
Intorno alla Procreazione Medicalmente Assistita prevalgono più gli interessi economici o quelli medici? Il dibattito è in corso.
Lo studio sul base editing ha riacceso il confronto internazionale sui limiti etici e biologici delle modifiche genetiche ereditabili.

La possibilità di modificare il DNA umano rappresenta una delle frontiere più avanzate della biotecnologia contemporanea. Da anni le tecniche di editing genetico vengono studiate e, in alcuni casi, già utilizzate per trattare malattie ereditarie gravi in persone nate con specifiche mutazioni genetiche. Più complesso e controverso rimane invece l’impiego di queste tecnologie sugli embrioni umani, soprattutto a causa dei rischi biologici ed etici ancora irrisolti.
Un nuovo studio condotto da ricercatori della Columbia University di New York sostiene di aver ridotto alcuni dei principali limiti associati all’editing genetico embrionale grazie all’utilizzo del cosiddetto base editing, una tecnica considerata più precisa rispetto al sistema CRISPR-Cas9 sviluppato circa quindici anni fa da Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna. La ricerca è stata pubblicata come preprint, quindi non ancora sottoposta a revisione scientifica indipendente, ma ha già attirato grande attenzione nella comunità scientifica internazionale.
Uno degli aspetti più discussi riguarda anche il coinvolgimento di Nathan Treff, direttore clinico di Nucleus Genomics, azienda statunitense specializzata nell’analisi genetica degli embrioni. La società fornisce valutazioni probabilistiche sul rischio di malattie ereditarie e su alcune caratteristiche biologiche, come altezza, colore degli occhi o predisposizioni cognitive, dati che possono essere utilizzati nella selezione embrionale durante i percorsi di procreazione medicalmente assistita. Si tratta di pratiche che sollevano interrogativi etici particolarmente rilevanti.

Intorno alla Procreazione Medicalmente Assistita prevalgono più gli interessi economici o quelli medici? Il dibattito è in corso.
Il DNA umano contiene le informazioni necessarie allo sviluppo e al funzionamento dell’organismo. Queste informazioni sono codificate attraverso una sequenza di quattro basi chimiche — adenina (A), timina (T), guanina (G) e citosina (C). Molte malattie genetiche derivano da alterazioni minime, come la sostituzione di una singola base.
Le tecniche di editing genetico mirano proprio a correggere queste variazioni. Il sistema CRISPR-Cas9 funziona tagliando il DNA in un punto preciso: successivamente la cellula tenta di riparare il danno, ricucendo le estremità oppure utilizzando un modello genetico fornito dai ricercatori.
Tuttavia, negli embrioni umani questo processo si è dimostrato particolarmente problematico. Studi precedenti avevano evidenziato come la riparazione del DNA nelle primissime fasi dello sviluppo possa provocare perdite di materiale genetico, incluse porzioni di cromosomi o interi cromosomi. Alterazioni di questo tipo possono compromettere lo sviluppo embrionale e aumentare il rischio di malattie congenite o tumori.
Per superare questi limiti è stato sviluppato il base editing, introdotto nel 2016 dal gruppo di David Liu dell’Università di Harvard. A differenza di CRISPR, questa tecnica non taglia il DNA, ma modifica direttamente una base genetica trasformandola in un’altra. Per esempio, una adenina può essere convertita in una guanina senza provocare una rottura della doppia elica.
L’assenza del taglio riduce significativamente il rischio di perdita di materiale cromosomico. Il limite del base editing, però, è la minore versatilità: la tecnica può intervenire solo su specifiche mutazioni puntiformi e in regioni limitate del genoma.
Nel nuovo studio i ricercatori della Columbia University hanno utilizzato il base editing su geni già ampiamente studiati, tra cui PCSK9, coinvolto nella regolazione del colesterolo e nel rischio cardiovascolare, e HBG1/HBG2, geni associati a malattie del sangue come anemia falciforme e beta-talassemia.
I risultati mostrano che, rispetto a CRISPR, il base editing non ha causato grandi perdite cromosomiche negli embrioni analizzati. Rimane però un problema significativo: il mosaicismo genetico.
