Egg freezing e Social freezing: guida alla terminologia e al congelamento degli ovuli

Cresce il numero delle donne che ricorrono al congelamento degli ovuli e non per ragioni mediche. Analizziamo meglio il fenomeno.

Negli ultimi dieci anni, come riportato da Sanità Informazione, in tutto il mondo (Italia compresa) sta aumentando il ricorso alle tecniche di preservazione della fertilità, in modo particolare al congelamento degli ovociti femminili. Un fenomeno da approfondire non solo per la dimensione numerica (si stima che l’aumento sia di circa il 25-30%), ma anche perché alla base del ricorso a queste tecniche non ci sono solamente ragioni etiche. Come evidenziato in uno studio pubblicato su MDPI, sempre più spesso si è spinti da motivazioni sociali legate alle scelte di carriera, all’instabilità economica e all’assenza di un partner. È quindi utile chiarire cosa di cosa si parla quando si utilizzano espressioni quali Egg freezing e Social freezing.

Anche perché, come emerge dalla revisione pubblicata su Fertility and Sterility, la preservazione della fertilità è un argomento sul quale manca una cultura diffusa, un’informazione adeguata e una completa consapevolezza su rischi, tempi e limiti.

Cosa si intende per Egg freezing e Social freezing

Quando si parla di egg freezing si fa riferimento alla tecnica di congelamento degli ovociti, utilizzata per conservare la fertilità di una donna nel tempo. Questo processo prevede il prelievo degli ovuli, la loro crioconservazione e l’eventuale utilizzo in un secondo momento, quando si decide di affrontare una gravidanza. Se inizialmente questa pratica veniva riservata a chi doveva sottoporsi a trattamenti medici invasivi come la chemioterapia, oggi viene scelta anche da donne sane che desiderano rimandare la maternità.

Qui si parla più propriamente di social freezing, una scelta fatta non per ragioni mediche. C’è, infatti, chi non ha ancora incontrato il partner giusto, chi vuole concentrarsi sulla carriera o chi sente di non essere pronta per diventare madre. Il social freezing rappresenta quindi un modo per preservare la possibilità di avere figli anche quando l’età potrebbe non garantire più la stessa qualità ovocitaria.

Perché cresce la necessità di preservare la fertilità

In Italia le donne partoriscono il primo figlio verso i 32 anni (31,7 la media dei dati Istat). L’età media della prima gravidanza, riporta l’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI), sta gradualmente aumentando, un dato che fotografa bene la situazione. Per ragioni economiche, culturali, professionali, sociali e personali, oggi la scelta di diventare genitori si è spostata in avanti.

Questo perché, soprattutto le donne (che subiscono le conseguenze maggiori e peggiori del diventare genitori), sono spesso costrette a scegliere tra carriera e famiglia. Il problema principale è però di tipo biologico, essendoci una vera e propria età fertile di cui tenere conto. Per le donne (ma il discorso vale, seppur con delle differenze, anche per gli uomini), il massimo della fertilità si ha intorno ai 25 anni e si assiste a una drastica riduzione dopo i 35 anni. L’età, infatti, è un fattore di rischio per numerose anomalie cromosomiche, malformazioni genetiche, casi di aborto spontaneo e complicanze della gravidanza. Con il passare del tempo, infatti, diminuisce la quantità di follicoli disponibili (riserva ovarica) e peggiora la qualità degli ovociti.

Le tecniche di preservazione della fertilità, come l’egg freezing, sono il tentativo di conciliare la necessità di spostare la gravidanza con il desiderio di diventare genitori.

Come funziona il congelamento degli ovuli

L’egg freezing è quella procedura medica tramite la quale prelevare e congelare gli ovuli femminili così da poterli utilizzare in un secondo momento. La prima fase prevede la stimolazione ormonale controllata (simile a quella utilizzata nei trattamenti di fecondazione assistita) tramite farmaci per favorire la maturazione di più ovociti contemporaneamente. Quando i follicoli raggiungono la giusta dimensione, si procede con il prelievo ovocitario attraverso un intervento ambulatoriale.

Una volta prelevati, gli ovociti vengono valutati dal punto di vista della qualità e della maturazione. Solo quelli ritenuti idonei vengono congelati tramite una tecnica chiamata vitrificazione. Questo metodo consente di abbassare rapidamente la temperatura degli ovuli a livelli estremamente bassi, evitando la formazione di cristalli di ghiaccio che potrebbero danneggiarne la struttura cellulare. Gli ovociti così conservati possono rimanere in criostoccaggio per anni, mantenendo intatte le loro caratteristiche.

Quando la donna decide di utilizzarli, vengono scongelati, fecondati in laboratorio con il seme del partner (o di un donatore), e successivamente trasferiti nell’utero.

