
La sindrome di Münchhausen per procura è una grave malattia psichiatrica dove chi ne è affetto provoca sintomi di determinate malattie alle pers...
Al netto della sacralizzazione della maternità, i figli hanno il diritto di staccarsi dalla "fedeltà a ogni costo" se il rapporto con la madre genera in loro più sofferenza che benefici. Ma questo è un discorso che non tutt* sono pront* ad affrontare.

La generazione dei Millennial – ovvero i nati a cavallo tra gli anni ’80 e la seconda metà degli anni ’90 – è cresciuta normalizzando comportamenti che oggi la pedagogia classificherebbe come manipolatori, tossici e persino abusanti.
Al netto della fiducia personale che si può decidere di riporre o non riporre in metodi come la gentle parenting, è sicuramente vero che tra l’applicazione corretta e sensata della cosiddetta “educazione gentile” e tutta quella serie di comportamenti potenzialmente nocivi messi in atto spesso e volentieri dai nostri genitori c’è un mondo intero fatto di sfumature e di vie di mezzo, su cui, nell’indecisione, sarebbe opportuno riparare piuttosto che correre il rischio di perpetuare schemi assolutamente dannosi per il sereno sviluppo emotivo dei figli.
Così, se da un lato dovrebbe essere ormai unanimemente considerato, ad esempio, che non esiste nessuno “schiaffo educativo”, dall’altro c’è anche da dire che molti dei traumi di chi oggi si aggira tra i 30 e i 40 anni derivano da una sorta di dipendenza affettiva imposta dalle figure autorevoli di riferimento dell’infanzia: i genitori.
In particolare, mi riferisco a quella che io chiamo, in maniera molto semplicistica ma estremamente eloquente, la “questione del sangue” o della “condivisione del DNA”; quella cioè che per qualcuno è sufficiente a giusticare comportamenti e dinamiche relazioni disfunzionali, condotte di controllo emotivo, comportamenti abusanti, atteggiamenti psicologicamente invasivi e destabilizzanti laddove essi provengano da chi ci ha messo al mondo.
Credo che tutt* noi, almeno una volta nella vita, ci siamo sentit* dire, magari in risposta a un nostro sfogo riferito ai nostri genitori o, nei casi peggiori, alla manifestazione di una volontà di allontanamento, “È pur sempre tua madre”.
Quello che però non tutt* sanno riconoscere è che, dietro l’accezione solo apparentemente sentimentalista ed emozionale della frase, ci sia un costrutto sociale e culturale, senza dubbio influenzato dal fortissimo maternalismo di cui la nostra società è satura da sempre, che tende a elevare le madri a un piano superiore sempre e comunque, rendendole ammantate quasi di una sorta di infallibilità o mettendole nella condizione di ricevere l’amnistia per ogni tipo di peccato, quando invece la fallibilità ne fosse comprovata.
Questo perché siamo tutt* cresciut* con il (malsano) senso di gratitudine a ogni costo verso chi ci ha dato la vita, poco importa poi se negli anni la condotta o il comportamento come genitrice lascino a desiderare, se verso di noi vengano messi in atto comportamenti manipolatori o abusanti; per il senso comune, la morale e l’etica siamo obbligat* non solo a rispettare le nostri madri, a volergli bene, ma anche a non spezzare il cordone ombelicale invisibile che ci unisce solo in virtù del fatto di essere stat* da lei partorit*, quindi a non poterci emancipare dalla figura materna neppure nel caso in cui questa sia tossica e nociva per noi, sotto qualunque punto di vista.
La verità – che fa storcere il naso a molti e molte – è che non tutte le madri amano i propri figli; e a dirlo, a dispetto della narrazione iper romanticizzata sulla maternità che abbiamo dato per scontata per così tanto tempo, sono ad esempio gli studi sull’inesistenza dell‘istinto materno o la storia clinica delle varie sindromi di Medea o della sindrome di Münchausen per procura.

