Fertility Fatigue o stress da concepimento: quando cercare un figlio diventa estenuante

Coltivare il sé, ritrovare la propria identità: è un modo fondamentale per riprendersi dalla Fertility Fatigue o stress da concepimento. Il fenomeno può colpire le donne che cercano di restare incinte.

Restare incinta non è un passaggio così scontato. La fertilità è differente per ogni persona, e ancora oggi molte donne, a causa di retaggi patriarcali, rischiano di vivere i problemi di fertilità come uno stigma. Ci sono persone che riescono ad avere una gravidanza più difficilmente di altre, e ci sono persone che aspettano mesi o anni prima di restare incinte. Quando i sentimenti e le emozioni su questo aspetto della propria vita diventano pervasivi, si rischia un tipo di burnout chiamato Fertility Fatigue o stress da concepimento.

Che cos’è la Fertility Fatigue o stress da concepimento

Come spiega Psychology Today, si tratta appunto di una tipologia di burnout, una stanchezza che affligge corpo e mente, legata alla difficoltà o all’impossibilità di una gravidanza. Questa stanchezza innesca un circolo vizioso di speranza e delusione: ci sono appuntamenti su appuntamenti con gli specialisti, farmaci da assumere, procedure spesso invasive, e tutto questo causa un forte stress in coloro che vorrebbero essere madri, uno stress che finisce spesso per interferire con aspetti comuni della vita, come il sonno, la digestione e la concentrazione, oppure le scelte che ogni giorno ci ritroviamo a fare e che sono avulse dall’aspirazione alla genitorialità (perché riguardano, per esempio, lavoro o relazioni sociali).

Quali sono i segnali d’allarme

Il crollo non è mai improvviso. L’immagine corretta per il fenomeno della Fertility Fatigue o stress da concepimento assomiglia più a quella di un graduale disfacimento. E ci sono dei passaggi, relativi appunto a sentimenti ed emozioni, che sono forti indicatori di questo burnout, ovvero:

  • mancanza di energie;
  • senso di distacco da sé, dalla propria vita;
  • sensi di colpa rispetto a un presunto fallimento;
  • paura di avere in futuro qualche tipo di rimpianto;
  • claustrofobia emotiva, sentirsi intrappolate senza via d’uscita.

Come fare a uscirne

Ci piacerebbe dirvi, com’è giusto che sia, che avere difficoltà a concepire non sia un fallimento. È così per la verità, ma quando la Fertility Fatigue o stress da concepimento è giunta, scrivervelo diventa poco più che una pacca sulla spalla: c’è bisogno di un aiuto specialistico, affinché si riesca a riconoscere la propria necessità di riposo e di spazio personale. Così come diventare madri non annulla ciò che siamo nel profondo (sebbene in molti casi lo stile di vita potrebbe cambiare radicalmente), anche restare incinte non lo fa. Siamo persone, con i nostri bisogni, e li dovremmo ascoltare.

Riconoscere di avere bisogno di riposo e spazi non è un segno di debolezza, ma rappresenta quel punto di rottura necessario a capire quanto sia importante ritrovare in primis noi stesse e riconnettersi con il partner in questa situazione. Ma ci sono anche altre cose che possiamo fare, oltre che entrare in psicanalisi. È importante capire, per esempio, che non ci si deve dare limiti di tempo: non è una gara a chi resta incinta per prima.

Recuperare il proprio io significa che, mentre cerchiamo la gravidanza, non ci dimentichiamo di coltivare i nostri hobby preferiti e ovviamente la socialità: stare con le amiche e con altre coppie è importante per cambiare scenario. Tuttavia parlare anche con la propria cerchia dei problemi di concepimento può essere utile, purché non si abbia davanti persone giudicanti che si nutrono di quei retaggi di cui abbiamo accennato.

Altrettanto importante è praticare un percorso di autocompassione: come in ogni ambito della vita, non dovremmo esigere troppo da noi stesse, anche perché la capacità di concepimento non cambia chi siamo e ci sono diversi percorsi per diventare (o sentirsi) genitori. Può aiutare porsi delle domande di autoriflessione, che facciano luce sul perché avvertiamo stanchezza o ci sentiamo disconnesse, sul perché proviamo certi argomenti, sull’eventuale evitamento dell’argomento con le persone a cui vogliamo bene, sui nostri possibili sensi di colpa. In buona sostanza: sulla nostra stessa identità.

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