
L'implacabile divinità dei social ci perdonerà se, per una volta, giocheremo il ruolo degli outsider e sceglieremo il silenzio.
L'attrice ha ricondiviso una sua riflessione del 2018 sulla salute mentale delle madri e sulla necessità di una rete di sostegno adeguata.

Negli USA si sta parlando molto in questi giorni di un caso di cronaca terribile risalente al 2023: parliamo di quello di Lindsay Clancy, una donna statunitense che ha uccis i suoi tre figli piccoli tentando poi di togliersi la vita. Oggi è in corso il processo a suo carico e, in caso di condanna, rischia l’ergastolo. La difesa punta invece a ottenere una pena alternativa, con il trasferimento in una struttura psichiatrica, sostenendo che la donna soffrisse di psicosi post partum. Un caso che ha riacceso negli Stati Uniti il dibattito sulla salute mentale dopo la nascita di un figlio e sul quale è intervenuta anche Alyssa Milano, attrice nota per Melrose Place e Streghe.
L’attrice ha deciso di ripubblicare sulla propria newsletter una riflessione scritta nel 2018 per Time, nella quale raccontava la propria esperienza dopo la nascita del primo figlio. “L’ho scritta nel 2018. Mentre il processo di Lindsay Clancy costringe a un nuovo confronto nazionale con la malattia post parto, è importante condividerla di nuovo”, ha spiegato in un post su Instagram.
Nel 2011 Milano è diventata madre di Milo, avuto con il marito David Bugliari. L’attrice ha raccontato di convivere con un disturbo d’ansia generalizzato, che ritiene sia stato molto probabilmente innescato dalla depressione post partum.
La gravidanza era arrivata due anni dopo un aborto spontaneo che aveva definito “straziante” e, inizialmente, tutto sembrava procedere alla perfezione. Nessuna nausea, yoga, lunghe passeggiate e la convinzione di vivere quella che definiva una gravidanza da sogno.
Milano aveva persino preparato un rigido piano per il parto: niente induzione, nessun antidolorifico e soprattutto nessun cesareo. All’epoca, ha spiegato, associava il parto naturale al proprio valore come donna e come madre ed era determinata a seguire quel percorso.
Ma le cose andarono diversamente. Dopo 18 ore di travaglio e tre ore e mezza di spinte, Milo nacque con un cesareo. E le difficoltà non terminarono con il parto. Anche l’allattamento si rivelò complicato, perché il latte materno tardava ad arrivare.
Quella stessa notte, una volta tornata a casa dall’ospedale, Milano ebbe il suo primo attacco d’ansia. La sensazione era quella di aver già deluso il figlio: non era riuscita a partorire vaginalmente e non era riuscita nemmeno a nutrirlo al seno. Il cuore le batteva fortissimo, lo stomaco si contraeva e aveva la sensazione di stare per morire.

L'implacabile divinità dei social ci perdonerà se, per una volta, giocheremo il ruolo degli outsider e sceglieremo il silenzio.
Dopo quel primo episodio, l’ansia continuò ad accompagnarla. Le crisi convulsive del figlio alimentarono ulteriormente le sue paure, mentre l’attrice doveva contemporaneamente tornare al lavoro e iniziare le riprese di una nuova serie.
Con l’avvicinarsi delle riprese, raccontava, la sua ansia peggiorò. Comparvero paure ossessive e irrazionali e, come accade a molte madri lavoratrici, anche un forte senso di colpa per dover lasciare il figlio durante le ore di lavoro.
“Ogni giorno, guidando verso il lavoro, pensavo a tutti i modi in cui Milo sarebbe potuto morire mentre era con chi si prendeva cura di lui- ha spiegato l’attrice – Ogni sera, dopo giornate di lavoro di 16 ore, dopo essere finalmente riuscita a stringere mio figlio e a metterlo a dormire, l’ansia della giornata culminava in un attacco d’ansia debilitante”.
A quel punto ha deciso di voltare pagina: “Una mattina presto, sono andata al pronto soccorso alle 2:00 di notte, ho chiesto di uno psichiatra e ho ottenuto aiuto. Sentivo di non avere scelta: ho chiesto di essere ricoverata; sono rimasta in un reparto psichiatrico pubblico per tre giorni”.
Non tutti, però, sono riusciti a comprendere la gravità della situazione: “Uno dei miei medici ha minimizzato i miei sintomi e molti dei miei colleghi, persino donne, facevano ancora fatica a capire che stessi soffrendo davvero”.
Nel suo percorso, tuttavia, Milano incontrò anche persone capaci di sostenerla, incoraggiandola a chiedere aiuto e aiutandola ad affrontare la malattia.
La riflessione dell’attrice si concludeva con una considerazione più ampia sulla salute mentale e sull’accesso alle cure. “Il punto con le malattie mentali è questo: non sempre mostri di essere malato e le risposte non sono sempre chiare o in bianco e nero. Ma non dovremmo affrontare queste sfide ponendo ulteriori ostacoli davanti agli americani che hanno disperatamente bisogno di cure. Io sono stata abbastanza fortunata da avere i mezzi e l’assicurazione sanitaria per ottenere l’aiuto e il supporto di cui avevo bisogno. Cosa succede a quelle madri che non hanno il tipo di sostegno che ho ricevuto io? […] Ricordiamoci a vicenda che nessuno dovrebbe affrontare queste sfide da solo”.