Cosa significa davvero vivere con l'anemia di Fanconi

Vediamo più da vicino quanto e come incide la diagnosi dell'anemia di Fanconi sulla qualità della vita dei pazienti, ma anche dei loro familiari.

Quando si parla di malattie genetiche rare, soprattutto quelle che condizionano la prognosi e la qualità della vita dei bambini (e delle relative famiglie) è sempre importante pesare con cura le parole. Questo perché la diagnosi di una malattia di questo tipo è un evento che cambia radicalmente la vita, sia quella quotidiana sia il modo di guardare al futuro. Normalmente i genitori quando pensano al futuro dei propri figli hanno determinate aspettative e idee, i genitori di bambini con patologie genetiche rare no. Perché l’orizzonte di vita è spesso drammaticamente ridotto.

E, seppur la medicina e la ricerca assicurano oggi condizioni potenzialmente migliori e possibilità di ritardare di qualche anno l’esito finale, per i genitori e per i bambini stessi non sempre questo è un dato positivo come ci si potrebbe immaginare. Questa è una premessa doverosa per parlare di cosa significa vivere con l’anemia di Fanconi. Una condizione che, come riportato dall’Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica (AIEOP), porta chi ne soffre ad avere una prospettiva di vita di circa 30 anni. Già solo questo aiuta a comprendere la delicatezza da avere nell’affrontare un argomento di questo tipo.

Che cos’è l’anemia di Fanconi

Come riferito dal portale Orphanet, l’anemia di Fanconi è una malattia genetica rara che colpisce la capacità delle cellule di riparare i danni al proprio DNA, il materiale genetico contenuto in ogni cellula del corpo. Nelle persone senza la malattia, ogni cellula possiede un sistema di riparazione che corregge continuamente le rotture del DNA. Nell’anemia di Fanconi questo sistema non funziona come dovrebbe, e gli errori si accumulano nel tempo. Come evidenziato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), si tratta di una malattia che è caratterizzata da:

  • progressiva insufficienza funzionale del midollo osseo
  • malformazioni congenite
  • predisposizione a sviluppare leucemie e diversi tipi di tumori.

Nonostante l’omonimia, la malattia di Fanconi non va confusa con la sindrome di Fanconi renale, che riguarda un problema diverso a carico dei reni e non ha alcun legame genetico con questa malattia. Il nome della malattia richiama Guido Fanconi, il pediatra svizzero che la descrisse per la prima volta nel 1927.

Le cause genetiche

L’anemia di Fanconi è causata da mutazioni in uno dei 22 geni oggi conosciuti che compongono il cosiddetto pathway FANC. Si tratta di un gruppo di proteine che lavorano insieme per riparare un tipo specifico di danno al DNA chiamato legame crociato tra i due filamenti della doppia elica. Quando uno di questi geni non funziona correttamente, la cellula perde la capacità di correggere l’errore e accumula instabilità genomica, cioè una fragilità diffusa del proprio patrimonio genetico.

Nella maggior parte dei casi la trasmissione è autosomica recessiva. Questo significa che un bambino sviluppa la malattia solo se riceve una copia alterata del gene da entrambi i genitori. I genitori, in questi casi, sono di solito portatori sani e non mostrano alcun sintomo. Fa eccezione il gene FANCB, che si trasmette con modalità legata al cromosoma X.

In Italia la quasi totalità dei pazienti presenta mutazioni nel gene FANCA, che è anche quello più coinvolto a livello internazionale. Conoscere il gene specifico è importante per le famiglie per, in un’ottica di diagnosi prenatale, di verificare se fratelli e sorelle del paziente sono portatori della malattia.

Come si arriva alla diagnosi

Diagnosi-anemia-di-Fanconi
Fonte: iStock

Il sospetto diagnostico nasce solitamente dalla presenza delle malformazioni congenite tipiche e dei primi segni di insufficienza midollare, cioè la progressiva riduzione della produzione di cellule del sangue da parte del midollo osseo. Le malformazioni più frequenti riguardano il pollice e l’avambraccio, la statura, la pigmentazione della pelle (che presenta macchie color caffè-latte) e in alcuni casi reni, cuore o udito. Non tutti i bambini le presentano, e questo può ritardare la diagnosi nei casi in cui la malattia si manifesta prima con i sintomi ematologici.

