La storia di Theo, operato in utero alla 26a settimana usando il Botox

I medici hanno condotto un'operazione senza precedenti per curare la grave forma di gastroschisi del bambino, usando anche il Botox.

Theo non era ancora venuto al mondo quando i medici hanno deciso di operarlo. Alla 26ª settimana di gravidanza, il piccolo è stato sottoposto negli Stati Uniti a un innovativo intervento di chirurgia fetale per trattare una grave forma di gastroschisi, una rara malformazione congenita che provoca la fuoriuscita dell’intestino dall’addome durante lo sviluppo del feto.

La storia, raccontata dalla BBC, rappresenta uno dei primi tentativi di intervenire direttamente sulla malattia prima della nascita, con l’obiettivo di evitare che il difetto continui a danneggiare l’intestino durante la gravidanza. Sebbene si tratti ancora di una procedura sperimentale riservata a casi altamente selezionati, il risultato apre nuove prospettive nella cura delle forme più complesse della patologia.

Cos’è la gastroschisi

La gastroschisi è una malformazione della parete addominale che si sviluppa durante la gravidanza. A causa di un’apertura vicino all’ombelico, parte dell’intestino fuoriesce dall’addome del feto, rimanendo immersa nel liquido amniotico e priva della protezione di una membrana.

Nella maggior parte dei casi, definiti “semplici”, il problema viene corretto chirurgicamente subito dopo il parto, con buone possibilità di guarigione. Esistono però forme molto più gravi, dette “complesse”, nelle quali l’intestino può subire restringimenti, perforazioni, torsioni o addirittura andare incontro a necrosi. In queste situazioni aumenta il rischio di infezioni, interventi chirurgici multipli, lunghi ricoveri e alimentazione per via endovenosa. Nei casi più severi può svilupparsi anche la sindrome dell’intestino corto, che compromette la capacità di assorbire nutrienti e liquidi.

Per Theo i medici hanno scelto una strada mai percorsa su larga scala. Attraverso una tecnica fetoscopica, che utilizza piccoli strumenti introdotti nell’utero senza ricorrere a un intervento chirurgico tradizionale, hanno raggiunto il feto e tentato di correggere il difetto già durante la gravidanza.

L’idea alla base della procedura è che una parte dei danni intestinali non sia presente fin dall’inizio, ma si sviluppi progressivamente proprio perché l’intestino rimane esposto al liquido amniotico e alla pressione esercitata dall’apertura addominale. Intervenire prima della nascita potrebbe quindi limitare queste lesioni, migliorando la prognosi dei casi più gravi.

Il trattamento rientra in uno studio clinico del Baylor College of Medicine, che punta a verificare sicurezza e fattibilità della chirurgia fetoscopica nelle forme più complesse di gastroschisi.

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’intervento riguarda l’impiego della tossina botulinica di tipo A, nota al grande pubblico come Botox.

In questo caso il farmaco non è stato utilizzato a scopo estetico, ma come potente miorilassante. Guidati dall’ecografia, i chirurghi hanno iniettato la tossina nei muscoli addominali del feto per ridurne la tensione e facilitare sia il riposizionamento dell’intestino all’interno dell’addome sia la chiusura del difetto.

L’operazione è stata eseguita attraverso tre piccoli accessi fetoscopici. Nei controlli successivi la parete addominale risultava chiusa e alcuni segni ecografici di sofferenza intestinale erano scomparsi.

Nonostante il risultato incoraggiante, gli specialisti invitano alla prudenza. Il successo di un singolo caso non basta a dimostrare che la procedura sia più efficace o più sicura rispetto alla chirurgia eseguita dopo la nascita.

La chirurgia fetale comporta infatti rischi importanti sia per il bambino sia per la madre, tra cui rottura precoce delle membrane, parto prematuro, infezioni e altre complicanze ostetriche. Anche quando l’approccio è mininvasivo, i medici devono sempre valutare attentamente il rapporto tra benefici e possibili rischi, poiché ogni intervento coinvolge contemporaneamente due pazienti.

Per questo motivo il caso di Theo rappresenta soprattutto un importante traguardo scientifico e non ancora una nuova terapia standard. Saranno necessari studi su un numero molto più ampio di pazienti, confronti con le tecniche tradizionali e un lungo monitoraggio nel tempo per capire se operare alcuni bambini prima della nascita possa realmente migliorarne la prognosi.

La vicenda di Theo mostra però come la medicina fetale stia aprendo scenari fino a pochi anni fa impensabili: non aspettare più il parto per iniziare a curare, ma intervenire mentre la malattia è ancora in evoluzione, cercando di impedirne i danni prima ancora che il bambino venga al mondo.

Seguici anche su Google News!
Ti è stato utile?
Non ci sono ancora voti.
Attendere prego...