
Sin da piccoli i bambini provano le nostre stesse emozioni. Vediamo come insegnare loro a riconoscere e gestirle attraverso 3 consigli della psicol...
Una pratica da allenare per essere genitori consapevoli e non vittime delle proprie emozioni.

Fare (essere) i genitori non è semplice anche perché spesso non si riesce a mettere in pratica ciò che si vorrebbe davvero. Nessun genitore vorrebbe togliere tempo ed energie dalla cura dei propri figli, ma non sempre si riesce a realizzare le migliori intenzioni. Urla, poca pazienza, uso di parole sbagliate per quella circostanza; sono tutte situazioni in cui le mamme e i papà si ritrovano ad adottare comportamenti educativi che vorrebbero non compiere.
Quello che in molti casi sfocia poi in un senso di colpa e di inadeguatezza è un fenomeno ben noto alla psicologia dello sviluppo. Per molti genitori esiste una sorta di pilota automatico dell’educazione per cui si mette in pratica un sistema di risposte imparate e consolidate nel tempo che si attiva senza passare per la riflessione. Il parenting intenzionale è il tentativo di disinnescare questo meccanismo.
Il termine è entrato nel linguaggio comune della genitorialità soprattutto negli ultimi anni, ma la sua sostanza affonda le radici in decenni di ricerca in psicologia dello sviluppo. Non esiste una definizione unanime e validata ma molti studiosi ne parlano come termine ombrello, capace di raccogliere sotto di sé costrutti scientifici distinti ma convergenti.
Per comprendere cos’è il parenting intenzionale è necessario partire dalla genitorialità autorevole. La psicologia dello sviluppo ha descritto da tempo il modo in cui i genitori esercitano il loro ruolo educativo attraverso tre grandi dimensioni: calore affettivo, struttura e regole, e supporto all’autonomia. Lo stile genitoriale autorevole si contraddistingue per l’elevata responsività verso i bisogni del figlio unita a regole chiare e aspettative esplicite. Lo stile autorevole non è né permissivo né autoritario, ma riconosce l’interesse del bambino, spiega le ragioni dietro le regole, accetta il dialogo senza rinunciare ai limiti.
I figli di genitori autorevoli mostrano livelli superiori di competenza sociale e scolastica, migliore autoregolazione, maggiore autonomia e minore incidenza di comportamenti problematici rispetto a figli di genitori autoritari, permissivi o disimpegnati.

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Se lo stile autorevole descrive il risultato relazionale che un genitore tende a produrre, il parenting intenzionale descrive il processo interno che porta a quel risultato. Il parenting intenzionale è quindi la capacità di scegliere consapevolmente come rispondere, allineando le proprie reazioni ai valori in cui si crede e ai bisogni evolutivi reali del figlio, invece di essere guidati da schemi appresi in modo acritico.
I bambini cresciuti con genitori consapevoli e responsivi mostrano una migliore capacità di identificare e regolare le proprie emozioni, maggiore tendenza alla cooperazione e all’empatia verso i pari, minore incidenza di problemi internalizzanti come ansia e depressione e di problemi esternalizzanti come disturbi del comportamento. L’autoregolazione emotiva, in particolare, è considerata dalla ricerca un indicatore predittivo per la salute fisica e psicologica, i risultati scolastici e lavorativi e la qualità delle relazioni nell’arco di tutta la vita.
Un elemento chiave riguarda il peso dello stress genitoriale riconosciuto come una barriera importante all’adozione di risposte intenzionali. La stanchezza cronica e l’attivazione prolungata dell’asse dello stress riducono la capacità della corteccia prefrontale di pianificare e inibiscono le risposte riflessive, favorendo reazioni impulsive. Non è tanto una questione di volontà, perché un genitore esausto reagisce automaticamente non per negligenza, ma perché il nostro organismo funziona così.

