Genitori e gioco, quando "Non mi piace giocare con mio figlio" è normale

È possibile che alcune persone si riconoscano nel concetto "Non mi piace giocare con mio figlio". Il senso di colpa arriva immediatamente dopo la frase, ma si tratta di un retaggio.

A diversi papà o mamme potrebbe essere accaduto di pensare o magari dire a voce alta, confidandosi con qualcuno: non mi piace giocare con mio figlio o con mia figlia. Viviamo in un’epoca molto differente da quella in cui alcune di noi potrebbero essere cresciute: ci sono tante coppie che condividono alla pari i momenti di crescita della prole e c’è più vicinanza alle figlie e ai figli rispetto al passato. Ma non è detto che tutto quello che facciamo ci piaccia, gioco compreso.

“Non mi piace giocare con mio figlio”: perché non è male

Semplicemente non gradire i momenti di gioco con figli e figlie non equivale a non nutrire sentimenti positivi verso di loro: ogni persona preferisce alcune attività a discapito di altre e il gioco in famiglia può essere una di queste attività che non piacciono. Non c’è niente di male e non dovremmo viverlo con senso di colpa, perché si tratta di un retaggio, soprattutto quando si è madri.

Come spiega il sito Your Parenting Mojo, “la resistenza al gioco spesso deriva da messaggi ricevuti durante l’infanzia sul valore della produttività rispetto al gioco”. È possibile che a nostra volta ci sia stato insegnato che il gioco rappresenta qualcosa di improduttivo e che dovremmo concentrarci su cose come la scuola e i voti. Ma questo può essere vero per i bambini e le bambine in età scolare, quindi più o meno dai 6 anni in su, mentre ci sono persone che non amano giocare con la prole anche quando figli e figlie sono molto piccoli. Può darsi quindi che si tratti anche di questo fenomeno.

Tuttavia non è neppure detto che, se non amiamo giocare, non ci piaccia divertirci con altre attività con i figli e le figlie: queste attività possono includere piccoli sport, lettura, passeggiare, viaggiare, andare al cinema. È importante trovare attività che stiano bene a entrambi, perché così si potrà condividere quel tempo speciale di cui parleremo tra poco.

Il senso di colpa genitoriale

Lo scarso gradimento che potremmo provare per le attività ludiche potrebbe tradursi nel cosiddetto senso di colpa genitoriale, che si manifesta sia nel caso in cui avvertiamo il gioco come dovere sia nel caso in cui lo avvertiamo come improduttivo. Come spesso accade in psicologia, questo deriva dai messaggi che abbiamo ricevuto nel corso dell’infanzia, che poi vanno a rappresentare quei retaggi da cui dovremmo liberarci.

Investire su attenzioni e tempo di qualità

Il tempo speciale è tempo di qualità trascorso con figlie e figli, ovvero concentrare le attenzioni su di loro. Ma questo non significa che ci dobbiamo annullare, anche se a volte la società, una volta che abbiamo partorito o adottato finisce per vederci solo come madri: il tempo per noi stesse è importante quanto il tempo speciale con la prole.

Il tempo speciale può durare anche solo 10 minuti al giorno ed è quel momento in cui il figlio o la figlia sceglie un’attività da fare insieme, quindi non solo il gioco se proprio non ci va – in fondo può giocare anche con altri bambini e bambine, e questo può essere decisamente meglio per la conquista delle autonomie.

Tuttavia non si deve rinunciare al tempo speciale, perché quei 10 minuti al giorno si tramutano in connessione e in una riduzione dei cosiddetti comportamenti-problema oppure dei capricci (non voler andare a letto quando è ora, bisticciare con i coetanei, piangere disperatamente quando non si viene accontentati nell’immediatezza per esempio). Semplicemente i piccoli non ne avranno bisogno perché non dovranno attirare la nostra attenzione: ce l’hanno già. Quindi il gioco va bene, se vi piace, ma va bene anche che non vi piaccia: sono le attenzioni che restano fondamentali e non devono mancare.

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