Come cambia l'aspettativa di vita delle donne senza e con figli

Un nuovo studio su gemelle finlandesi collega numero e timing delle gravidanze a longevità e “età biologica” misurata con gli orologi epigenetici.

L’idea che la maternità “allunghi” o “accorci” la vita è un terreno scivoloso: perché in mezzo ci sono condizioni di salute, disuguaglianze sociali, accesso alle cure, lavoro di cura non retribuito, stress, supporto familiare, e – banalmente  il fatto che non tutte possono o vogliono avere figli.

Detto questo, un filone di studi demografici osserva spesso un andamento ricorrente: le donne senza figli e quelle con molti figli, in media, mostrano un rischio di mortalità più alto rispetto a chi ne ha avuti pochi. È una tendenza emersa, per esempio, nello studio svedese pubblicato su BMC Public Health, che confronta genitori e persone senza figli lungo il corso di vita.

Cosa dice il nuovo studio: la curva “a U” tra figli e longevità

A riaccendere la discussione in questi giorni è un lavoro pubblicato su Nature Communications dal gruppo dell’Università di Helsinki e del Minerva Foundation Institute: un’analisi su una grande coorte di gemelle finlandesi, seguite per decenni, che mette insieme due livelli di osservazione:

1) Aspettativa di vita (dati di sopravvivenza)

Nel campione studiato, le donne con 2-3 figli risultano, in media, quelle con i profili di sopravvivenza più favorevoli, mentre assenza di figli o famiglie molto numerose si associano a esiti meno favorevoli.

2) Invecchiamento biologico (orologi epigenetici)

La parte più interessante è che la ricerca non si ferma ai registri: in un sottogruppo, l’invecchiamento è stato stimato anche con gli “orologi epigenetici”, strumenti che leggono specifici pattern di metilazione del DNA per stimare la cosiddetta età biologica. Anche qui torna lo stesso disegno: molti figli o nessun figlio risultano associati a un’età biologica “più avanti” rispetto a quella anagrafica.

Conta anche “quando”: la finestra 24–38 anni

Lo studio osserva anche che il timing delle gravidanze sembra legarsi a traiettorie diverse: gravidanze collocate tra circa 24 e 38 anni si associano a profili più favorevoli, mentre in alcune analisi una maternità molto precoce si collega a segnali di invecchiamento biologico. È un risultato che le autrici e gli autori interpretano anche con la lente della biologia evoluzionistica (risorse limitate tra riproduzione e “manutenzione” del corpo).

La frase più importante: non è un manuale di scelte riproduttive

Le ricercatrici lo scrivono in modo netto: sono risultati a livello di popolazione, non prove di causa-effetto e non indicazioni per “pianificare” la vita riproduttiva. Dentro la categoria “senza figli”, per esempio, finiscono storie diversissime: scelta, infertilità, condizioni di salute, precarietà economica, assenza di partner, carichi di cura già presenti (genitori anziani, fratelli, nipoti), e molto altro. E tutti questi fattori – non sempre misurabili – possono influire sia sulla salute sia sulla probabilità di avere figli.

In sintesi: cosa possiamo portarci a casa (senza moralismi)

Questa ricerca aggiunge un pezzo interessante: la biologia lascia tracce misurabili delle traiettorie di vita, incluse quelle riproduttive. Ma la lettura corretta non è “fare figli conviene” o “non farne fa male”. La lettura corretta è che la salute delle donne non dipende solo dalla gravidanza in sé: dipende dal contesto in cui si vive la gravidanza (o la non gravidanza), dal supporto, dal lavoro di cura, dalle risorse economiche e sanitarie disponibili, e dalla possibilità concreta di scegliere.

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