella membrana nucleare e ne compromette la stabilità, innescando in tutto il corpo processi tipici dell’invecchiamento cellulare, come spiegato nello studio pubblicato su Ageing Research Reviews. Un dettaglio interessante (anche se per certi versi inquietante) è che piccole quantità della stessa progerina si formano anche nelle cellule delle persone anziane senza progeria. Una caratteristica che collega questa malattia ai meccanismi generali dell’invecchiamento umano.
La diagnosi nasce quasi sempre da un sospetto clinico, quando un pediatra nota il rallentamento della crescita insieme ai segni caratteristici della pelle e del volto. Viene poi confermata da un test genetico che individua la mutazione nel gene LMNA. Non esistono, a oggi, programmi di screening neonatale dedicati, anche per l’estrema rarità della malattia. Nel mondo sono oggi riconosciuti circa 150 casi di progeria classica (alcuni anche in Italia) anche se le associazioni di pazienti ritengono che il numero reale, soprattutto nei paesi in cui l’accesso alla diagnosi genetica è più difficile, possa arrivare fino a 350.
Senza alcun trattamento specifico, la sindrome di Hutchinson-Gilford porta alla morte. Il decesso arriva in media nella seconda decade di vita, con una sopravvivenza mediana intorno ai sedici anni secondo i dati riportati nello studio pubblicato sulla rivista Aging. La causa di morte, in circa otto casi su dieci, è cardiovascolare (un infarto o un ictus dovuti a un’aterosclerosi che nei bambini con progeria si sviluppa con una velocità paragonabile a quella di una persona di ottant’anni). È per questo che il monitoraggio cardiologico regolare rappresenta oggi uno dei pilastri della gestione clinica di questi pazienti.
Per quindici anni la progeria non ha avuto alcun trattamento in grado di modificarne il decorso. La situazione è cambiata con il lonafarnib, un farmaco che blocca un passaggio chimico chiamato farnesilazione necessario alla progerina per ancorarsi alla membrana del nucleo.
Uno studio pubblicato su JAMA ha confrontato bambini trattati con lonafarnib e bambini non trattati, trovando una mortalità del 3,7% nel primo gruppo contro il 33,3% nel secondo, dopo poco più di due anni di osservazione. Questo farmaco (da assumere per via orale) è in grado, come spiega l’Osservatorio Malattie Rare, di prolungare l’aspettativa di vita dei pazienti.

L'editing genetico prova a cambiare il DNA, la selezione sceglie tra genomi già esistenti.
In Europa il farmaco, commercializzato come Zokinvy, è stato autorizzato dall’Agenzia Europea dei Medicinali per i pazienti dai dodici mesi di età in su con diagnosi genetica confermata, e l’agenzia ha aggiornato nel 2026 la stima del beneficio di sopravvivenza a una media di 4,3 anni in più rispetto ai pazienti non trattati, con un margine minimo non inferiore a 2,6 anni.
La ricerca più promettente per il futuro riguarda però l’editing genetico, la tecnica che permette di correggere direttamente l’errore nel DNA invece di limitarsi ad attenuarne le conseguenze. Nel 2021 un gruppo di ricercatori ha pubblicato su Nature uno studio in cui una singola somministrazione di un editor di basi ha corretto la mutazione LMNA in più organi di topi con progeria, riducendo la produzione di progerina e più che raddoppiando la sopravvivenza media degli animali trattati, da circa 215 a circa 510 giorni.

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