Bambini e sessualità, pregiudizi e preconcetti - GravidanzaOnLine

Quando la mia bambina sarà una donna

La sessualità dei figli è circondata da preconcetti e aspettative: ma davvero ha senso ridurre tutto al tra-vestire i "maschietti" da Superman e le "femminucce" da principesse?

Un giorno — è lontano, ma non così lontano —, un giorno, lo so che succederà, scorgerò la curva del seno di mia figlia.
Sarà un momento incredibile.
Penserò: ma come?, fino all’altro ieri indossavi felpe coi coniglietti e adesso guarda in che cosa ti sei trasformata. Guarda in che guaio ti sei andata a infilare.

Quel giorno sarò molto più vecchio di adesso, un sacco di cose saranno andate a finire male, altre benissimo, l’entropia della vita avrà in autonomia accomodato certi disaccordi e sparigliato altre manate di carte, e guarderò nella donna che sarà diventata mia figlia il risultato degli sforzi che avrò fatto anche io negli anni per arrivare a quel preciso momento di rivelazione che, come ogni epifania, avrà sì la sua ombra minacciosa, ma condurrà anche a confortante chiarezza.
Mia figlia adulta, la bambina cresciuta.

Maschi vs. femmine

Nella narrativa genitoriale il pensiero dei figli diventati “grandi” è un classico: si comincia da subito ad attribuire a quelle piccolissime forme di esseri umani le stigmate degli adulti, secondo aspettative, speranze e — mi tocca dirlo — perfetta imbecillità. Ricordo che i primi afflati di questa tirannia dell’età adulta li colsi già in ospedale, con la bambina nata da poche ore, quando dividendo con altri neo-genitori gli spazi comuni della struttura, tutti così goffi e impreparati a quella cosa gigantesca e improvvisa, potevo sentirli parlare tra loro e pianificare di conseguenza l’immediato futuro in una chiave diabolicamente sessista.

Così i maschietti nati nemmeno da un’ora venivano conciati con cravattini e finti smoking o casacchine di Superman e le micro-femminucce con gonnelline e merletti, oppure confezionate da Perfette Principesse, piccole Paris Hilton senza impero ereditario.

Fiocchi azzurri e rosa, naturalmente, e il gergo, l’orgoglio, il lessico: ho dovuto fronteggiare padri impazziti (non saprei in che altri termini metterla) che volevano per forza fare conversazione con me circa il fatto che il loro maschietto “aveva sentito odore di bionda”, in riferimento a mia figlia, paventando, preconizzando per i loro pargoli (o condannandoli a) una vita di maschi alpha sventrapassere.

Divertente, rispondevo, sorseggiando i loro occhiolini come si fa col bicchiere di troppo che ti tocca bere per cortesia, ma nel frattempo pensavo: andrà a finire tutto malissimo, siamo fottuti se questa è la nostra impostazione di base, se in automatico riduciamo tutto a ciò.

La schiavitù del genere

Non che nell’altra metà del cielo le cose andassero tanto meglio: il balletto delle “femminucce” impazzava naturalmente anche lì, le piccole battute di violenza cameratesca tra genitori-padri, i facili riferimenti ai burqa, all’uso delle armi che avrebbe dovuto essere legalizzato per poter difendere le future concubine dagli assalti vili e ormonali dei sicuri pretendenti.

Palloncini festosi volteggiavano anche loro fiaccati da una certa stanchezza annoiata fuori dalle porte delle stanze o attaccati alle carrozzine, «It’s a boy!» o «It’s a girl!», coi colori relativi, addirittura le macchine conciate a festa, azzurro, rosa. Un musical neomelodico della mediocrità in cui l’appartenenza a un genere sessuale o all’altro sanciva il trionfo di certe aspettative o di altre.
Va bene, forse era anche un sistema per esorcizzare qualcosa che in quel momento — le prime ore da genitori — era infestato soprattutto da angoscia e paturnie, dubbi e recrudescenze freudiane.

Che mia figlia fosse femmina, per carità, non ci pioveva, e il suo esserlo me lo rammentavo ogni volta che la cambiavo e istintivamente facevo un passo indietro, come se guardassi una creatura aliena: una vagina!, ho creato una vagina!; ma gli stilemi della sua femminilità, i cliché, perfino, ammesso che li volesse e desiderasse, da subito mi era sembrato chiaro che dovesse essere lei a stabilirli o forgiarli.

Per molti mesi il suo è stato un sesso quasi esclusivamente biologico (o fiscale), a cui davvero pensavo di rado ma di continuo c’era la società che spingeva per affrettare i tempi: al supermercato le persone infilavano la testa nella carrozzina e ben prima di domandare “Posso?”, volevano sapere se fosse un “maschietto” o una “femminuccia”; perché questa era la prima cosa che contasse. Anzi l’unica. Contava solo il sesso. Se non si stabiliva prima il sesso, la conversazione nemmeno partiva.

Soprattutto all’inizio capitava che qualche sconosciuto, apostrofando la bambina, si confondesse e la prendesse per un maschio (molto più correttamente sarebbe da dire che non vedendo in mia figlia nessun ornamento da tribù primitiva rispondente a una specifica appartenenza sessuale quali: boccolini, coroncine, gonnelline, davano per scontato che fosse un maschio): quasi mai correggevo il tiro, ma qualche volta l’ho fatto e la reazione è stata di tale preoccupazione e sconcerto — coi malcapitati che misuravano un passo indietro talmente ampio — che mi dispiaceva per loro.

Davvero, erano costernati e letteralmente non sapevano come scusarsi; ma questo era niente rispetto a quello che succedeva quando la stessa cosa, ma al contrario, accadeva a certe coppie di amici i cui figli effettivamente maschi venivano presi per femminucce: poco ci mancava che si vedessero offerti dei soldi in cambio del perdòno.

Godersi il momento

La latente violenza che si nasconde dietro la questione della sessualità è grottesca ed è talmente radicata in noi — nella maggior parte di noi — che è diventata invisibile, come certe forme di razzismo.
Si è “maschi” o “femmine” come un’automobile appartiene a una casa tedesca o italiana e da lì si parte e finisce. È tutta una questione di pulegge, carburatori e cavalli.
Di “quanto l’hai pagata?”.

Succederà, dicevo.
Un giorno, lontano ma non lontanissimo, scorgerò la curva del seno di mia figlia, la scoprirò donna come mai mi sarà capitato prima e avrò un sussulto, perché quella, in quel preciso momento, quella sarà la prima volta che lo vedrò succedere e mi godrò la sorpresa, anziché aver costruito nel tempo un feticcio delle mie aspettative di maschio.

Ti è stato utile?
Rating: 5.0/5. Su un totale di 4 voti.
Attendere prego...
  • Un papà in costruzione

Categorie

  • Paternità