In Emilia Romagna scuole riaperte il 31 agosto, ma l'iniziativa fa discutere

Non saranno lezioni tradizionali, ma laboratori e corsi pensati per dare respiro ai genitori che, altrimenti, sarebbero in difficoltà nel capire a chi lasciare i figli.

A breve per gli studenti italiani suonerà l’ultima campanella, e se per bambini e ragazzi ciò significherà avere tre mesi pieni di vacanza, per i genitori la pausa estiva rappresenta spesso un crocevia fatto di incastri lavorativi e di grattacapi per capire a chi lasciare i figli, tra campi estivi, nonni e babysitter.

Una soluzione arriva dall’Emilia Romagna, già modello scolastico virtuoso con il suo Reggio Emilia Approach studiato anche recentemente dalla principessa Kate Middleton, che ha scelto di riaprire le scuole in anticipo quest’anno, il 31 agosto.

Non si tratterà di una riapertura con lezioni e compiti in classe, ma basata su attività extrascolatiche pensate per i bambini dai 6 agli 11 anni; un progetto che, nei piani della Regione, vuole trasformarsi in modello stabile magari che possa ispirare anche altre realtà.

Ideato dal presidente regionale Michele de Pascale e dall’assessora Isabella Conti, coinvolgerà 42 Comuni, compresi tutti i capoluoghi di provincia e svariate aree montane e interne. Lo scopo dichiarato è appunto quello di sopperire alle mancanze organizzative dei genitori, per cui spesso il periodo estivo si trasforma nel più complesso da gestire.

Le attività saranno gestite da educatori professionali esterni e da realtà del Terzo settore, seguendo un modello simile a quello del pre e post scuola. Sono previsti laboratori, aiuto compiti, attività ricreative e percorsi educativi. La partecipazione sarà su base volontaria, mentre gli aspetti organizzativi — come orari ed eventuali quote di contributo — saranno definiti dai singoli Comuni. Per il primo anno di sperimentazione la Regione investirà 3 milioni di euro, con l’intenzione di rendere il progetto stabile a partire dal 2027 attraverso una nuova legge regionale. A regime, il costo stimato è di circa 10 milioni di euro l’anno.

In realtà, il modello della “scuola aperta d’estate” si sta diffondendo in forme diverse in tutta Italia. Con il nuovo Piano Estate 2026, firmato dal ministro Giuseppe Valditara, il governo ha stanziato 300 milioni di euro per finanziare attività di socializzazione, inclusione, sport, teatro, musica e recupero didattico nei mesi di sospensione delle lezioni.

L’obiettivo è trasformare le scuole in spazi di aggregazione anche oltre il normale calendario scolastico, offrendo ai ragazzi un punto di riferimento durante l’estate, soprattutto a chi rischia isolamento sociale, difficoltà economiche o povertà educativa.

Ogni istituto potrà organizzare attività personalizzate: corsi sportivi, laboratori artistici, teatro, musica, orti didattici, percorsi di recupero e persino supporto psicologico. L’adesione degli insegnanti resterà volontaria, e proprio questo rappresenta uno degli aspetti più delicati del progetto, insieme ai tempi stretti per organizzare le attività prima della fine dell’anno scolastico.

Anche la Sicilia si sta muovendo nella stessa direzione. La Regione ha stanziato 1,5 milioni di euro per mantenere aperte durante l’estate le scuole primarie e secondarie di primo grado, con laboratori, giochi all’aperto, escursioni, attività culturali e percorsi di inclusione. Ogni istituto potrà ricevere fino a 15 mila euro e i progetti saranno realizzati insieme agli enti del Terzo settore. Tra gli obiettivi dichiarati figurano il contrasto alla dispersione scolastica e alla povertà educativa, temi particolarmente rilevanti nell’isola.

Più frammentata, invece, la situazione in Lombardia, dove il sostegno alle famiglie continua ad arrivare soprattutto da iniziative private o aziendali. Nel 2025 la società Lombardini22 aveva rilevato, attraverso strumenti interni di ascolto, come la cosiddetta “settimana scoperta” di settembre — quella tra il rientro dalle ferie e la riapertura delle scuole — rappresentasse uno dei momenti più complessi da gestire per i genitori lavoratori. Da qui la decisione di estendere il campus estivo gratuito per i figli dei dipendenti anche alla prima settimana di settembre.

L’iniziativa, confermata anche quest’anno, è nata all’interno di Elle22, il gruppo aziendale impegnato sui temi della parità di genere. Tra le promotrici c’è l’architetta Benedetta Bardelli, che ha sviluppato il progetto partendo dalle esigenze concrete emerse tra i dipendenti con figli. Un esempio che mostra come, in assenza di interventi pubblici strutturali, siano spesso aziende e realtà private a tentare di colmare il vuoto organizzativo lasciato dalla lunga pausa estiva.

Tuttavia, il tema resta divisivo; se da un lato ci sono le famiglie, che chiedono una scuola più compatibile con i ritmi del lavoro contemporaneo, dall’altro insegnanti e sindacati ritengono che il problema non possa essere risolto semplicemente prolungando il calendario scolastico. Molti docenti contestano anche il luogo comune dei “tre mesi di vacanza”: la scuola dell’infanzia resta aperta fino al 30 giugno, esami di maturità e scrutini impegnano numerosi insegnanti fino a luglio e molti rientrano già ad agosto per gli esami di recupero. A questo si aggiunge la situazione dei precari con contratto al 30 giugno, che nei mesi estivi rimangono senza stipendio.

Resta poi il nodo delle strutture scolastiche. Molti edifici in Italia non sono dotati di sistemi di climatizzazione adeguati e immaginare attività in piena estate, con temperature che possono superare i 35 o 40 gradi, solleva diversi problemi pratici.

In altri Paesi europei, come quelli del Nord Europa o l’Irlanda, il calendario scolastico è organizzato in modo diverso: le lezioni terminano più tardi o riprendono prima, ma le pause sono distribuite durante l’anno, con settimane di stop in autunno, inverno e primavera. Nel complesso, però, il numero totale dei giorni di scuola rimane simile a quello italiano; cambia soprattutto la distribuzione del tempo scolastico.

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