Nelle prime fasi dello sviluppo l’embrione è composto da poche cellule che si dividono rapidamente. Se la modifica genetica avviene dopo l’inizio delle divisioni cellulari, alcune cellule possono essere corrette mentre altre restano inalterate. Questo fenomeno prende il nome di mosaicismo genetico.
Le conseguenze sono difficili da prevedere e dipendono dal numero di cellule coinvolte e dai tessuti che da esse deriveranno. Nel lavoro della Columbia il mosaicismo è stato osservato nella maggior parte degli embrioni studiati, motivo per cui gli stessi autori sottolineano che l’applicazione clinica della tecnica sarebbe oggi prematura.
Modificare geneticamente un embrione comporta implicazioni molto diverse rispetto all’intervento su cellule di una persona già nata. Se la modifica avviene nelle prime fasi dello sviluppo, infatti, potrebbe essere trasmessa non solo all’individuo che nascerà, ma anche alle generazioni successive attraverso cellule uovo o spermatozoi.
Questo significa che eventuali errori o effetti indesiderati potrebbero diventare ereditabili e manifestarsi anche a distanza di anni o generazioni. Per questo motivo molti esperti ritengono necessario mantenere forti limitazioni normative e un ampio dibattito pubblico sul tema.
La discussione riguarda non solo la sicurezza biologica, ma anche le possibili applicazioni non terapeutiche dell’editing genetico. Il timore più diffuso è che queste tecnologie possano essere utilizzate non soltanto per prevenire malattie gravi, ma anche per selezionare o modificare caratteristiche considerate desiderabili, avvicinandosi a pratiche riconducibili al concetto di eugenetica.
Le terapie geniche oggi autorizzate riguardano quasi esclusivamente persone già nate. Un esempio è Casgevy, la prima terapia basata su CRISPR approvata per il trattamento dell’anemia falciforme e di alcune forme severe di beta-talassemia.
Anche il base editing ha già trovato applicazioni sperimentali in ambito clinico: nel 2025 è stato utilizzato su un neonato affetto da una rara malattia genetica e successivamente testato su pazienti adulti intervenendo sul gene PCSK9.
Questi trattamenti, tuttavia, non coinvolgono embrioni e non producono modifiche ereditarie.
La regolamentazione dell’editing genetico embrionale varia notevolmente da Paese a Paese. In Italia un esperimento come quello condotto dalla Columbia University sarebbe difficilmente compatibile con la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. L’articolo 13 vieta infatti la sperimentazione sugli embrioni umani salvo finalità esclusivamente terapeutiche o diagnostiche rivolte alla tutela dell’embrione stesso e in assenza di alternative.
Negli Stati Uniti non esiste invece un divieto assoluto di ricerca sugli embrioni, ma dal 1996 i fondi federali non possono essere utilizzati per creare o distruggere embrioni a fini sperimentali. Inoltre, il Congresso impedisce alla Food and Drug Administration di autorizzare sperimentazioni cliniche che prevedano modifiche genetiche ereditabili sugli embrioni umani.
Anche per questo motivo molti studi sul tema vengono sostenuti da finanziamenti privati.
Particolare attenzione ha suscitato il ruolo di Nucleus Genomics, l’azienda che ha finanziato parte della ricerca. La società utilizza modelli probabilistici per attribuire agli embrioni punteggi relativi al rischio genetico di alcune patologie e ad alcune caratteristiche fisiche o cognitive.
Secondo numerosi genetisti, però, le stime relative a tratti complessi come intelligenza o altezza restano altamente incerte, perché dipendono da migliaia di varianti genetiche e da fattori ambientali difficili da controllare.
Il timore della comunità scientifica è che la combinazione tra selezione embrionale ed editing genetico possa aprire la strada a nuove forme di disuguaglianza biologica e sociale. Proprio per questo, nel 2025 diverse società scientifiche internazionali hanno chiesto una nuova moratoria decennale sull’editing genetico ereditabile umano, almeno fino al 2035.