Nasce tetraplegico dopo parto indotto. Maxi risarcimento alla famiglia

La vicenda è avvenuta a Reggio Emilia nel 2020. Per la giudice alla madre non sarebbe stato fatto firmare il consenso informato per il parto indotto.

L’Ausl di Reggio Emilia dovrà pagare un maxi risarcimento ai genitori di un bambino, oggi di sei anni, nato tetraplegico all’ospedale di Santa Maria Nuova, in seguito a un parto indotto.

Per la giudice Camilla Sommariva la mamma del piccolo, se fosse stata informata dal personale ospedaliero, non avrebbe mai accettato l’induzione del parto; in particolare, la famiglia ha chiesto che l’Ausl dichiari la propria responsabilità “per omessa informazione dei rischi derivanti dalla somministrazione dell’ossitocina” come paziente che aveva già subito un cesareo.

Le accuse riguardano quindi la “violazione dell’obbligo di assumere il consenso informato” e la “lesione del diritto alla autodeterminazione”, da cui “è derivato il gravissimo danno alla salute del figlio”, come si legge nella sentenza.

A sua difesa l’azienda sanitaria spiega che il consenso informato è stato “regolarmente acquisito” e che l’ipossia fetale, in quanto acuta, “trova la sua materiale causa in un imprevedibile distacco focale della placenta”.

Nella sentenza sono descritte anche le condizioni in cui versa il bambino, che è costretto a usare un demabulatore per potersi sedere, il pannolino, oltre che impossibilitato a comunicare con la parola, limitandosi ai gesti. Per queste ragioni il piccolo necessita di un aiuto continuo, sia in casa che fuori, oltre che di supporto esterno, venendo assistito dal “dipartimento materno-infantile riabilitazione delle gravi disabilità dell’età evolutiva”.

Un cesareo, secondo la giudice, avrebbe evitato la sofferenza fetale causa dei danni neurologici. Con la sentenza si è posta la parola fine a una vicenda iniziata il 20 gennaio del 2020, quando la donna viene ricoverata alla struttura complessa di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Reggio Emilia per una rottura prematura della acque durante la gravidanza del secondogenito; per indurle il parto le è stata somministrata la prima dose di ossitocina, ma, secondo la sentenza, senza alcun consenso informato; l’ossitocina sarebbe stata incrementata ogni mezzora, secondo uno schema che sarebbe stato firmato unicamente dall’ostetrica. Il bambino è poi nato con l’utilizzo della ventosa ostetrica, riportando gravi danni seguenti all’asfissia. Il risarcimento stabilito dalla giudice si aggira sui 3 milioni 750 mila. L’Ausl di Reggio Emilia, al momento, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

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