
Nota anche come Trisomia 21, la sindrome di Down è una condizione genetica che può essere rilevata durante la gravidanza con esami specifici.
A proporre la nuova prospettiva uno studio italiano che ha analizzato diverse classi di autocorpi.

Ci potrebbe essere una componente autoimmune, finora poco esplorata, alla base della sindrome di Down, indipendentemente dall’età materna; la novità emerge da uno studio prospettico caso – controllo condotto dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, pubblicato sull’International Journal of Molecular Sciences, che ha indagato il ruolo degli autoanticorpi materni diretti contro la zona pellucida dellìovocita.
Le conclusioni a cui è giunta la nuova ricerca ribalterebbero parzialmente quanto ritenuto valido finora, ovvero che la trisomia 21 sia generalmente associata all’età materna, a causa di rischio aumentato di errori meiotici negli ovociti.

Nota anche come Trisomia 21, la sindrome di Down è una condizione genetica che può essere rilevata durante la gravidanza con esami specifici.
La tesi finora considerata, infatti, non spiega i casi osservati in donne giovani, per questo motivo il lavoro, coordinato da Giuseppe Noia, ha introdotto una variabile aggiuntiva: l’autoimmunità materna come possibile fattore di rischio indipendente.
Lo studio ha interessato 58 donne in un periodo compreso tra settembre 2020 e ottobre 2022, divise in due gruppi: le madri che avevano avuto una gravidanza con trisomia 21 da un lato, e un gruppo di controllo con gravidanze senza anomalie cromosomiche.
L’analisi di Noia e dei suoi collaboratori si è concentrata su tre classi di autoanticorpi: Anti-zona pellucida (anti-ZP-Ab), diretti contro la membrana glicoproteica che riveste l’ovocita, fondamentale per il riconoscimento dello spermatozoo e per i processi di fecondazione. Anticorpi anti-tiroide, in particolare anti-tireoperossidasi (aTPO) e anti-tireoglobulina (aTgII), già noti in ambito autoimmune.
Gli anticorpi anti-ZP-Ab sono stati misurati mediante test ELISA nel periodo successivo al parto, mentre gli anticorpi tiroidei sono stati valutati attraverso la piattaforma Allelica IM. L’analisi statistica ha previsto l’impiego di modelli di regressione lineare e di curve ROC (Receiver Operating Characteristic), con calcolo dell’area sotto la curva (AUC) per determinare la capacità predittiva dei biomarcatori.
I dati evidenziano una netta differenza tra i gruppi: nelle donne con gravidanza affetta da trisomia 21, che generalmente è una delle trisomie rilevate da bitest e NIPT, i livelli di anticorpi anti-zona pellucida risultano significativamente più elevati rispetto ai controlli. L’odds ratio, corretto per l’età materna, è pari a 71,52 (intervallo di confidenza al 95%: 7,05–725,18), valore che indica un’associazione particolarmente forte.
Sul piano diagnostico, il test mostra prestazioni molto elevate, con un’AUC di 0,94 (IC 95%: 0,88–1,00), indice di un’eccellente capacità discriminante. Per valori di densità ottica superiori a 1, l’accuratezza raggiunge l’89,7%.
Al contrario, non sono state osservate differenze statisticamente significative nei livelli di anticorpi anti-tiroide tra i due gruppi analizzati. Inoltre, né gli anti-ZP-Ab né gli anticorpi tiroidei presentano correlazioni con l’età materna, rafforzando l’ipotesi di un meccanismo indipendente dall’invecchiamento ovocitario
La zona pellucida è una membrana che circonda l’ovocita e ha un ruolo importante nella riproduzione: lo protegge, aiuta l’incontro con lo spermatozoo e favorisce il corretto avvio dello sviluppo dell’embrione. Se l’organismo produce anticorpi contro questa struttura, il suo funzionamento potrebbe alterarsi e interferire con passaggi delicati come la fecondazione o le prime divisioni cellulari. Questo potrebbe aumentare il rischio di errori nei cromosomi, compresa la mancata separazione del cromosoma 21, responsabile della trisomia 21.
I risultati dello studio suggeriscono che il controllo degli anticorpi anti-zona pellucida potrebbe essere utile prima di una gravidanza, soprattutto per individuare donne a rischio anche quando l’età non rappresenta un fattore rilevante. In futuro ciò potrebbe aprire la strada a strategie preventive o a trattamenti mirati sul sistema immunitario prima del concepimento.
Gli autori precisano però che lo studio mostra solo un legame tra questi anticorpi e la trisomia 21, senza dimostrare un rapporto di causa-effetto. Inoltre il numero di partecipanti era limitato, quindi saranno necessari studi più ampi e prolungati nel tempo per confermare i risultati e capire meglio i meccanismi biologici coinvolti.
Questo lavoro propone comunque una nuova prospettiva: oltre all’età materna, anche fattori immunologici, ancora poco conosciuti, potrebbero contribuire al rischio di trisomia 21.