Sindrome fetoalcolica, il 12% delle donne consuma alcol anche in gravidanza. Ed è pericolosissimo

Per evitare qualsiasi tipo di problema di sviluppo del bambino è importante non consumare alcol non solo in gravidanza, ma anche se si sta cercando di restare incinte.

Il 12% delle donne continua a consumare alcol durante la gravidanza. Ogni mille nati vivi si registrano 1,2 casi di sindrome fetoalcolica nella sua forma completa e circa 60 casi di forme più sfumate, i cui effetti possono diventare evidenti soltanto nel corso della crescita.

Sono i dati richiamati dalla sezione ligure della Società italiana di Alcologia in occasione della Giornata mondiale per la prevenzione della sindrome fetoalcolica, che ricorre il 9 settembre. Per gli esperti, la sola cosa sicura da fare è non consumare alcol in gravidanza, ma anche nel periodo in cui la si sta programmando e durante l’allattamento, con il partner che deve seguire questo medesimo percorso.

Il rischio, infatti, non è legato esclusivamente alla presenza di una dipendenza da alcol, ma il consumo stesso, visto che tutto l’alcol che beve la mamma raggiunge embrione e feto.

Un elemento particolarmente rilevante se si considera che il 65% delle donne in età fertile consuma bevande alcoliche, mentre soltanto il 42% delle gravidanze è programmato. Le prime settimane di gestazione possono quindi trascorrere senza che la donna sappia ancora di essere incinta.

Per questo, se prima di scoprire la gravidanza si è consumato alcol è importante informare il medico o il ginecologo, così da consentire un’adeguata valutazione e l’eventuale individuazione di problemi.

Gli effetti dell’esposizione prenatale all’alcol possono essere molto diversi. I disturbi dello spettro della sindrome fetoalcolica (FASD) possono determinare ritardi della crescita, anomalie fisiche e danni neurologici, con conseguenze sulle capacità di attenzione, memoria, linguaggio e apprendimento.

Non sempre, però, il quadro è immediatamente riconoscibile: spesso sono forme sfumate difficili da diagnosticare subito; le problematiche possono emergere in un secondo momento, con lo sviluppo del bambino.

È in questi casi che, secondo gli esperti, si può parlare anche di una possibile “disabilità invisibile”: il bambino può non presentare alla nascita o nei primi anni caratteristiche fisiche evidenti, mentre con la crescita possono comparire difficoltà comportamentali, cognitive e scolastiche.

Particolare attenzione, secondo quanto emerso dalla sezione ligure della Società italiana di Alcologia, deve essere prestata ai bambini adottati dall’Est Europa, in particolare provenienti da Paesi come Russia, Ucraina e Polonia, nei quali possono essere presenti diagnosi di ADHD o disturbo dello spettro autistico. In alcuni casi, osservano gli esperti, queste condizioni possono essere associate all’esposizione prenatale all’alcol dovuta al consumo della madre biologica durante la gravidanza.

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