
Cosa accade quando si rompe una cisti ovarica? Si prova dolore? Ha conseguenze sulla fertilità? Rispondiamo a queste e alle altre comuni domande i...
La maggior parte delle cisti ovariche sono benigne, non danno sintomi e si risolvono da sole. Ecco quando, invece, preoccuparsi.

Per molte donne la diagnosi di cisti ovarica arriva dopo un dolore sordo al basso ventre in concomitanza con le mestruazioni o come scoperta casuale durante un’ecografia di controllo. Sebbene quasi tutte le cisti ovariche che compaiono prima della menopausa siano benigne, come precisa il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, molte scompaiono senza alcun trattamento, la diagnosi crea spesso preoccupazioni e timori. Capire cosa sono davvero, quali segnali meritano attenzione e quando invece serve agire in fretta aiuta a vivere questa diagnosi senza ansia inutile, ma anche senza sottovalutare i casi che richiedono davvero un intervento tempestivo.
Una cisti ovarica è sostanzialmente una sacca piena di liquido che si forma sopra o dentro un’ovaia. Le cisti ovariche sono molto comuni e possono comparire sia durante gli anni riproduttivi sia dopo la menopausa. Solo raramente una cisti si rivela maligna, ed esistono anche tumori ovarici benigni che all’ecografia possono apparire simili a una cisti.
Per orientarsi tra le diverse diagnosi che si possono ricevere, è utile distinguere due grandi categorie di cisti ovariche: le cisti funzionali e le cisti organiche. Le cisti funzionali nascono dalla normale attività ciclica dell’ovaio con la cisti follicolare che si forma quando un follicolo non rilascia l’ovulo durante l’ovulazione e continua a crescere, mentre la cisti del corpo luteo compare nella seconda metà del ciclo, quando la struttura che rimane dopo l’ovulazione non si riassorbe come dovrebbe e accumula liquido o sangue al suo interno. Queste cisti sono le più frequenti in assoluto, tendono a essere asintomatiche e si risolvono solitamente nell’arco di uno-tre cicli mestruali.
Le cisti organiche, invece, sono vere e proprie formazioni indipendenti dal ciclo, che non si risolvono spontaneamente e richiedono un percorso di sorveglianza o, in alcuni casi, un intervento. Tra le più comuni ci sono l’endometrioma (legato alla presenza di tessuto endometriale fuori dall’utero), il teratoma cistico o cisti dermoide (una formazione congenita benigna che può contenere tessuti diversi come capelli, sebo o frammenti cartilaginei) e i cistoadenomi (tumori benigni dell’epitelio ovarico che possono raggiungere dimensioni considerevoli).
Come anticipato, nella maggior parte dei casi le cisti ovariche non danno alcun sintomo. Le cisti ovariche sono comuni. Le donne solitamente non si accorgono di averne una, perché spesso non causano sintomi e scompaiono spontaneamente con il tempo. Quando i sintomi sono presenti, in genere si tratta di un dolore lieve o moderato al basso ventre, spesso percepito da un solo lato, a volte accompagnato da un senso di peso o pressione pelvica, dolore durante i rapporti sessuale o necessità più frequente di urinare per la pressione esercitata sulla vescica. Nel caso degli endometriomi, il dolore tende a seguire un andamento ciclico, intensificandosi in corrispondenza delle mestruazioni.
Diverso è il discorso per la sintomatologia atipica, quella che segnala una possibile complicanza acuta e che richiede una valutazione medica tempestiva. Un dolore pelvico che compare improvvisamente, è intenso, localizzato da un solo lato e non si attenua nel tempo è il segnale più importante a cui prestare attenzione, soprattutto se accompagnato da nausea o vomito.
Esistono due complicanze delle cisti ovariche che rappresentano una vera e propria urgenza ginecologica. È importante conoscerle per saperle riconoscere e capire quand’è il momento in cui andare al pronto soccorso.
La torsione ovarica si verifica quando l’ovaio ruota sul proprio asse, bloccando l’afflusso di sangue. È un’emergenza legata al tempo, perché se il flusso sanguigno non viene ripristinato entro poche ore con un intervento chirurgico, il tessuto ovarico può andare incontro a necrosi, con il rischio di perdere l’ovaio. I segnali tipici sono un dolore pelvico unilaterale improvviso e molto intenso, spesso accompagnato da nausea, vomito e, in alcuni casi, febbre e tachicardia. Il rischio di torsione aumenta proporzionalmente alle dimensioni della cisti, in particolare sopra i 4-6 centimetri.

