"Bello è magro". È ancora così per un adolescente su quattro

Una ricerca recente suggerisce che i giovanissimi sono ancora fortemente infleunzati da determinati standard estetici, complici anche i social media.

Per un adolescente su quattro “bello” significa ancora “magro”. È quanto emerge da un’indagine della Fondazione The Bridge, realizzata nell’ambito del progetto Food for Fine di Terre des Hommes, che fotografa il rapporto sempre più complesso dei giovani con il proprio corpo e mette in luce la diffusione di modelli estetici irrealistici, spesso alimentati dai social network.

La ricerca, condotta nelle scuole secondarie di secondo grado delle province di Milano, Monza e Brianza, Como, Varese e Lecco, ha coinvolto oltre 400 studenti e studentesse e 69 docenti. Ne emerge il ritratto di una generazione che vive il corpo come qualcosa da controllare, correggere e perfezionare per aderire a un ideale estetico percepito come irraggiungibile. Solo il 20% degli adolescenti associa infatti la bellezza alla salute, mentre, tra il 77% che pratica attività sportiva, sei ragazzi su dieci dichiarano di farlo soprattutto per mantenere la forma fisica.

Secondo Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro, questi dati confermano un cambiamento culturale in atto da anni. “La società si è progressivamente spostata da un modello fondato sul corpo sessuale a uno incentrato sul corpo estetico. Oggi il valore attribuito al corpo dipende soprattutto dalla sua immagine: deve essere bello, performante e visibile. Questo fenomeno riguarda ormai tanto le ragazze quanto i ragazzi”.

L’indagine evidenzia anche importanti differenze tra maschi e femmine. Le adolescenti riportano livelli di benessere inferiori rispetto ai coetanei in tre delle quattro dimensioni analizzate: soddisfazione corporea, rapporto con il cibo e benessere psicologico. In particolare, l’indice di soddisfazione corporea delle ragazze si colloca al di sotto della soglia di criticità individuata dallo studio.

“Le ragazze tendono a esprimere maggiormente il disagio e vivono in una società che continua a proporre modelli estetici estremamente rigidi –  osserva Lancini – Ma questo non significa che i ragazzi stiano meglio. Anche gli adolescenti maschi sono sempre più esposti alla pressione dell’immagine e manifestano forme di sofferenza, seppur con modalità differenti”.

La ricerca mette in evidenza anche la crescente diffusione di diete e integratori tra i giovanissimi. Un adolescente su due afferma di conoscere coetanei che utilizzano prodotti per dimagrire più rapidamente o migliorare il proprio aspetto fisico, mentre il 18% dichiara di farne uso personalmente.

A influenzare questi comportamenti sembrano essere soprattutto i contenuti visualizzati sui social media. Gli adolescenti maggiormente esposti a immagini e messaggi legati al culto del corpo riportano infatti livelli più bassi di soddisfazione corporea, un rapporto più difficile con il cibo e un benessere psicologico complessivamente più fragile.

Per Lancini il problema non riguarda soltanto i giovani. “Viviamo in una società ossessionata dalla performance e dall’immagine, in cui diete e integratori sono stati normalizzati. Gli adolescenti cercano informazioni online e imitano ciò che osservano negli adulti. La vera criticità è proprio il modello adulto: da un lato si denuncia la dipendenza dei ragazzi dai social, dall’altro gli stessi adulti sono spesso concentrati sull’apparire e sulla ricerca di consenso online. Questa incoerenza mina la fiducia delle nuove generazioni”.

Lo studio ha coinvolto anche 69 docenti lombardi. Quasi sette insegnanti su dieci dichiarano di aver avuto in classe, negli ultimi tre anni, studenti con disturbi alimentari sospetti o già diagnosticati.

Accanto alla percezione di un aumento del fenomeno emerge però una preparazione ancora insufficiente. Circa la metà degli insegnanti ammette di conoscere poco o nulla il tema e solo il 5,8% ha ricevuto una formazione specifica promossa dalla scuola. Oltre il 50% afferma invece di non aver avuto alcuna preparazione.

“Questa ricerca conferma con i numeri una realtà che non possiamo più ignorare – sottolinea Luisa Brogonzoli, coordinatrice del Centro Studi della Fondazione The Bridge – Il disagio è molto più diffuso di quanto gli adulti percepiscano e non può essere liquidato come un’inquietudine passeggera. La scuola rappresenta un osservatorio privilegiato, ma gli insegnanti spesso non dispongono degli strumenti necessari per riconoscere e affrontare queste situazioni. La conoscenza e la formazione rappresentano il primo e più importante intervento di prevenzione”.

Seguici anche su Google News!
Ti è stato utile?
Non ci sono ancora voti.
Attendere prego...