
Un team di studiosi dell'UCLA ha scoperto che la mancanza di sonno nel primo anno dopo il parto accelera il processo di invecchiamento dei genitori...
Un nuovo studio su gemelle finlandesi collega numero e timing delle gravidanze a longevità e “età biologica” misurata con gli orologi epigenetici.

L’idea che la maternità “allunghi” o “accorci” la vita è un terreno scivoloso: perché in mezzo ci sono condizioni di salute, disuguaglianze sociali, accesso alle cure, lavoro di cura non retribuito, stress, supporto familiare, e – banalmente il fatto che non tutte possono o vogliono avere figli.
Detto questo, un filone di studi demografici osserva spesso un andamento ricorrente: le donne senza figli e quelle con molti figli, in media, mostrano un rischio di mortalità più alto rispetto a chi ne ha avuti pochi. È una tendenza emersa, per esempio, nello studio svedese pubblicato su BMC Public Health, che confronta genitori e persone senza figli lungo il corso di vita.
A riaccendere la discussione in questi giorni è un lavoro pubblicato su Nature Communications dal gruppo dell’Università di Helsinki e del Minerva Foundation Institute: un’analisi su una grande coorte di gemelle finlandesi, seguite per decenni, che mette insieme due livelli di osservazione:
Nel campione studiato, le donne con 2-3 figli risultano, in media, quelle con i profili di sopravvivenza più favorevoli, mentre assenza di figli o famiglie molto numerose si associano a esiti meno favorevoli.
La parte più interessante è che la ricerca non si ferma ai registri: in un sottogruppo, l’invecchiamento è stato stimato anche con gli “orologi epigenetici”, strumenti che leggono specifici pattern di metilazione del DNA per stimare la cosiddetta età biologica. Anche qui torna lo stesso disegno: molti figli o nessun figlio risultano associati a un’età biologica “più avanti” rispetto a quella anagrafica.

Un team di studiosi dell'UCLA ha scoperto che la mancanza di sonno nel primo anno dopo il parto accelera il processo di invecchiamento dei genitori...
Lo studio osserva anche che il timing delle gravidanze sembra legarsi a traiettorie diverse: gravidanze collocate tra circa 24 e 38 anni si associano a profili più favorevoli, mentre in alcune analisi una maternità molto precoce si collega a segnali di invecchiamento biologico. È un risultato che le autrici e gli autori interpretano anche con la lente della biologia evoluzionistica (risorse limitate tra riproduzione e “manutenzione” del corpo).
Le ricercatrici lo scrivono in modo netto: sono risultati a livello di popolazione, non prove di causa-effetto e non indicazioni per “pianificare” la vita riproduttiva. Dentro la categoria “senza figli”, per esempio, finiscono storie diversissime: scelta, infertilità, condizioni di salute, precarietà economica, assenza di partner, carichi di cura già presenti (genitori anziani, fratelli, nipoti), e molto altro. E tutti questi fattori – non sempre misurabili – possono influire sia sulla salute sia sulla probabilità di avere figli.
Questa ricerca aggiunge un pezzo interessante: la biologia lascia tracce misurabili delle traiettorie di vita, incluse quelle riproduttive. Ma la lettura corretta non è “fare figli conviene” o “non farne fa male”. La lettura corretta è che la salute delle donne non dipende solo dalla gravidanza in sé: dipende dal contesto in cui si vive la gravidanza (o la non gravidanza), dal supporto, dal lavoro di cura, dalle risorse economiche e sanitarie disponibili, e dalla possibilità concreta di scegliere.