Pentimento e maternità: si può provare pentimento dopo essere diventate madri?

Senza vergogne e, soprattutto, senza puntare il dito, affrontiamo un tema tanto delicato quanto ignorato e sottovalutato.

Ci si può pentire di essere diventate madri? Sì. Così come ci si può pentire di aver abortito, di aver intrapreso (o concluso) una relazione, accettato (o rifiutato) un incarico di lavoro o fatto o non fatto determinate scelte. Questo perché il pentimento è quel sentimento– così l’Enciclopedia Treccani – di “rimorso, dolore, rammarico per aver fatto cosa che si vorrebbe non aver fatto”. Tutte le cose fatte, maternità compresa, possono quindi essere oggetto di pentimento.

Un fenomeno non poi così raro considerando le cifre di questo studio che stima a circa 8-17 % il numero di genitori che se potessero tornare indietro non sceglierebbero di avere figli.

Cosa significa essersi pentite di essere madri

Cosa si intende per pentimento materno? Questa ricerca lo definisce come quella valutazione, cognitiva e affettiva, per cui la decisione di avere figli è stata un errore. A differenza di altri sentimenti (che implicano la presenza anche di qualche forma di positività sulla decisione), il pentimento presuppone il desiderio di annullare completamente l’esperienza della maternità. L’idea di fondo è che con la consapevolezza attuale, se si potesse tornare indietro non si rifarebbe quella scelta.

C’è un aspetto fondamentale di cui tenere conto. Un elemento utile anche per sgomberare il campo da tanti commenti e pregiudizi che possono emergere in materia. Come sottolineato anche dal The Guardian, le madri che sperimentano una forma di pentimento non provano sentimenti di odio o negatività nei confronti dei propri figli. Non sono loro la causa di questa avversione, ma il ruolo stesso di madri e quello che questo impone alle loro vite. Un elemento non marginale che anticipa diverse considerazioni.

Cause, pressioni e fattori psicosociali

Ma allora perché un numero così elevato (e probabilmente sottostimato) di madri (ma presumibilmente anche padri) si pente della scelta fatta? Alla base ci sono elementi ovviamente personali, ma anche e soprattutto sociali, culturali e relazionali.

Un primo aspetto con cui confrontarsi è legato alle pressioni socioculturali. Il mito della “buona madre” è radicato e contro di esso tante donne ci si scontrano. Come riportato in questo studio pubblicato su MDPI l’idea di maternità che la società continua a proporre è quella di un ruolo naturale, totalizzante e intrinsecamente gratificante. Un modello ideale che poco ha a che fare con la realtà. Un modello che anche le madri che non sperimentano il pentimento, non vivono.

La “buona madre” viene rappresentata come sempre disponibile, emotivamente presente, capace di gestire ogni difficoltà con serenità e dedizione assoluta, mettendo sistematicamente da parte i propri bisogni. L’esplosione di reel e contenuti social di questo tipo (anche per smentire questa ideologizzazione) la dice lunga su quello che è l’immaginario collettivo.

Il mito della buona madre non solo rende invisibili le difficoltà quotidiane, ma contribuisce a un clima culturale in cui esprimere emozioni negative legate alla maternità diventa un tabù. Una condizione che alimenta pressioni che molte donne non riescono (non per colpa) a gestire tanto da arrivare a pentirsi di essere diventate madri.

Parallelamente bisogna considerare la dimensione relazionale. La mancanza o l’assenza da parte del partner (o del padre del bambino), così come della famiglia, contribuisce a esasperare una situazione già di fragilità. Questa assenza oltre al vuoto emotivo incide anche sulla quotidianità, con la donna che si ritrova a dover gestire in autonomia la crescita dei figli, oltre che il lavoro e la vita personale.

Nella sua tesi di laurea, la dottoressa Giulia Cusini riporta gli esiti delle ricerche che evidenziano la relazione tra pentimento e una storia personale di trascuratezza o abusi emotivi vissuti durante l’infanzia. Queste esperienze possono influire negativamente sulla capacità di comprendere il proprio stato mentale (e quello altrui), aumentando la percezione della genitorialità, contribuendo a sentirla come insopportabile. Anche il contesto personale e sociale, come difficoltà economiche o disabilità, rendono la quotidianità ancora più difficile e, quindi, insostenibile.

Cosa fare (e cosa no)

A questo punto è doveroso chiedersi come affrontare il rapporto tra pentimento e maternità.  Partiamo da cosa evitare. Innanzitutto l’isolamento e la colpevolizzazione. Provare determinati sentimenti non fa di una donna una persona sbagliata né una pessima madre. Per quanto comprensibili, la vergogna per quanto si prova non va condannata, ma ascoltata, capita e affrontata. Ignorarne l’esistenza o sperare che passi da sola rischia di favorire il burnout responsabile della sua insorgenza. Parallelamente è utile non confidare a tutti quello che si prova. Parliamo di sentimenti delicati che non tutti riescono a comprendere e verso i quali difficilmente si trova qualcuno capace di provare empatia. Il rischio è di peggiorare il senso di solitudine, abbandono e incomprensione.

Meglio, da questo punto di vista, rivolgersi a uno psicoterapeuta. Non per essere corrette, ma per comprendere ciò che sta accadendo ed evitare che questo sentimento generi ulteriori problemi. Esistono anche diverse associazioni e realtà dedicate a queste situazioni grazie alle quali sentirsi meno sole.

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  • Maternità