
Il tuo bambino ha un disturbo del sonno? Ecco lo studio che indica quanto, come e per quanto dare la melatonina al bambino.
Il sonno dei bambini difficilmente è lineare, ma ci sono condizioni che lo rendono letteralmente terrificante. Ecco cosa sapere.

Parliamo di pavor nocturnus, ovvero quel disturbo del sonno che porta i bambini (così come descritto dall’Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer) ad avere gli occhi spalancati, a tremare e sudare e pronunciare frasi sconnesse e senza senso. Un fenomeno terrificante più per i genitori che per i bambini che lo sperimentano, anche considerando il fatto che costoro di quanto accaduto di notte non ricordano nulla al risveglio. Proviamo a fare chiarezza su questi terrori notturni nei bambini.

Tra le parasonnie, i disturbi non patologici del sonno, ci sono anche i cosiddetti terrori notturni. Un fenomeno molto più diffuso di quanto si pensi comunemente. In modo particolare nelle prime fasi della vita. Si stima, come riportato in questo studio, che colpisca tra l’1% e il 6,5% dei bambini tra 1 e 12 anni, con un picco tra i 5 e i 7 anni. Nei bambini molto piccoli la prevalenza è più alta. Si verifica infatti in circa nel 36,9% dei soggetti a 18 mesi e nel 19,7% a 30 mesi, mentre negli adulti scende al 2,2%.
Tra i bambini in età prescolare, evidenzia questa ricerca, la prevalenza complessiva si attesta attorno al 30%, senza differenze significative tra maschi e femmine. Uno studio pubblicato su MedLink Neurology riporta che circa il 50% dei bambini colpiti dai terrori notturni non mostra più episodi entro gli 8 anni. Un dato che suggerisce che si tratti di un disturbo legato alla maturazione del sistema nervoso.
I terrori notturni sono tipici dell’età pediatrica. Iniziano solitamente tra i 2 e i 4 anni, con alcuni studi che riportano l’esordio già a 18 mesi. Il picco di incidenza si registra tra i 3 e i 7 anni. Tendono a scomparire spontaneamente con la crescita, generalmente entro l’adolescenza (11-12 anni), man mano che il sistema nervoso matura. Un singolo episodio può durare da pochi minuti fino a mezz’ora. Gli episodi sono irregolari e non prevedibili, possono verificarsi raramente o con frequenza variabile, ma difficilmente capitano più di una volta nella stessa notte.
Inoltre, per tranquillizzare i genitori, nella stragrande maggioranza dei casi non serve alcun intervento specifico. Il pavor nocturnus è un disturbo della maturazione del sistema nervoso, e il tempo (insieme a qualche accorgimento pratico) è l’approccio migliore da seguire.
Ma perché si verificano questi terrori notturni nei bambini? Dal punto di vista fisiologico, il pavor nocturnus è il risultato di un risveglio parziale e anomalo durante il sonno profondo. Succede che il cervello del bambino, anziché completare correttamente il passaggio da una fase del sonno all’altra, rimanga come bloccato a metà. Alcune aree sono ancora addormentate mentre altre si attivano bruscamente. Come spiegato nello studio pubblicato su Current Pediatric Reviews, si tratta di episodi che si verificano nella fase di sonno profondo non-REM, solitamente entro le prime tre ore dall’addormentamento.
Questo meccanismo è favorito dall’abbondanza di sonno profondo tipica dei bambini piccoli. È il motivo per cui durante l’adolescenza, con la normale maturazione cerebrale, si assista a una progressiva riduzione dell’incidenza dei terrori notturni che nella stragrande maggioranza dei casi scompaiono del tutto e in maniera spontanea.
È importante sottolineare, come fatto anche dalla Fondazione Veronesi, che i bambini con terrori notturni non presentano una maggiore incidenza di disturbi psicologici o neurologici rispetto agli altri bambini. Non si tratta di un segnale di disagio emotivo né di un problema di sviluppo, ma semplicemente del sistema nervoso che sta crescendo.
I sintomi durante l’episodio sono molto caratteristici e, per chi li osserva, possono essere davvero spaventosi. Il bambino si solleva bruscamente dal letto urlando o piangendo in modo inconsolabile. Spesso ha gli occhi sbarrati ma sembra non vedere chi ha di fronte, guardando nel vuoto. Si manifestano anche:
Il piccolo può dimenarsi, scalciare o addirittura alzarsi e camminare per casa. Al risveglio il mattino dopo, il bambino non ricorda assolutamente nulla dell’accaduto.
I terrori notturni non sono incubi. È fondamentale non confondere i due fenomeni, perché richiedono approcci completamente diversi. I terrori notturni, infatti, si verificano durante il sonno profondo non-REM, nella prima metà della notte (entro due o tre ore dall’addormentamento). Gli incubi invece avvengono durante la fase REM, quella dei sogni, nella seconda metà della notte o addirittura al mattino.