Arrivati a questo punto molti genitori potrebbero dirsi interessati a mettere in pratica il parenting intenzionale così da arrivare a quella genitorialità autorevole sana per i figli e utile anche per la loro serenità. Ma il parenting intenzionale non si pratica con tecniche speciali o rituali complessi. È un processo che si concretizza in ogni scambio ordinario con il figlio, modificando leggermente il modo di stare nel momento presente. Ci sono tre aree su cui lavorare.
La prima è la pausa consapevole, ovvero l’abitudine di inserire un momento di distanza tra lo stimolo e la risposta. Ed è forse quella più importante, per quanto la più difficile. Quando un bambino fa qualcosa che innesca frustrazione nel genitore (risposte oppositive, “capriccio”, mancato rispetto di una regola, eccetera) riconoscere l’emozione prima di agire, anche solo respirando profondamente, interrompe il ciclo automatico e apre uno spazio di scelta. Non si tratta di reprimere la rabbia (che produrrebbe un effetto boomerang) ma di attraversarla con consapevolezza per comprenderne la motivazione.
La seconda area riguarda il linguaggio. La Comunicazione Non Violenta, sviluppata dallo psicologo statunitense Marshall Rosenberg, prevede una struttura in quattro passi applicabile alle interazioni quotidiane tra genitore e figlio. Si parte dall’osservare i fatti senza giudizio («ho notato che i giochi sono ancora sul pavimento») per poi passare al nominare il proprio stato emotivo («mi sento frustrato»), quindi esplicitare il bisogno sottostante («ho bisogno di ordine per stare tranquillo»), quindi formulare una richiesta concreta e realizzabile («potresti aiutarmi a raccoglierli prima di cena?»). Questa struttura non elimina i conflitti, ma li trasforma in occasioni di comprensione reciproca.
La terza area è la cura di sé del genitore. La letteratura sui programmi di parent training indica in modo coerente che i genitori che si prendono spazi personali, coltivano relazioni di supporto e chiedono aiuto nei momenti di crisi sono genitori più presenti e meno reattivi. Una ricerca del 2020 pubblicata su Mindfulness ha rilevato che componenti di autocompassione (intesa come la disponibilità a riconoscere i propri limiti senza giudizio eccessivo) aumenta significativamente il benessere psicologico nei genitori.
Per valutare quanto funzioni il parenting intenzionale nella vita reale, il punto di partenza migliore cui fare riferimento sono i programmi che ne traducono i principi in interventi strutturati. Il più studiato al mondo è il Triple P (Positive Parenting Program); una ricerca pubblicata su Clinical Psychology Review documenta effetti positivi e duraturi sui comportamenti dei bambini, sulle pratiche genitoriali e sulla soddisfazione nel ruolo di genitore, con risultati più marcati nelle famiglie inizialmente più in difficoltà. Anche l’Incredible Years ha mostrato in studi controllati randomizzati miglioramenti nelle pratiche genitoriali, riduzioni nei comportamenti problematici dei bambini e benefici sul clima relazionale familiare. Entrambi i programmi sono disponibili in Italia.
Nel nostro Paese il termine ufficiale utilizzato in ambito istituzionale è «genitorialità responsiva», non «intenzionale» o «consapevole», ma il contenuto è sostanzialmente lo stesso, ovvero la disponibilità alla relazione e la capacità di cogliere i bisogni e i segnali del bambino, rispondendo con interesse e affetto.
È importante chiarire una cosa. Il parenting intenzionale non è un’abilità innata né un traguardo da raggiungere una volta per tutte. Si tratta di una pratica, nel senso letterale del termine. Come ogni pratica, migliora con l’esercizio, con la riflessione sull’esperienza e, soprattutto, con il supporto degli altri. È qualcosa da fare continuamente, non una volta soltanto. Ed è probabilmente l’aspetto più faticoso, ma anche il più stimolante e gratificante. Iniziare presto, già dal periodo prenatale o nei primi mesi di vita, aumenta significativamente l’efficacia.
Questo significa che chiedere aiuto, partecipare a un corso per genitori, frequentare uno spazio di incontro, o semplicemente parlare con il proprio pediatra di come ci si sente nel ruolo genitoriale non è un segnale di debolezza.
Trovando qualcuno che sappia ascoltare, capire e guidare il proprio percorso per diventare genitori è fondamentale sia per applicare quelle scelte educative che si reputano indispensabili, ma anche per ridurre il peso gravoso di una responsabilità che, altrimenti, rischia di nuocere sia all’essere genitori che uomini e donne.

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