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La gravidanza è un periodo nel quale le donne sono regolarmente chiamate a recarsi presso ospedali, ambulatori e studi medici per effettuare esami e controlli di vario tipo. Verso la fine della gestazione c’è da fare il tampone per lo Streptococco di gruppo B. un esame semplice, veloce e indolore, ma con un significato clinico molto importante. Vediamo perché si fa l’esame per lo streptococco in gravidanza, quali risultati può dare e come arrivarci preparate.
Il Centers for Disease Control and Prevention definisce lo Streptococcus agalactiae, conosciuto come Streptococco beta-emolitico di gruppo B o semplicemente GBS (dall’inglese Group B Streptococcus), come un batterio Gram-positivo che abita normalmente il tratto intestinale e genitourinario di molte persone sane. Nonostante questo lo Streptococco di gruppo B è la principale causa di infezione neonatale. La colonizzazione materna del tratto genitourinario e gastrointestinale è il principale fattore di rischio per la malattia neonatale, e la trasmissione avviene di solito durante il travaglio o dopo la rottura delle membrane.
Si stima che circa una donna su cinque in gravidanza ne sia portatrice sana, senza alcun sintomo e senza conseguenze sulla propria salute. Il problema arriva al momento del parto. Il neonato che passa attraverso il canale del parto può venire colonizzato dal batterio e, in una minoranza di casi, sviluppare infezioni gravi come sepsi neonatale, polmonite o meningite. Secondo l’American College of Obstetricians & Gynecologists (ACOG), l’implementazione della profilassi antibiotica durante il travaglio ha portato a una riduzione dell’incidenza della malattia neonatale di oltre l’80%, passando da 1,8 neonati per 1.000 nati vivi negli anni ’90 a 0,23 per 1.000 nel 2015.

Da linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) il tampone per lo Streptococco in gravidanza va fatto tra la trentaseiesima settimana e la trentasettesima settimana di gestazione. Il motivo per cui viene fatto in questa stretta finestra temporale è legato al fatto che il risultato del tampone ha una validità predittiva di circa cinque settimane, coprendo il periodo fino alla quarantunesima-quarantaduesima settimana di gestazione. Se il parto avviene prima che il risultato sia disponibile, oppure se il parto è molto prematuro, si applicano criteri clinici alternativi per decidere se somministrare la profilassi.
Esistono alcune situazioni in cui il tampone non è necessario perché la profilassi antibiotica verrà comunque somministrata. È il caso delle donne che hanno avuto un figlio precedentemente colpito da infezione neonatale da GBS, o che presenti batteriuria da GBS (presenza del batterio nelle urine) nella gravidanza in corso.
L’esame per lo streptococco in gravidanza è, come detto, rapido. Per il suo svolgimento non è previsto l’utilizzo dello speculum e nella grande maggioranza dei casi non è doloroso. Si utilizza un tampone sterile per raccogliere le secrezioni dal terzo inferiore della vagina, poi il tampone viene introdotto nel retto per circa uno-due centimetri. Il prelievo rettale è fondamentale perché l’intestino è il principale serbatoio del GBS.
Per ottenere il risultato più affidabile è consigliato evitare, nelle 24-72 ore precedenti l’esame, lavande vaginali, creme o detergenti intimi aggressivi, e astenersi dai rapporti sessuali. Il campione viene analizzato in laboratorio mediante coltura batterica su brodo di arricchimento, il metodo che garantisce la maggiore sensibilità diagnostica. Come riportato in questo studio, la coltura batterica rimane il metodo di riferimento per la diagnosi, anche se i test molecolari (NAAT, amplificazione degli acidi nucleici) mostrano una sensibilità superiore.
Il risultato dell’esame è molto semplice. Un risultato negativo significa che il batterio non è stato isolato e che, in assenza di altri fattori di rischio, non sarà necessaria alcuna profilassi. Un risultato positivo significa che la donna è “colonizzata”. È importante chiarire che l’esito positivo del tampone non significa che la gestante ha l’infezione, tanto che la donna non ha sintomi e non deve seguire alcuna terapia durante la gravidanza. Indica semplicemente che al momento del travaglio sarà necessaria la profilassi antibiotica per proteggere il neonato.
Un tampone positivo non cambia il modo in cui la gravidanza viene seguita nelle settimane successive, né modifica le modalità del parto. La differenza si vede solo all’inizio del travaglio. Non appena la donna arriva in ospedale, il personale ostetrico inizierà la Profilassi Antibiotica Intrapartum (IAP), somministrando un antibiotico per via endovenosa attraverso il braccio o il dorso della mano.
Il farmaco di prima scelta è la Penicillina G o in alternativa l’Ampicillina. In caso di allergia alla penicillina, si ricorre alla Cefazolina (se l’allergia è di tipo non grave), oppure alla Clindamicina o alla Vancomicina sulla base dell’antibiogramma, cioè del test che verifica la sensibilità del batterio ai diversi antibiotici.
La profilassi è considerata efficace quando la prima dose viene somministrata almeno quattro ore prima del parto. Secondo i dati del Centers for Disease Control & Prevention (CDC), una donna positiva che riceve gli antibiotici durante il travaglio ha un rischio di 1 su 4.000 che il bambino sviluppi la malattia da GBS. Senza la profilassi, il rischio sale a 1 su 200. Venti volte superiore.
È importante sapere che in caso di taglio cesareo programmato, eseguito prima dell’inizio del travaglio e con le membrane ancora integre, la profilassi per GBS non è necessaria, anche se il tampone è positivo.
Dopo la nascita, tutti i neonati vengono osservati per almeno 48 ore. Nei bambini nati da madri positive (soprattutto se la profilassi non è stata completata o se sono comparsi fattori di rischio aggiuntivi come febbre materna, rottura prolungata delle membrane o parto pretermine) la sorveglianza è più attenta e può includere esami del sangue per escludere qualsiasi segnale di infezione. I segnali da tenere d’occhio nelle prime ore sono la difficoltà respiratoria (respiro affannoso, gemiti, apnee), la sonnolenza anomala, il rifiuto dell’alimentazione e l’instabilità della temperatura corporea.

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