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Asintomatiche o non riconducibili al parto: tutto quello che c'è da sapere per riconoscere le aderenze e gestirle correttamente.

Il parto cesareo è a tutti gli effetti un intervento chirurgico. E come tale può portare a diverse conseguenze. Tra cui le cosiddette aderenze da cesareo. Le evidenze della letteratura scientifica riportate dall’International Journal of Gynecology & Obstetrics, mostrano che dopo un primo cesareo le aderenze si formano nel 46-65% delle donne. Con un secondo intervento la stima va dal 24% al 46%, con il terzo dal 43% al 75%, con il quarto si arriva fino all’83%. Questi numeri indicano chiaramente che più cesarei si affrontano, più il rischio aumenta in modo rilevante. Non è un caso (anche se le ragioni vanno oltre le aderenze) che l’indicazione degli ultimi anni è di ricorrere al taglio cesareo solamente quando strettamente necessario.
Tra le particolarità di questa condizione c’è che spesso molte donne non sanno di avere le aderenze da cesareo. Questo perché il più delle volte non danno sintomi evidenti. Altre, invece, convivono per mesi o anni con dolori e fastidi (anche importanti), senza collegare quei segnali alla cicatrice del cesareo.
Il taglio cesareo è un intervento che attraversa diversi strati del corpo (cute, tessuto sottocutaneo, fascia muscolare, peritoneo) e infine l’utero. Ogni strato che viene inciso guarisce, ma non sempre lo fa in modo indipendente dagli strati vicini. Le aderenze nascono proprio da questo e sono delle fasce di tessuto fibroso-cicatriziale che si formano tra strutture anatomiche normalmente separate, unendole in modo anomalo.
Dopo un cesareo, queste fasce possono svilupparsi tra l’utero e la parete addominale, tra la vescica e il segmento uterino inferiore, o intorno all’intestino. Non sono visibili dall’esterno e non lasciano tracce sulla cicatrice superficiale. Una caratteristica che le porta a essere spesso sottovalutate o non comprese correttamente.

