Come l'osteopatia può aiutare le donne in gravidanza e nel post parto (con alcune eccezioni)

Dopo il riconoscimento legale dell'osteopatia è lecito chiedersi se, quanto e come può essere utile in gravidanza.

L’osteopatia è, secondo la definizione data dalla Legge n. 3 del 11 gennaio 2018 (articolo 7), una “Professione sanitaria basata su un approccio manuale, centrato sulla persona, volto alla valutazione e al trattamento delle disfunzioni somatiche connesse all’apparato muscolo-scheletrico con finalità di prevenzione e mantenimento della salute”.

Ora che l’iter per il riconoscimento legale dell’osteopatia si è concluso, molte donne in gravidanza si interrogano su quali benefici possono trarre dal rivolgersi a un’osteopata. Una terapia manuale, quindi non farmacologica, che può offrire un beneficio reale per il dolore muscolo-scheletrico (uno dei più comuni in gravidanza) è infatti una possibilità interessante cui molte donne fanno riferimento.

I benefici (e i limiti) dell’osteopatia in gravidanza

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Fonte: iStock

Il riferimento principale per valutare l’efficacia dell’osteopatia in gravidanza è lo studio pubblicato sul Journal of Bodywork and Movement Therapies. Gli autori hanno analizzato gli studi condotti su donne in gravidanza con lombalgia e su donne nel periodo del post-parto. I risultati mostrano che il trattamento manipolativo osteopatico (OMT) produce una riduzione del dolore di entità media, statisticamente e clinicamente rilevante, con un miglioramento della funzionalità nelle donne in gravidanza. Per il post-parto i dati suggeriscono un effetto ancora più marcato, ma con una qualità dell’evidenza più bassa a causa dei campioni ridotti.

L’ambito in cui l’evidenza è più solida è il dolore lombare e il dolore al cingolo pelvico, che include i blocchi sacro-iliaci, le tensioni lombosacrali e i dolori che le donne descrivono come “sciatica”. Per altri disturbi che vengono frequentemente associati all’osteopatia in gravidanza (nausea, gonfiore, reflusso, sindrome del tunnel carpale, disturbi del sonno) non esistono studi controllati, per cui si tratta di indicazioni derivate dall’esperienza clinica e da ragionamenti fisiopatologici.

In cosa consiste una seduta di osteopatia in gravidanza

L’osteopatia lavora sul rapporto tra struttura e funzione del corpo, usando esclusivamente le mani. In gravidanza l’approccio è adattato alla fisiologia della gestante. L’ormone relaxina, infatti, allenta i legamenti pelvici per preparare il bacino al parto, rendendo i tessuti più mobili ma anche più vulnerabili a tecniche aggressive. Per questo le manovre ad alta velocità e bassa ampiezza (i cosiddetti thrust, quelli che producono il caratteristico “schiocco”) vengono generalmente evitate nella regione pelvica durante la gravidanza. Le tecniche più usate includono:

  • rilascio miofasciale (lavoro dolce sui tessuti connettivi)
  • tecniche ad energia muscolare che coinvolgono la contrazione attiva della paziente, le tecniche cranio-sacrali e il rilascio del diaframma. Nessun dispositivo elettromedicale viene utilizzato, per ovvie ragioni di sicurezza fetale.

Solitamente il momento più indicato per iniziare l’osteopatia in gravidanza è il secondo trimestre, una volta esclusi la presenza di fattori di rischio che renderebbero il trattamento non indicato. Non esiste un protocollo standard universale per il numero di sedute: nella pratica clinica si parla spesso di tre-cinque incontri distribuiti nel corso della gravidanza, con una frequenza di circa una seduta ogni due-quattro settimane, da valutare in base alla risposta individuale.

Quando l’osteopatia va evitata: le controindicazioni da conoscere

Come anticipato ci sono casi in cui l’osteopatia in gravidanza è controindicata. Qualsiasi condizione che renda la gravidanza ad alto rischio richiede una valutazione con il ginecologo e, nella maggior parte dei casi, l’astensione da qualsiasi trattamento manipolativo. Tra le condizioni in cui l’osteopatia è da evitare ci sono:

e qualsiasi infezione sistemica acuta o stato febbrile in corso. Anche in presenza di coagulopatie o terapia anticoagulante, le tecniche devono essere adattate ed è necessario il consenso del medico curante.

L’osteopatia nel post-parto

Il corpo di una donna dopo il parto affronta una serie di cambiamenti profondi. Il bacino si riassesta, i muscoli del pavimento pelvico sono stati messi sotto stress, la postura cambia per adattarsi all’allattamento al seno e al trasporto del neonato. In questo contesto l’osteopatia può trovare un ruolo come supporto aggiuntivo, con alcune distinzioni importanti a seconda della modalità del parto.

Dopo un parto vaginale fisiologico, molti centri propongono una prima valutazione osteopatica intorno alle tre-sei settimane. Gli obiettivi principali sono il riequilibrio della mobilità del bacino, il trattamento delle tensioni lombari e cervicali legate alle nuove posture dell’allattamento, e il supporto al recupero globale della funzione muscolo-scheletrica.

In caso di taglio cesareo si aspetta in genere fino alla visita dei quaranta giorni, per lasciare che la cicatrice si stabilizzi e per escludere complicanze come infezioni o formazione di sieromi. Il lavoro fasciale sulla cicatrice (volto a ridurre aderenze e tensioni che possono irradiarsi verso il basso addome, la vescica e la colonna) viene introdotto in modo graduale e sempre con l’accordo del ginecologo.

Per quanto riguarda la riabilitazione del pavimento pelvico, l’incontinenza urinaria, la diastasi dei retti addominali e il recupero del perineo, l’osteopatia può integrarsi utilmente con programmi riabilitativi specifici (come l’allenamento dei muscoli del pavimento pelvico).

L’osteopatia non è una medicina alternativa, né una soluzione a tutto. È una professione sanitaria riconosciuta che, per la lombalgia e il dolore pelvico in gravidanza e nel post-parto, ha una base di evidenze a supporto del suo utilizzo.

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