Aspetti etici, psicologici e implicazioni sociali

Nonostante si tratti di una concreta possibilità per permettere a molte donne di iniziare una gravidanza che, altrimenti, non potrebbero avere, il congelamento degli ovuli è una tecnica che solleva diverse implicazioni. Innanzitutto di tipo medico. I principali rischi sono quelli associati alla stimolazione ovarica (sindrome da iperstimolazione ovarica) e alla procedura di prelievo (sanguinamento, infezione, complicazioni anestetiche), motivo per cui l’egg freezing viene considerata una procedura sicura.

C’è però da considerare che nel successo di una gravidanza incidono numerosi fattori, non solo quelli strettamente legati ai gameti. Se il congelamento degli ovociti preserva (o prova a farlo) la qualità dei gameti femminili e valuta quella dei gameti maschili, non sono da escludere tutte le possibili condizioni e complicazioni a carico dell’utero o che interessano l’organismo femminile. In età avanzata (dal punto di vista medico), aumenta il rischio di diabete gestazionale, ipertensione, preeclampsia, parto pretermine e neonati con basso peso alla nascita. È quindi molto alta la possibilità che una gravidanza ottenuta mediante il congelamento degli ovuli esponga la donna (e il nascituro) a questi problemi.

Un aspetto spesso poco considerato è legato all’effettivo utilizzo degli ovuli congelati. I più recenti dati italiani dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) mostrano una crescita rispetto agli anni precedenti, ma in generale il trend è quello di un utilizzo ridotto di questi ovuli. Da questo punto di vista uno studio internazionale sulla crioconservazione ha rilevato che solo il 7,4% delle donne che avevano congelato i propri ovuli è poi tornato a utilizzarli, con un tempo medio di conservazione pari a circa quattro anni. Questo dato suggerisce che, nella maggior parte dei casi, gli ovociti congelati non vengono effettivamente impiegati per tentare una gravidanza.

La discrepanza tra il numero crescente di crioconservazioni e il limitato ricorso agli ovociti conservati apre interrogativi anche di natura psicologica e sociale. Da un lato, questa possibilità rafforza l’autonomia della donna, offrendo più margini di scelta rispetto ai tempi biologici della maternità e riducendo la pressione sociale legata all’urgenza di costruire una famiglia. Dall’altro, però, c’è il rischio che il social freezing venga percepito come una risposta tecnologica a un problema culturale, alimentando nuove aspettative e imponendo, in modo sottile, la priorità della carriera sulla vita personale.

Anche gli aspetti economici sollevano dubbi considerando che si tratta di una procedura costosa e non sempre accessibile, resta spesso prerogativa delle fasce sociali più abbienti, con il rischio di accentuare le disuguaglianze in termini di possibilità riproduttive. Inoltre, la comunicazione pubblica tende a offrire una visione ottimistica o poco trasparente della gravidanza in età avanzata.

Ci sono poi tutte le implicazioni di natura psicologica da considerare. L’elevato rischio di fallimento, infatti, può avere un impatto emotivo significativo, con sentimenti di frustrazione e senso di colpa per aver “rimandato troppo”. L’insieme di questi fattori rende evidente come il congelamento degli ovuli non sia solo una procedura medica, ma un percorso complesso che coinvolge in modo profondo la sfera emotiva, relazionale ed etica della persona. Ed è quindi una scelta che richiede un’elevata consapevolezza.

La legge italiana sul congelamento degli ovuli

In Italia il congelamento degli ovuli è disciplinato nell’ambito delle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita, regolate dalla Legge 40 del 2004. A gestire il monitoraggio delle attività legate alla PMA è l’Istituto Superiore di Sanità, che tramite un registro nazionale raccoglie i dati su trattamenti, risultati ed esiti. Un passaggio fondamentale è avvenuto nel 2009, quando una sentenza della Corte Costituzionale ha modificato alcuni vincoli imposti dalla legge originaria, aprendo alla possibilità di crioconservare embrioni e rendendo più flessibile il ricorso alle tecniche da scongelamento.

Oggi i centri di secondo e terzo livello possono quindi eseguire la crioconservazione non solo degli embrioni, ma anche dei gameti maschili e femminili. Quando la procedura di congelamento degli ovociti è motivata da ragioni mediche il Servizio Sanitario Nazionale ne copre i costi. Diverso è il caso del social freezing, dove le spese restano a carico della donna. Solo in Trentino Alto Adige e in Toscana esiste una forma di esenzione per chi sceglie di donare parte degli ovociti prelevati. Dal 2014, inoltre, la normativa italiana consente l’uso di gameti donati, anche attraverso doppia donazione. A oggi, come riferito nel report del Network Italiano Diagnosi preimpiantO, la quasi totalità degli ovociti donati utilizzati in Italia proviene ancora da banche estere.

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