
In alcuni casi le feci galleggianti sono segno di un problema di salute. Ecco quando preoccuparsi e cosa fare nei bambini e negli adulti.
Dagli Stati Uniti all'Unione Europea c'è preoccupazione per i Pfas nell'acqua potabile, sostanze inquinanti che potrebbero nuocere alla salute dei neonati.

Esiste un reale allarme PFAS nell’acqua potabile, con rischi specifici per neonati e donne in gravidanza?
Più che di un “allarme” immediato, è più corretto parlare di una crescente attenzione scientifica. Sebbene nel campo dell’inquinamento ambientale sia spesso complesso stabilire un nesso di causalità diretto e univoco, recenti studi statunitensi hanno acceso i riflettori sulla gravità della questione. Viviamo in un ecosistema globalmente contaminato che richiede un monitoraggio costante e un intervento deciso da parte delle istituzioni. Dopotutto, la prevenzione non è solo una tutela della salute pubblica, ma anche una scelta economica lungimirante: investire oggi nella sicurezza ambientale significa abbattere drasticamente i costi futuri della spesa sanitaria.
Lo studio di cui parleremo tra poco, definisce i Pfas come:
Le sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (Pfas), le cosiddette ‘sostanze chimiche eterne’, sono inquinanti che destano Pfas preoccupazione. Tuttavia, non vi sono ancora prove concrete che i tipi di esposizione ai Pfas che si verificano nella vita quotidiana abbiano un impatto sulla salute umana.
Tuttavia c’è chi ritiene che i Pfas non solo possano avere, come vedremo, influenze negative sulla salute fetale, ma si tratti di sostanze inoltre connesse ad alcuni tipi di cancro, malformazioni congenite, danni al fegato e al sistema immunitario.

In alcuni casi le feci galleggianti sono segno di un problema di salute. Ecco quando preoccuparsi e cosa fare nei bambini e negli adulti.
Lo studio dal titolo Pfas-contaminated drinking water harms infants ha preso in esame diversi siti nel New Hampshire, uno stato Usa, che si presumevano contaminati: qui si è registrato un tasso di mortalità infantile molto alto (il triplo del normale), così come un numero spropositato di bambini sottopeso e di parti prematuri. Per la ricerca sono stati raccolti i dati relativi a oltre 11mila nascite avvenute tra il 2010 e il 2019.
Come spiega il Washington Post, la University of Arizona ha individuato e seguito le madri che abitavano questi 41 siti che si presumevano contaminati, notando differenze tra chi di loro avesse accesso all’acqua potabile a monte e chi a valle. Diverse famiglie tra quelle che vivevano a valle – paradossalmente le famiglie più benestanti, alle quali non mancava certo assistenza medica o metodi efficaci di filtraggio dell’acqua – hanno perso un figlio nel primo anno di vita, con un tasso di mortalità del 191% superiore alla media. Il tasso dei parti pretermine invece è risultato superiore del 20%, mentre per i parti sottopeso del 43%.
La situazione legislativa statunitense riguardo ai PFAS è complessa e riflette una tensione costante tra salute pubblica, costi infrastrutturali e deregolamentazione politica. Molto spesso questi siti di acqua potabile fanno riferimento a pozzi privati che non sono soggetti a normative federali. E inoltre, sono stati allentati gli standard per le sostanze chimiche presenti nell’acqua che l’Agenzia per la protezione dell’ambiente aveva proposto. Secondo i dati Epa, ci sarebbero 172 milioni di residenti su territorio statunitense esposti a Pfas.

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Non abbiamo contezza di quello che accade in Italia o in Europa in termini di contaminazione, sappiamo però che dal 12 gennaio 2026 è scattato nell’Unione Europea l’obbligo di monitoraggio per i Pfas. Secondo la direttiva europea si impone di rispettare un limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro “Pfas totali” e un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 Pfas, che tuttavia sono considerati limiti inadeguati per la tutela della salute, secondo l’Autorità europea per la sicurezza e dall’Agenzia europea per l’ambiente.
L’Italia aveva promesso limiti più severi, tuttavia la legge di bilancio ha concesso una deroga di 6 mesi per “dare tempo ai gestori di adeguarsi ai requisiti previsti dal decreto legislativo”. Così Greenpeace ha lanciato una petizione, in cui si legge:
I limiti sui Pfas nell’acqua potabile devono essere applicati senza ulteriori deroghe, ma soprattutto è necessario trovare al più presto un accordo per ridurre ancora di più i limiti consentiti avvicinandoli all’unica soglia sicura: lo zero tecnico.

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