Oltre alle tempistiche, durante un terrore notturno il bambino appare solo apparentemente sveglio. In realtà è confuso, non riconosce i genitori e può respingere il contatto fisico. Chi si sveglia da un incubo, al contrario, è completamente vigile e cerca attivamente conforto e rassicurazione. La differenza più significativa riguarda però il ricordo. Il bambino che ha avuto un terrore notturno al mattino non sa nemmeno che sia successo qualcosa, mentre chi ha fatto un brutto sogno spesso lo ricorda in modo vivido.
A oggi la causa del pavor nocturnus non è nota. Ci sono diversi fattori che possono innescare gli episodi. Esiste innanzitutto una forte componente genetica. Il rischio di sviluppare terrori notturni è fino a dieci volte più alto nei bambini che hanno un familiare di primo grado che ha sofferto dello stesso disturbo o di altre parasonnie come il sonnambulismo.
Va poi considerato come la stanchezza eccessiva rende il sonno più profondo e più difficile il corretto passaggio tra le sue fasi, favorendo il manifestarsi dei terrori notturni. Anche lo stress e l’ansia possono contribuire. Cambiamenti significativi come l’inizio della scuola, un trasloco o l’arrivo di un fratellino o una sorellina, così come le tensioni quotidiane, sono fattori che possono contribuire a scatenare un episodio di terrore notturno. Non sono da trascurare poi la febbre, così come alcuni fattori fisici quali la vescica piena, l’asma notturna, il reflusso gastroesofageo o le apnee ostruttive dovute alle tonsille ipertrofiche. Infine, anche l’ambiente in cui si dorme conta. Una stanza rumorosa nella quale ci sono luci intense può favorire il fenomeno.
Come comportarsi di fronte a un figlio in queste condizioni? L’unica cosa di cui preoccuparsi in quel momento è la sicurezza del bambino finché l’episodio non passa da solo. Prima di tutto, è doveroso mantenere la calma. Il bambino non sta soffrendo e non è in pericolo reale, anche se la scena può essere molto difficile da osservare. È importante rimanere accanto a lui per evitare che cada dal letto o urti oggetti pericolosi. Tra le cose utili da fare si può parlare al bambino con voce tranquilla e toni bassi. Non è tanto importante cosa si dice, perché è il suono rassicurante della voce familiare quello che eventualmente conta. La crisi si risolverà spontaneamente e il bambino tornerà a dormire profondamente, senza nemmeno accorgersi di quanto è successo.
Molto importante è prestare attenzione anche ai comportamenti sbagliati da evitare. L’errore più comune è tentare di svegliare il bambino. Farlo lo lascerebbe in uno stato di profonda confusione, disorientamento e terrore, rendendo tutto più difficile. Qualsiasi tentativo di interrompere l’episodio dovrebbe essere evitato, perché può prolungarne la durata o provocare una reazione fisica involontaria.
Altrettanto sconsigliato è toccarlo o prenderlo in braccio forzatamente. Il contatto fisico non desiderato può aumentare l’agitazione. Inutile anche cercare di farlo ragionare, perché durante l’attacco non è in grado di comprendere o reagire agli stimoli. Infine, non è opportuno raccontargli dell’accaduto il mattino dopo. Non ricordando quello che è successo potrebbe andare incontro a un’inutile ansia riguardo al sonno.
Sebbene il pavor nocturnus sia generalmente benigno e destinato a risolversi con la crescita, ci sono situazioni in cui è opportuno consultare il pediatra. Vale la pena farlo se gli episodi sono molto frequenti (più volte a settimana), e persistono per mesi senza miglioramenti, oppure se durante la crisi il bambino rischia di farsi male seriamente. Un altro segnale da non trascurare è la comparsa o la persistenza del disturbo oltre i 12 anni. Si consiglia inoltre di rivolgersi al medico se si sospettano disturbi sottostanti come le apnee notturne (il bambino russa molto) o crisi di natura epilettica, e se il sonno disturbato provoca una sonnolenza diurna che interferisce con la vita scolastica e quotidiana.
Nei casi più gravi, il pediatra può valutare un percorso specifico. Una tecnica comportamentale che ha mostrato buoni risultati, come riportato in questo studio pubblicato su ScienceDirect, è quella dei risvegli programmati. In questo caso si sveglia il bambino circa trenta minuti prima dell’orario in cui di solito si verifica l’episodio, si tiene sveglio per qualche minuto e poi lo si lascia riaddormentare. Questo approccio è una sorta di “reset” del ciclo del sonno che si rivela spesso sufficiente a interrompere il ripetersi degli episodi. Nei casi più gravi, ma si tratta di eventualità poco frequenti, il medico può valutare un breve ciclo di terapia farmacologica.

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