Il test diagnostico di riferimento resta il test di fragilità cromosomica, un esame che espone le cellule del sangue a sostanze come il diepossibutano, capaci di provocare danni al DNA che nelle cellule sane vengono riparati normalmente. Nelle cellule di chi ha l’anemia di Fanconi si osserva invece un numero molto più alto di rotture cromosomiche, come spiegato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Una volta confermata la diagnosi, è raccomandato eseguire anche la tipizzazione HLA del paziente e dei familiari, un test che identifica le caratteristiche immunologiche necessarie per valutare in futuro l’eventuale compatibilità con un donatore di midollo osseo.

Il decorso dell’anemia di Fanconi varia da persona a persona, anche tra fratelli con la stessa mutazione. L’insufficienza midollare compare in genere durante l’infanzia. Si manifesta prima con una riduzione delle piastrine, poi con anemia e riduzione dei globuli bianchi (pancitopenia).

Le terapie oggi disponibili

Il trapianto di cellule staminali emopoietiche, cioè le cellule del midollo osseo capaci di generare tutte le cellule del sangue, resta l’unica terapia in grado di correggere in modo duraturo l’insufficienza midollare. Uno studio pubblicato dall’American Society of Hematology descrive come i risultati del trapianto siano migliorati in modo significativo negli ultimi vent’anni, soprattutto quando viene eseguito prima che compaiano complicanze come mutazioni cromosomiche aggiuntive nel midollo.

Il trapianto non corregge il difetto genetico nelle altre cellule del corpo e non elimina il rischio di sviluppare tumori negli anni successivi. Per questo motivo resta necessaria una sorveglianza oncologica a lungo termine anche dopo un trapianto.

Negli ultimi anni la ricerca si è concentrata anche sulla terapia genica, una tecnica che corregge il difetto direttamente nelle cellule staminali del paziente prelevate dal sangue, senza bisogno di un donatore. Uno studio pubblicato su The Lancet, ha mostrato per la prima volta che questa procedura può portare a un attecchimento stabile delle cellule corrette nei pazienti con la forma più comune della malattia (quella legata al gene FANCA) senza la chemioterapia pre-trapianto solitamente necessaria. È un risultato importante, ma la terapia genica resta oggi disponibile solo in centri di ricerca altamente specializzati e non rappresenta ancora un trattamento facilmente accessibile.

La vita quotidiana con la malattia

La questione più delicata, come detto, è la quotidianità di una condizione che richiede controlli regolari dell’emocromo (l’esame del sangue che misura globuli rossi, bianchi e piastrine), di riconoscere segnali che richiedono attenzione immediata (come febbre persistente, lividi senza causa apparente o stanchezza che peggiora rapidamente) e di convivere con un’aspettativa di vita ridotta rispetto ai propri coetanei.

L’impatto emotivo della malattia riguarda tanto il bambino quanto i genitori e l’intero nucleo familiare. L’incertezza sull’evoluzione della malattia, la paura delle complicanze più gravi e la necessità di controlli frequenti pesano sulla quotidianità familiare. Per questo il supporto psicologico non dovrebbe essere considerato un’opzione accessoria, ma parte integrante della presa in carico, soprattutto durante i controlli e quando ci sono cambiamenti clinici importante.

Per assicurare una qualità della vita il più elevata possibile, tutelando anche la dignità del paziente, è importante che dal punto di vista scolastico e sociale si mantenga il più possibile la partecipazione alla vita di classe, adattando ritmi e attività ai periodi di maggiore fragilità clinica, senza trasformare la malattia nell’unico elemento che definisce l’esperienza del bambino.

Non esiste un’unica storia di anemia di Fanconi. Ogni famiglia la vive con i propri ritmi, i propri centri di riferimento e la propria rete di sostegno. Negli ultimi anni la ricerca ha reso possibili interventi e alternative terapeutiche che fino a poco tempo fa non esistevano. Resta il dramma di una diagnosi infausta con la quale il paziente e i suoi cari dovranno convivere senza la speranza di una soluzione definitiva.

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  • Salute e Benessere