La sindrome di Münchhausen per procura è una grave malattia psichiatrica dove chi ne è affetto provoca sintomi di determinate malattie alle pers...
Essere biologicamente madri non dà, di default, la garanzia di essere capaci di amore incondizionato, mentre molto più spesso le madri si sentono in diritto di pretenderlo dai figli, quel tipo di sentimento, assieme a una cieca e totale obbedienza e fedeltà, per il solo fatto di averli messi al mondo o per “non avergli mai fatto mancare niente”, come si sente sovente dire in una delle più classiche dinamiche di colpevolizzazione diretta alla prole.
Lo scopo di questo articolo, sia chiaro, non è stabilire come e quando si possa “etichettare” una madre come bugiarda patologica o affetta da disturbo narcisistico della personalità – cose che, chiaramente, devono essere fatte solo con approfondite valutazioni specialistiche -, quanto piuttosto sottolineare il sacrosanto diritto dei figli di staccarsi da dinamiche tossiche dal punto di vista psicologico, emotivo, relazionale, nonostante il senso di obbligatorietà al mantenimento di un legame parentale che spesso ci viene imposto per convenzione o consuetudine.
Dire “È pur sempre tua madre”, dando per scontata la “perdonabilità” sine dubio, indipendentemente dai comportamenti messi in atto, dalle mancanze, dalle dinamiche in cui come figli e figlie siamo intrappolat*, annichilisce il diritto individuale a scegliere di non essere più partecipi, tanomeno vittime, di quei meccanismi distruttivi solo in ragione del “sangue” e del legame biologico.
Per la dottoressa Sara Lanzini, psicologa perinatale, psicoterapeuta in formazione, libera professionista e consulente presso l’Area Materno-Infantile (Neonatologia e Patologia Neonatale) dell’Ospedale San Raffaele di Milano, è importante, quando si affrontano temi come quello delle cosiddette “madri tossiche”, “mantenere uno sguardo clinico ma anche umano, evitando semplificazioni o etichette assolute. Ogni relazione madre-figlio nasce dentro una storia complessa e spesso intergenerazionale.
La frase ‘È pur sempre tua madre’ viene spesso pronunciata con l’intenzione di invitare alla comprensione o alla riconciliazione, ma può risultare profondamente invalidante per chi ha vissuto una relazione materna caratterizzata da manipolazione, svalutazione, ricatto emotivo o assenza di rispetto dei confini personali. In questi casi, quella frase rischia di trasformarsi in un dispositivo di colpevolizzazione: comunica implicitamente che il legame biologico debba essere mantenuto a qualsiasi costo, anche quando genera sofferenza psicologica.
Molti figli e figlie che decidono di prendere distanza da una madre vivono già un forte conflitto interno. La cultura in cui cresciamo attribuisce alla madre un ruolo idealizzato, quasi sacro, e questo rende molto difficile riconoscere che una relazione materna possa essere anche fonte di dolore, paura o manipolazione. Per questo motivo, chi sceglie di allontanarsi tende spesso a sentirsi “cattivo”, ingrato o egoista, anche quando sta cercando semplicemente di proteggere il proprio equilibrio emotivo”.
Il riconoscimento della “tossicità” di una madre spesso è più complesso di quanto si creda dall’esterno, perché chi vive la relazione dall’interno porta con sé un background fatto di dinamiche e comportamenti che, col tempo, sono stati normalizzati; per Lanzini, “Più che parlare genericamente di ‘madri tossiche’, dal punto di vista clinico è utile osservare alcuni segnali relazionali ricorrenti. Tra i principali campanelli d’allarme possiamo trovare:
È importante sottolineare che non esiste la ‘madre perfetta’, e che tutte le relazioni familiari attraversano conflitti e ambivalenze. La differenza sta nella possibilità di riconoscere l’altro come persona separata, rispettarne i confini e assumersi la responsabilità delle proprie modalità relazionali.
In alcuni casi, prendere le distanze — temporaneamente o stabilmente — non rappresenta un gesto di crudeltà, ma una scelta di tutela psicologica”.

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