Capire perché si formano le aderenze significa capire come il corpo risponde a qualsiasi trauma chirurgico. Quando i tessuti vengono incisi, il sistema di riparazione si attiva immediatamente. Viene quindi rilasciata la fibrina, una proteina che funge da impalcatura temporanea per sigillare le superfici danneggiate. In condizioni ideali, questa fibrina viene poi riassorbita nell’arco di pochi giorni grazie a un processo enzimatico chiamato fibrinolisi. Se questo processo non si completa, la fibrina si organizza in tessuto fibroso permanente: è così che nascono le aderenze.
Nel caso del cesareo, diversi fattori possono interferire con la fibrinolisi. L’esposizione del peritoneo all’aria, la disidratazione dei tessuti durante l’intervento, il sanguinamento locale e la risposta infiammatoria post-operatoria contribuiscono ad aumentare il rischio. Inoltre, come riportato dalla ricerca pubblicata su PubMed, la mancata chiusura del peritoneo durante il cesareo aumenta significativamente la probabilità di formazione di aderenze. Non si tratta quindi solo di una risposta biologica inevitabile, ma di un esito che può essere influenzato anche dalle scelte chirurgiche adottate durante l’intervento.
Non tutte le aderenze fanno male. Una parte delle donne che le sviluppa non avverte alcun sintomo specifico e non sa nemmeno di averle. Quando però le fasce fibrose coinvolgono organi con funzione attiva o si sviluppano in zone particolarmente dense di terminazioni nervose, i segnali possono essere molteplici e spesso difficili da ricondurre alla cicatrice del cesareo, soprattutto a distanza di mesi o anni dall’intervento.
Il sintomo più comune è un dolore addominale o pelvico cronico, che può essere sordo e continuo oppure acuto e intermittente, e che tende a peggiorare con il movimento, con lo sforzo fisico o in specifiche posizioni. Le aderenze che coinvolgono l’intestino possono invece manifestarsi con disturbi digestivi come gonfiore, crampi, stitichezza e, nei casi più gravi, con episodi di occlusione intestinale. Sul fronte ginecologico, la presenza di aderenze vicino all’utero o alle tube può causare cicli dolorosi, spotting intermestruale, dolore durante i rapporti sessuali e, in alcuni casi, difficoltà a ottenere una gravidanza successiva. Se le aderenze coinvolgono la vescica, possono comparire sintomi urinari come dolore durante la minzione o aumento della frequenza.
La presenza delle aderenze da cesareo può portare inoltre a mal di schiena, in particolare a livello lombare e sacrale. Un disturbo che molte donne attribuiscono alla gravidanza o al post-parto senza considerare il ruolo delle aderenze. Non è raro che donne con aderenze significative riferiscano un senso di pesantezza pelvica, difficoltà a stare in piedi a lungo o a compiere certi movimenti, e una generale sensazione di rigidità nella zona dell’ombelico verso il basso.
Il processo di formazione delle aderenze inizia subito dopo l’intervento. Le prime ore e i primi giorni sono quelli in cui si decide, a livello biologico, se la fibrina verrà riassorbita o se si trasformerà in tessuto fibroso. Generalmente questo processo si definisce entro i primi 3-7 giorni post-operatori. I sintomi, però, possono non comparire per settimane, mesi o addirittura anni. Questo sfasamento temporale tra la formazione e la comparsa dei sintomi è uno dei motivi principali per cui le aderenze vengono spesso diagnosticate in ritardo o confuse con altre condizioni.
Diagnosticare le aderenze non è semplice. A differenza di molte altre condizioni, non esiste un esame di imaging di routine in grado di rilevarle con certezza. Le ecografie tradizionali, le radiografie e le TAC raramente le mostrano in modo diretto. Ci sono però segnali e strumenti diagnostici che possono orientare la valutazione.
Un primo indizio può arrivare dall’esame obiettivo. Una cicatrice che al tatto appare dura, fibrosa, “incollata” ai tessuti sottostanti o che limita la mobilità della cute sovrastante è un segnale che vale la pena approfondire. L’ecografia transvaginale eseguita da un operatore esperto può rilevare un ridotto movimento degli organi pelvici durante la respirazione profonda, che è un indicatore indiretto della presenza di aderenze. L’unico metodo diagnostico capace di fornire una conferma assoluta resta però la laparoscopia, che permette di visualizzare direttamente la presenza, la sede e l’estensione delle aderenze.
Affrontare le aderenze post-cesareo richiede un approccio che tenga conto dell’entità del problema, dei sintomi presenti e degli obiettivi della persona. Non esiste una soluzione unica valida per tutti i casi, ma un serie di possibilità che va dalla gestione conservativa all’intervento chirurgico.
Sul piano fisioterapico e osteopatico, le manipolazioni fasciali e le tecniche di mobilizzazione tissutale rappresentano il primo approccio nei casi in cui le aderenze causano dolore o limitazioni funzionali senza complicanze gravi. Gli studi che hanno analizzato gli effetti della fisioterapia sulle conseguenze del parto cesareo evidenziano miglioramenti del dolore, della mobilità e della qualità della vita nelle pazienti trattate. Anche l’automassaggio della cicatrice (da iniziare non prima che la ferita sia completamente guarita e non più dolente) può contribuire a mantenere l’elasticità del tessuto cicatriziale superficiale. Un olio come quello di iperico favorisce la mobilizzazione dei piani fasciali e aiuta a prevenire l’irrigidimento progressivo della cicatrice.
Tra le terapie strumentali, la tecarterapia, le onde d’urto e le terapie a vibrazione locale possono favorire la microcircolazione e ammorbidire il tessuto fibroso. Nei casi in cui le aderenze causano sintomi severi, occlusione intestinale, infertilità o complicanze in una gravidanza successiva, l’opzione chirurgica diventa necessaria. L’adesiolisi (la sezione delle fasce fibrose) viene eseguita preferibilmente in laparoscopia per ridurre al minimo il trauma tissutale e, di conseguenza, il rischio di riformazione delle stesse aderenze. Bisogna poi considerare che qualsiasi intervento chirurgico nella zona crea di per sé nuove condizioni favorevoli alla formazione di aderenze, il che rende l’indicazione chirurgica una decisione da valutare con attenzione caso per caso.

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