Microplastiche nel liquido seminale: cosa dice lo studio dell'Università di Padova

Da anni si parla di microplastiche e del loro potenziale effetto, anche in virtù dell’elevata diffusione, sulla salute dell’uomo. Sebbene non esista una definizione internazionalmente riconosciuta, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) indica diverse tipologie di rischi derivanti dalle microplastiche. Rischi di natura fisica, chimica o microbiologica. Solo per dirne alcuni, si conoscono potenziali effetti avversi per la capacità delle microplastiche di attraversare le barriere biologiche (come l’intestino e la placenta), di danneggiare alcuni organi e l’apparato respiratorio e digerente, di agire come interferenti endocrini e di condizionare negativamente la fertilità e lo sviluppo embrionale nelle prime fasi.

Proprio sugli effetti sulla fertilità si è concentrata una nuova ricerca dell’Università di Padova, coordinata dal professor Carlo Foresta, che documenta per la prima volta la presenza di centinaia di particelle nel liquido seminale maschile, con quantità stimate attorno a 50 unità per millilitro e dimensioni paragonabili a quelle degli spermatozoi.

I risultati dello studio dell’Università di Padova

Lo studio, condotto dal gruppo del professor Carlo Foresta insieme ai professori Andrea Di Nisio e Lucio Litti, ha analizzato campioni di liquido seminale provenienti da uomini sani con parametri riproduttivi nella norma. In tutti i sei campioni esaminati sono state individuate microplastiche disperse nel plasma seminale, con dimensioni comprese tra circa 2 e 13 micrometri. Si tratta di grandezze minime, sovrapponibili a quelle della testa degli spermatozoi (che misura in media tra 5 e 8 micrometri=. Una quantità non elevata se confrontata con la densità cellulare del liquido seminale, ma sufficiente a confermare che l’esposizione ambientale a queste particelle raggiunge anche il sistema riproduttivo maschile, così come già osservato in altri fluidi biologici (tra cui sangue e latte materno).

L’analisi chimica delle particelle ha mostrato la presenza di polimeri estremamente comuni nella vita quotidiana, come polietilene, polipropilene e polistirene, ovvero tutti quei materiali che derivano da imballaggi, contenitori e tessuti sintetici. Un risultato che suggerisce due conclusioni. Da una parte gli effetti sulla qualità del liquido seminale e sulla fertilità maschile e dall’altro come la continua esposizione ambientale alle microplastiche possa tradursi in un accumulo all’interno dell’organismo umano.

L’aspetto forse più interessante riguarda però la localizzazione delle microplastiche. Le particelle identificate nel liquido seminale non aderiscono agli spermatozoi e non penetrano al loro interno, ma restano disperse nel plasma, senza creare un contatto diretto con le cellule riproduttive. Un elemento che, secondo i ricercatori, spinge a considerare che eventuali effetti sulla fertilità potrebbero essere mediati da meccanismi indiretti, in particolare dalle strutture che le particelle attraversano lungo il loro percorso, come testicoli, epididimo e prostata.

Proprio la prostata è emersa come un possibile snodo chiave. Nel tessuto prostatico sono state infatti rinvenute microplastiche di dimensioni mediamente maggiori rispetto a quelle presenti nel liquido seminale. Una differenza che fa ipotizzare una funzione simile a un filtro biologico, capace di trattenere le particelle più grandi e di lasciare passare soltanto quelle più piccole. Nel loro insieme, questi dati aprono la possibilità di considerare il liquido seminale come un indicatore biologico utile per valutare l’esposizione alle microplastiche. Un punto di partenza importante, che secondo gli autori della ricerca dovrà essere approfondito con ulteriori studi, soprattutto per comprendere il ruolo delle particelle ancora più piccole, come le nanoplastiche, che oggi sfuggono alle tecniche di rilevazione più comuni.