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La rottura della cisti si verifica invece quando il suo contenuto si riversa nella cavità addominale, e può causare un’emorragia interna se il sanguinamento è importante. Il sintomo caratteristico è un dolore addominale acuto che può irradiarsi verso il basso. Nei casi più seri, con perdita di sangue significativa, possono comparire segni di shock come pallore, pelle fredda e sudata, tachicardia, sensazione di svenimento. In presenza di uno qualunque di questi segnali, soprattutto se il dolore è improvviso, intenso e non passa, è necessario andare subito al pronto soccorso senza aspettare di fissare un appuntamento dal ginecologo nei giorni successivi.

L’ecografia transvaginale è l’esame di prima scelta per individuare e identificare una cisti ovarica, ed è generalmente sufficiente da sola per distinguere una cisti semplice e benigna da una formazione che merita ulteriori approfondimenti.
Durante l’ecografia il medico valuta se la cisti è uniloculare (con un’unica cavità) o multiloculare, se contiene componenti solide o papille, lo spessore delle pareti, la presenza di setti interni e la vascolarizzazione. Per standardizzare questa valutazione a livello internazionale, le società scientifiche fanno riferimento al sistema IOTA (International Ovarian Tumor Analysis), un insieme di criteri ecografici che permette di stimare il rischio che una formazione sia maligna basandosi sul suo aspetto. In Italia, la Società Italiana di Ecografia Ostetrica e Ginecologica raccomanda esplicitamente di attenersi a questa classificazione durante le ecografie.
Quando l’ecografia suggerisce un rischio di malignità, il passo successivo può includere il dosaggio del CA-125, un marcatore tumorale nel sangue, talvolta combinato con un secondo marcatore (HE4) all’interno dell’algoritmo ROMA. È bene sapere che questi marcatori non vengono usati come test di screening generale e hanno senso solo dopo che l’ecografia ha già evidenziato caratteristiche sospette, perché da soli hanno una specificità limitata, soprattutto nelle donne in età fertile, in cui possono risultare alterati anche per cause completamente benigne.
Per le cisti ovariche che l’ecografia classifica come semplici, uniloculari e prive di caratteristiche sospette, l’approccio raccomandato è la sorveglianza attiva e non l’intervento immediato. Le linee guida suggeriscono una prima rivalutazione ecografica a 8-12 settimane dalla diagnosi iniziale. Se la cisti si è ridotta o è scomparsa, il percorso si conclude lì; se invece persiste ma mantiene caratteristiche rassicuranti, i controlli successivi possono diradarsi fino a diventare annuali.
Il ricorso all’intervento chirurgico è invece indicato quando la cisti ovarica è persistente nel tempo, in crescita, sintomatica in modo significativo, oppure quando l’ecografia mostra caratteristiche che fanno sospettare una possibile malignità. In questi casi la laparoscopia, una tecnica chirurgica mini-invasiva, è generalmente preferita perché permette tempi di recupero più rapidi e una maggiore preservazione della fertilità rispetto alla chirurgia tradizionale. A incidere sulla decisione c’è, inevitabilmente, anche l’età della paziente. Dopo la menopausa, infatti, le cisti funzionali diventano rare, quindi, qualunque nuova formazione ovarica in questa fase della vita richiede una valutazione più cauta, e più spesso porta a una scelta chirurgica per ridurre il rischio oncologico.
Trovare una cisti ovarica durante un’ecografia di gravidanza è un evento relativamente comune e, nella maggior parte dei casi, non è un motivo di preoccupazione. La forma più frequente è la cisti del corpo luteo, che sostiene la gravidanza nelle primissime settimane producendo progesterone e che normalmente si riassorbe da sola entro il secondo trimestre. Anche in questo caso, se non ci sono sintomi si monitora l’evoluzione della situazione tramite ecografie di controllo programmate insieme alle normali visite prenatali.
Se una cisti dovesse crescere in modo significativo o presentare caratteristiche che richiedono un intervento, la scelta del momento in cui procedere tiene conto sia della sicurezza della madre sia di quella del feto. Quando possibile, si preferisce intervenire nel secondo trimestre, perché è il periodo in cui il rischio di complicanze per la gravidanza è generalmente più basso rispetto al primo e al terzo trimestre. Anche in questi casi, la laparoscopia resta l’opzione preferita proprio per la sua natura mini-invasiva.

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