Aborto, cure carenti e assistenza inadeguata - GravidanzaOnLine

Perché dobbiamo parlare di aborto: le voci di 8 donne che ci sono passate

Chi sperimenta un aborto spontaneo raramente ne parla: l'Organizzazione mondiale della Sanità ha raccolto le storie vere di alcune donne che l'hanno sperimentato per togliere il velo di silenzio sul lutto perinatale.

Ci sono molti motivi per cui una gravidanza può interrompersi precocemente. L’aborto spontaneo è frequente e in molti casi non è possibile individuarne la causa certa: può trattarsi di anomalie genetiche fetali, può dipendere della presenza di patologie materne, dall’età della donna o da altre condizioni, non sempre individuabili.

Secondo le stime circa il 10% delle gravidanze si interrompe con un aborto spontaneo: un evento comune che tuttavia di rado si affronta pubblicamente, per la propensione a mantenere privato il proprio dolore di donna e di coppia, ma anche per l’impreparazione della società di fronte ad eventi di questo tipo. Eppure, molte donne possono trarre beneficio dal confronto con altre persone, che abbiano avuto esperienze simili o meno.

Anonimo

chiede:

Aborto, imparare a parlarne

L’Organizzazione mondiale della sanità ha decisocosì di farsi portavoce anche di queste esperienze, con un progetto dedicato alle storie di chi ha avuto un aborto spontaneo, dal titolo “Perché dobbiamo parlare del perdere un bambino”. Come spiega il lungo articolo pubblicato sul sito dell’Oms

L‘interruzione di gravidanza è considerata in modi diversi nelle diverse parti del mondo, ma in generale se il feto muore prima delle 28 settimane di gravidanza (in Italia la 22^, ndr) si parla di aborto, mentre dopo le 28 settimane si parla di nati morti. Ogni anno, 2,6 milioni di bambini muoiono prima di nascere, e molte di queste morti si potrebbero evitare.

Oltre alle definizioni più strettamente cliniche ci sono le implicazioni psicologiche, sottolinea l’Oms:

Per quanto siano differenti nel mondo le esperienze del lutto perinatale, le donne che perdono un bambino provano comunemente vergogna e senso di colpa. Sono portate a pensare di dover affrontare il loro dolore in silenzio, perché si tratta di eventi molto comuni o perché vengono percepiti come inevitabili.

Parlare di quello che si sta provando, invece, può essere utile per affrontare la perdita: per questo motivo l’Oms ha raccolto le testimonianze di alcune donne che hanno scelto di raccontare le loro esperienze, superando il velo di solitudine che circonda il lutto perinatale.

In alcuni casi sono state persone conosciute ad alzare quel velo di solitudine, parlando in prima persona delle proprie dolorose esperienze. È il caso, ad esempio, di Michelle Obama, che in un libro autobiografico ha parlato anche della propria esperienza di aborto. Ed è il caso dell’attore James Van Der Beek e della moglie, che hanno condiviso anche su Instagram il loro difficile percorso.

Nella gallery qui sotto vi proponiamo alcuni estratti delle loro storie:

Perché dobbiamo parlare di aborto: le voci di 8 donne che ci sono passate
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L’Oms elenca poi alcuni interventi necessari nell’ambito della prevenzione, partendo dal miglioramento dell’accesso alle cure prenatali, dall’introduzione di un’assistenza ostetrica continua e dall’introduzione di comunità di assistenza: “Integrare il trattamento delle infezioni in gravidanza, monitorare il battito fetale e la sorveglianza durante il travaglio come parte di un piano integrato potrebbe salvare 1,3 milioni di bambini che altrimenti sarebbero in pericolo”.

L’Oms: ancora troppe cure inadeguate o assenti

Problematiche di tipo sociale e strutturale sono invece connesse, sottolinea l’Organizzazione mondiale della Sanità, alle pressioni che molte donne ricevono per fare un figlio anche se non sono fisicamente o psicologicamente pronte. Avverte l’Oms:

Anche nel 2019, 200 milioni di donne che vorrebbero evitare una gravidanza non hanno accesso ai moderni metodi contraccettivi. E quando rimangono incinte, 30 milioni di donne non partoriscono in una struttura adeguata e 45 milioni di donne ricevono cure prenatali inadeguate o del tutto assenti, con un aumento esponenziale del rischio di complicazioni e di morte per la mamma e per il bambino.

Allo stesso modo, continua l’Oms, “molte donne, anche nei Paesi con accesso alle migliori cure sanitarie, ricevono un’assistenza inadeguata dopo avere perso un bambino”.

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