Che cosa sono le microplastiche e perché finiscono nel corpo umano

Le microplastiche vengono definite come piccoli frammenti di plastica inferiori ai cinque millimetri e sono ormai presenti in ogni ambiente naturale. La loro diffusione è così ampia da aver raggiunto l’aria, l’acqua potabile, il suolo e la catena alimentare, come indicato dal rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). L’ingestione attraverso cibi e bevande contaminate e l’inalazione di particelle sospese sono oggi riconosciute come le principali vie di esposizione. L’aspetto importante, come evidenziato dallo studio pubblicato su Nature, è che le particelle più piccole, in particolare quelle nell’ordine dei micrometri, possono attraversare barriere biologiche e raggiungere organi e fluidi corporei

Gli effetti potenziali delle microplastiche sulla fertilità maschile

Gli effetti delle microplastiche sono ancora oggi oggetto di indagini scientifiche, come quelle condotte dal team dell’Università di Padova. Questo anche perché le evidenze sugli esseri umani sono ancora limitate, mentre gli studi su modelli animali forniscono indicazioni preoccupanti. L’esposizione alle microplastiche, infatti, può causare tossicità riproduttiva. Nei roditori esposti sperimentalmente si osserva una riduzione del numero di spermatozoi, della loro motilità e vitalità. Aumentano anche le anomalie morfologiche delle cellule germinali.

Inoltre le microplastiche possono ridurre i livelli di testosterone e alterare gli ormoni che regolano la spermatogenesi, come LH e FSH. C’è poi il coinvolgimento della barriera emato-testicolare, una struttura fondamentale che protegge il microambiente necessario alla produzione degli spermatozoi. Il danneggiamento di questa barriera compromette l’equilibrio fisiologico del testicolo.

Come evidenziato in una revisione pubblicata su Toxics, gli studi sperimentali dimostrano che l’esposizione cronica a microplastiche altera significativamente i parametri seminali negli animali da laboratorio. Rimane da stabilire se questi effetti si manifestino con la stessa intensità nell’uomo. La quantità di microplastiche trovata nel liquido seminale umano è relativamente bassa rispetto alla densità cellulare. Ma l’esposizione è continua e duratura nel tempo.

Come ridurre l’esposizione alle microplastiche nella vita quotidiana

È possibile, anche tenendo conto della loro diffusione (e dei potenziali effetti negativi sulla salute e sulla fertilità umana), ridurre l’esposizione alle microplastiche? Eliminarle del tutto è irrealistico e impossibile, ma si possono adottare abitudini e strategie che ne limitino l’ingresso nell’organismo. Un primo intervento utile riguarda la conservazione degli alimenti. Evitare contenitori di plastica limita la migrazione di microparticelle e additivi chimici nel cibo. Il problema è particolarmente rilevante per gli alimenti grassi, che favoriscono il rilascio di molecole dal contenitore. Preferire vetro, acciaio inossidabile o ceramica riduce significativamente l’esposizione. Parallelamente va posta attenzione al consumo di cibi in scatola. Uno studio ha documentato una correlazione tra l’uso di alimenti in lattina e livelli elevati di Bisfenolo A nelle urine. Il BPA viene utilizzato nel rivestimento interno delle lattine per prevenire la corrosione. Ridurre il consumo di prodotti inscatolati o scegliere alternative prive di BPA rappresenta una scelta precauzionale ragionevole.

Sempre in ambito alimentare meglio preferire prodotti freschi e minimamente lavorati riduce il contatto con imballaggi plastici. Quando possibile, scegliere alimenti sfusi o confezionati in materiali alternativi, così come lavare accuratamente frutta e verdura rimuove parte delle microplastiche depositate sulla superficie.

Grande attenzione va rivolta anche al lavaggio di frutta e verdura. Uno studio pubblicato sul Journal of Hazardous Materials ha mostrato che il lavaggio accurato dei prodotti ortofrutticoli riduce in modo significativo la presenza di microplastiche sulla loro superficie, con una maggiore efficacia quando il risciacquo viene accompagnato da immersione in acqua.

Anche l’acqua potabile può contenere microplastiche. I sistemi di filtrazione domestica con membrane adeguate riducono la concentrazione di particelle. Non tutti i filtri sono ugualmente efficaci. Quelli con pori inferiori a un micrometro bloccano la maggior parte delle microplastiche. L’acqua in bottiglia non rappresenta necessariamente un’alternativa più sicura in quanto diverse analisi hanno rilevato concentrazioni significative di microplastiche anche nell’acqua imbottigliata.

I cosmetici e i prodotti per la cura personale costituiscono un’altra fonte importante di esposizione alle microplastiche. Molti contengono microsfere di plastica usate come esfolianti o addensanti. L’indicazione è di leggere le etichette e scegliere prodotti naturali privi di polimeri sintetici. Questo accorgimento permette di ridurre l’esposizione dermica e limitare il rilascio di microplastiche nell’ambiente attraverso gli scarichi domestici.

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