
In alcuni casi, la pancia post parto sembra non voler andare via: ma quanto tempo ci vuole per tornare alle dimensioni normali?
Cause, sintomi, fattori di rischio e un test da fare a casa per capire quando è il caso di rivolgersi a uno specialista.

Uno dei problemi più comuni in riferimento alla salute è distinguere tra un disturbo passeggero (e innocuo) e il segno di qualcosa di più serio (da affrontare). In modo particolare nel periodo del post-parto, quando le donne vanno incontro a una delicata fase di recupero dopo le fatiche e i cambiamenti della gestazione e del travaglio, è necessario capire quando una condizione è normale e fisiologica e quando, invece, più critica. Un esempio piuttosto evidente è la differenza tra diastasi addominale e normale pancia da post-parto.
Facciamo chiarezza partendo dalla comprensione della diastasi dei retti addominali. Per diastasi addominale, spiega l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) è “l’allargamento e eccessiva separazione della muscolatura retto-addominale centrale”. Alla diastasi addominale segue l’ampliamento della linea alba, ovvero la sottile banda di tessuto connettivo che unisce i due ventri muscolari. Durante la gravidanza la linea alba tende a sfibrarsi e assottigliarsi a causa della pressione esercitata dalla crescita dell’utero e dall’azione di alcuni ormoni (come la relaxina, gli estrogeni e il progesterone).
Di per sé – e qui sta il problema – questa separazione è fisiologica durante la gravidanza, tanto che dopo il parto i muscoli tornano alla loro posizione iniziale. Quando questo non avviene o, come spiega la Fondazione Veronesi, la separazione è maggiore di 2 cm, si parla di diastasi dei muscoli retti addominali. Una condizione che può manifestarsi con diversi gradi di severità.
Se è vero che è normale che l’addome rimanga rilassato e sporgente nel periodo del puerperio, è altrettanto vero che bisogna distinguere tra le due condizioni. Generalmente una pancia “normale”, quindi senza motivo di preoccupazione, è quella caratterizzata dalle smagliature e da un tono muscolare ridotto, ma che nei primi mesi (indicativamente tra i 4 e i 6) tende a migliorare in maniera progressiva. Al contrario nel caso della diastasi addominale l’addome continua a mantenere quelle caratteristiche anche a distanza di mesi. Inoltre tende a gonfiarsi dopo i pasti e non migliora a seguito dell’adeguata attività fisica.
È doveroso chiarire che quando si parla di diastasi addominale non si fa riferimento a una condizione esclusivamente estetica, tanto che a essa sono associati diversi sintomi e fastidi, tra cui:
Ma cosa provoca la diastasi dei retti addominali? Perché alcune donne la sperimentano e altre no? I fattori di rischio più rilevanti sono:
In generale anche l’avere una muscolatura addominale debole prima della gravidanza può contribuire all’insorgenza della diastasi addominale.
È necessario anche chiarire che di per sé non c’è una vera e propria correlazione tra la diastasi addominale e la modalità del parto, spesso oggetto di fraintendimenti. La diastasi dei retti addominali, infatti, non dipende dal tipo di parto (naturale o cesareo) ma come detto è una conseguenza della distensione addominale che avviene nel corso della gravidanza. La separazione muscolare non è causata dall’espulsione del feto ma dall’insieme di pressioni e modificazioni ormonali che lo precedono. Il parto cesareo, però, può incidere sulla gestione del recupero. L’incisione chirurgica, infatti, determina tempi di guarigione più lunghi rispetto al parto vaginale e richiede una gestione attenta della cicatrice per prevenire la formazione di aderenze.
Per capire se si tratta di diastasi addominale o normale pancia da post-parto è possibile eseguire una valutazione preliminare direttamente a casa propria. Si tratta di un autotest semplice, che non richiede strumenti particolari, ma che può fornire un primo indizio utile per capire se sia il caso di approfondire la questione con un professionista.
Per eseguirlo correttamente bisogna sdraiarsi sulla schiena con le ginocchia piegate e la pianta dei piedi ben appoggiata a terra. A quel punto si posiziona una mano dietro la testa mentre con le dita dell’altra si preme delicatamente lungo la linea mediana dell’addome, all’altezza dell’ombelico. Sollevando leggermente la testa e le spalle dal pavimento ed espirando, si esercita una leggera pressione con le dita. Se queste affondano nel tessuto o se si avverte una separazione larga almeno due o tre dita che non tende a ridursi con la contrazione muscolare, il risultato potrebbe essere indicativo di una diastasi addominale.
È importante ricordare che questo autotest ha un valore puramente orientativo e non sostituisce in alcun modo la diagnosi di un professionista. Solo una valutazione medica o fisioterapica accurata (eventualmente supportata da un’ecografia addominale) può confermare la presenza e la severità della condizione.
Cosa succede in caso di diagnosi di diastasi addominale? Il primo approccio è generalmente conservativo e condotto sotto la guida di un professionista, che sia un fisioterapista o un medico esperto in riabilitazione del pavimento pelvico. Il fai da te può rivelarsi controproducente.
Il punto di partenza di qualsiasi percorso riabilitativo è il lavoro sul muscolo trasverso dell’addome. Le tecniche di respirazione diaframmatica e la co-attivazione del pavimento pelvico rappresentano le basi su cui costruire il recupero, e vanno padroneggiate prima di passare a qualsiasi esercizio più strutturato. Tra i movimenti più efficaci e raccomandati dalla fisioterapia specialistica rientrano il Bird Dog modificato, il ponte per i glutei, le retroversioni del bacino e la ginnastica ipopressiva, che agisce riducendo la pressione intra-addominale anziché aumentarla.
Altrettanto importante, se non di più, è sapere cosa evitare almeno nelle fasi iniziali del recupero. I crunch tradizionali, i sit-up, le torsioni intense del busto e il sollevamento di carichi pesanti sono da evitare perché incrementano la pressione endoaddominale, spingendo i visceri verso l’esterno e rischiando di aggravare la separazione muscolare già presente.
Nei casi in cui la diastasi superi i quattro o cinque centimetri, o quando il trattamento conservativo non produce risultati apprezzabili dopo un periodo compreso tra i sei e i dodici mesi, si apre la valutazione di un intervento chirurgico. Le opzioni disponibili includono l’addominoplastica tradizionale e tecniche mini-invasive come la laparoscopia, con le quali è possibile riavvicinare i muscoli retti e ripristinare la funzionalità della parete addominale in modo definitivo.

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