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Tra le possibili cause di infertilità (maschile e femminile) ci sono anche le microplastiche. La ricerca scientifica non ha individuato un rapporto di causa ed effetto, ma sono tanti i dubbi in materia.

Torniamo a occuparci di microplastiche. Abbiamo già trattato questo argomento analizzando lo studio che ha confermato l’impatto di queste sostanze sui parti prematuri, delle preoccupazioni della presenza delle microplastiche nei prodotti per la cura della pelle e, più in generale, di come l’inquinamento prodotto da questi elementi sia responsabile di problemi di salute fisica, chimica e microbiologica nei bambini. Un tema, quello delle microplastiche, molto sentito tanto da essere oggetto anche di un documentario su Netflix (The plastic detox) che ha indagato il rapporto tra microplastiche e infertilità. Ma cosa c’è di vero? E, soprattutto, cosa si può fare per ridurne l’impatto vista la loro enorme diffusione?

Il Parlamento europeo definisce le microplastiche come dei “minuscoli pezzi di materiale plastico, solitamente inferiori ai 5 millimetri”. Si conoscono due categorie di microplastiche, quelle primarie e quelle secondarie. Le primarie sono quelle rilasciate direttamente nell’ambiente sotto forma di piccole particelle, mentre quelle secondarie sono prodotte dalla degradazione degli oggetti di plastica.
Questi frammenti invisibili a occhio nudo (grandi a volte come un virus) sono sostanzialmente ovunque. Nell’acqua che beviamo, nell’aria che respiriamo, negli alimenti che portiamo in tavola ogni giorno. Sono sostanze che, come evidenziato in questo studio, entrano nell’organismo umano in vario modo (inalazione, ingestione, contatto). È il motivo per cui da diversi anni a questa parte la ricerca scientifica sta indagando quanto questi frammenti plastici condizionino la salute umana, riproduzione compresa. Diversi studi ne confermano infatti la presenza nelle arterie, nel sangue, nel cervello e, come suggerito anche da un recente studio dell’Università di Padova, anche nei tessuti riproduttivi di uomini e donne.

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Da questo punto di vista la scoperta che ha fatto più discutere è quella pubblicata sulla rivista Toxicological Sciences che ha trovato microplastiche nel 100% dei campioni di tessuto testicolare umano analizzato, con una concentrazione media di 329 microgrammi per grammo di tessuto. È quasi tre volte superiore a quella riscontrata nei campioni di cane inclusi nello stesso studio. I polimerì più comuni erano polietilene (PE) e PVC.
Per le donne, invece, uno studio italiano pubblicato sulla rivista Ecotoxicology and Environmental Safety ha dimostrato per la prima volta la presenza di microplastiche nel liquido follicolare umano, il fluido che avvolge l’ovocita durante la sua maturazione. Lo studio, condotto su 18 donne in trattamento di fecondazione assistita, ha rilevato particelle plastiche in 14 campioni su 18, con una concentrazione media di 2.191 particelle per millilitro. La scoperta ha un significato particolare perché il liquido follicolare è l’ambiente diretto in cui cresce e matura l’uovo e la sua contaminazione apre interrogativi sulla qualità ovocitaria.
Ci sono quindi diverse evidenze scientifiche che mostrano la presenza delle microplastiche nell’organismo umano, anche e soprattutto in quegli organi e apparati deputati alla riproduzione.
La presenza fisica di frammenti plastici nei tessuti non spiega automaticamente un danno funzionale. Ma i ricercatori hanno identificato almeno tre meccanismi attraverso cui microplastiche e nanoplastiche possono interferire con la biologia riproduttiva.
Il primo è lo stress ossidativo. Le nanoplastiche, grazie alle loro dimensioni estremamente ridotte, riescono a penetrare nelle cellule e a localizzarsi nei mitocondri, le strutture che producono l’energia cellulare. Qui condizionano negativamente la catena di trasporto degli elettroni, innescando la produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS), molecole instabili che danneggiano il DNA, le membrane cellulari e le proteine. Negli spermatozoi questo si traduce in una riduzione della motilità e in un aumento della frammentazione del DNA. Negli ovociti può invece compromettere la capacità di maturazione e fecondazione.
Il secondo meccanismo è l’interferenza endocrina. Le materie plastiche contengono, o si associano nell’ambiente a, sostanze chimiche note come interferenti endocrini. Tra questi ci sono i ftalati e i PFAS. Il BPA imita l’azione degli estrogeni legandosi ai loro recettori, gli ftalati inibiscono la produzione di testosterone, i PFAS interferiscono con i segnali ormonali che regolano la maturazione follicolare e la spermatogenesi. Questo effetto è considerato uno dei meccanismi più preoccupanti, perché amplifica la tossicità ben oltre quella della plastica in sé.
Il terzo riguarda l’epigenetica, cioè le modificazioni dell’espressione dei geni senza alterazione della sequenza del DNA. Studi su modelli animali indicano che l’esposizione a microplastiche e agli EDC associati può alterare la metilazione del DNA in geni coinvolti nello sviluppo follicolare e nella spermatogenesi, con possibili effetti che si trasmettono alle generazioni successive.
È importante non semplificare un argomento così complesso e articolato né cadere in facili conclusioni. Al momento la ricerca scientifica ha stabilito una correlazione osservazionale tra la presenza di microplastiche nei tessuti riproduttivi e alcune alterazioni dei parametri riproduttivi. Ma non ha dimostrato un nesso causale diretto e univoco nell’essere umano.

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Lo studio sul liquido follicolare di cui abbiamo già parlato ha trovato una correlazione statisticamente significativa tra la concentrazione di microplastiche e i livelli di FSH (ormone follicolo-stimolante), un possibile marcatore di stress ovarico, ma non ha rilevato associazioni significative con gli esiti della fecondazione, i tassi di aborto o i nati vivi.
Uno studio cinese pubblicato su eBioMedicine ha analizzato il liquido seminale di 113 uomini seguiti in centri di fertilità notando che al crescere del numero di frammenti plastici rilevati nel campione, peggioravano in modo proporzionale il numero di spermatozoi, la loro concentrazione e la capacità di muoversi. Non è ancora una prova causale definitiva, ma è un segnale che molti ricercatori considerano sufficiente per agire con prudenza.
L’esposizione alle microplastiche avviene principalmente attraverso tre vie: ingestione, inalazione e, in misura minore, contatto dermico. Tra le fonti alimentari, l’acqua in bottiglia è quella con le concentrazioni più elevate di microplastiche, seguita dai cibi confezionati in plastica (in particolare quando vengono riscaldati nel microonde) dal tè in bustine di materiale sintetico e dai frutti di mare, che filtrano e accumulano microplastiche dall’acqua in cui vivono. Attraverso l’inalazione si assumono soprattutto fibre sintetiche disperse nell’aria da tessuti e moquette, e polveri da abrasione degli pneumatici.
In assenza di una prova causale definitiva, le indicazioni pratiche si basano sul principio di precauzione e sulla riduzione ragionevole dell’esposizione, in particolare per chi sta cercando una gravidanza. I principali consigli riguardano:
In attesa di ulteriori prove scientifiche è possibile adottare piccoli cambiamenti nelle abitudini quotidiane basati sul buon senso. Questi interventi riducono l’esposizione a costo zero e senza rinunce significative. Parallelamente le coppie che non riescono ad avere figli possono approfondire, con un percorso medico personalizzato, le cause dell’infertilità e valutare le opzioni disponibili.

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