"Le ferie delle mamme non sono mai ferie. È importante riconoscerlo" - INTERVISTA A CHIARA BAIGUINI

La Life coach, educatrice del sonno infantile, dà alcuni consigli alle mamme per ripartire davvero a settembre. Il primo? Non avere paura di riconoscere la propria stanchezza.

Ogni anno settembre viene raccontato come il mese della ripartenza. Si riaccendono i computer, tornano le riunioni, le agende si riempiono e ricominciano a circolare parole come obiettivi, produttività, organizzazione e buoni propositi. Ma mentre si celebra il ritorno alla normalità, c’è una realtà che continua a restare ai margini del dibattito: quella delle madri lavoratrici che rientrano al lavoro senza aver mai avuto davvero la possibilità di recuperare le energie.

Per molte donne, infatti, l’estate è tutt’altro che una pausa. È il periodo in cui gli equilibri costruiti durante l’anno vengono meno: scuole e asili nido chiudono, aumentano gli incastri tra centri estivi, nonni, ferie e lavoro e la gestione della famiglia diventa ancora più complessa. Il risultato è che il carico organizzativo e mentale, invece di alleggerirsi, può aumentare.

“Continuiamo a raccontare settembre come il mese della ripartenza, ma nessuno si chiede in quali condizioni le madri arrivino a quella linea di partenza”, è quello che pensa anche, Chiara Baiguini, Life & Family Coach ed educatrice del sonno infantile, che ha applicato il principio dei profili sensoriali al sonno dei bambini. “Molte donne non tornano al lavoro riposate: ci arrivano dopo mesi in cui hanno continuato a tenere insieme figli, casa, lavoro e organizzazione familiare. Settembre non crea quella stanchezza. La rende semplicemente visibile”.

Mentre l’immaginario collettivo associa l’estate al riposo, alle ferie e alla possibilità di recuperare le energie accumulate durante l’anno, per molte famiglie la realtà è decisamente diversa: durante l’anno scolastico, infatti, scuola e nido rappresentano molto più di un luogo educativo: sono una vera e propria infrastruttura organizzativa, che rende le giornate più prevedibili, consente ai genitori di lavorare con maggiore continuità e offre una rete di riferimenti stabile.

Con la chiusura estiva, questo equilibrio viene meno. Le settimane diventano un continuo incastro tra centri estivi da prenotare, ferie da alternare, nonni e altri aiuti da coordinare, cambi di programma e giornate lavorative da gestire con i figli a casa. A questo si aggiunge il lavoro invisibile della pianificazione: decidere chi accompagna i bambini, chi li recupera, come coprire una giornata senza scuola e come far coincidere tutto con gli impegni professionali.

Allora come si “sopravvive” a tutto questo, senza essere sopraffatti e arrivare al back to school senza energie? La componente sonno è ovviamente fondamentale, come ci ha spiegato la stessa Baiguini, autrice del libro Nati per Dormire, edito da Vallardi Editore. Ciò che fa specie è che, anche in questa circostanza, le donne sono le più penalizzate.

“Il divario rispetto alla carenza di sonno esiste ed è documentato, anche se spesso viene sottostimato – spiega Baiguini – Quello che i dati non
riescono a catturare pienamente è la realtà concreta di una mamma che si sveglia tre, quattro, cinque volte a notte e che il giorno dopo deve comunque alzarsi, occuparsi di tutto e andare al lavoro. I numeri medi non raccontano quella storia.
Quello che la ricerca ci dice con chiarezza è che le conseguenze fisiche di questo debito di sonno sono reali e misurabili. Uno studio dell’UCLA ha dimostrato che le donne che dormono meno di sette ore per notte nei sei mesi dopo il parto mostrano un’età biologica da tre a sette anni superiore alla loro età cronologica.

Non è una metafora: è invecchiamento cellulare accelerato causato dalla privazione cronica del sonno.
E questo si inserisce in un quadro più ampio: secondo il rapporto Le Equilibriste di Save the Children 2025, in Italia la genitorialità è responsabile del 60% del divario occupazionale tra uomini e donne. Il sonno non è un tema separato dalla carriera, dalla salute mentale,
dall’equilibrio di coppia: è il filo che tiene insieme tutto. E quando si rompe, si rompe tutto insieme”.

 Oltretutto viviamo in una società sempre più performativa e che ci vuole sempre “sul pezzo”; in un contesto del genere, come si fanno a riconoscere davvero i segnali di burnout, visto che spesso è proprio chi ne soffre in primis a non accorgersene?

“Il burnout materno è insidioso proprio perché si maschera da normalità. Siamo così abituate a essere stanche che non riconosciamo più il confine tra stanchezza normale e esaurimento cronico.
I segnali che vedo più spesso nelle consulenze sono tre. Il primo è la perdita della capacità di godersi i momenti belli: non è che sei triste, è che sei piatta. Guardi tuo figlio ridere e non senti niente. Il secondo è l’irritabilità sproporzionata: scatti per cose piccole, poi ti senti in
colpa per come hai reagito, e quella colpa ti esaurisce ulteriormente. Il terzo è la sensazione di essere sempre in ritardo su tutto, anche quando stai facendo abbastanza.
La difficoltà è che la nostra cultura premia la resistenza. Ce la faccio è un valore. E quindi si tende a normalizzare quello che non è normale, ad aspettare che passi, a rimandare il momento in cui chiedere aiuto.
Il primo passo non è cambiare quello che fai con tuo figlio, è riconoscere come stai tu. Perché il bambino regola il suo sistema nervoso attraverso il tuo: se il tuo sistema nervoso è cronicamente in allerta, trasmette quello stato a lui indipendentemente da quanto sei brava e presente. Prendersi cura di sé non è egoismo: è il prerequisito perché tutto il resto funzioni”.

Baiguini offre anche delle indicazioni su quelli che possono essere gli strumenti per aiutare le mamme ad affrontare il rientro al lavoro che per loro, in realtà, non si è mai interrotto.

“Il primo strumento è il riconoscimento. Non la soluzione immediata: il riconoscimento. Dire ad alta voce che le tue ferie non erano ferie. Che il tuo lavoro non si è mai interrotto. Che la stanchezza che porti è reale e documentata, non una tua debolezza.
Il secondo strumento è conoscere il proprio profilo sensoriale. Ogni persona elabora il mondo in modo diverso: c’è chi torna a casa già esaurita dopo una giornata intensa di stimoli, riunioni, schermi e decisioni. Chi ha bisogno di movimento per scaricare la tensione. Chi ha bisogno di silenzio per recuperare. Quando sai come funzioni, smetti di chiederti perché sei più stanca delle altre e inizi a capire di cosa hai bisogno davvero. Conoscere il proprio profilo cambia concretamente come si organizza la sera, come si chiede supporto, come ci
si ricarica nei pochi spazi disponibili.
Il terzo strumento, che è il più urgente a livello collettivo, è smettere di trattare il sonno come una questione privata. In Italia non esiste una linea condivisa su cosa ci si possa aspettare dal sonno dei bambini nei primi anni, e i genitori ricevono consigli contraddittori che li
lasciano soli a gestire una stanchezza che invece avrebbe bisogno di risposte strutturali.
Congedi parentali più equi, reti di supporto reali, formazione per chi accompagna le famiglie. Non sono lussi: sono condizioni minime per permettere alle madri di rientrare al lavoro con un minimo di risorse”.

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