
Dal lavoro condotto dalla pedagogista, educatrice e medica Maria Montessori, ecco i "segreti" di uno dei metodi educativi e pedagogici più diffusi...
Una filosofia educativa che ha catturato l'interesse anche della futura Regina consorte del Regno Unito.

Che ci fa la Principessa del Galles in Emilia-Romagna? La futura Regina consorte del Regno Unito è arrivata a Reggio Emilia il 13 maggio 2026 per il suo primo impegno ufficiale all’estero dopo la malattia che le è stata diagnosticata nel 2024. Scopo della visita? Capire da vicino come funziona il Reggio Emilia Approach, il metodo pedagogico nato in Emilia-Romagna nel secondo dopoguerra e che oggi influenza l’educazione della prima infanzia in più di ottanta paesi.
Ricordiamo che la Principessa guida la Royal Foundation Centre for Early Childhood, un centro che ha fondato nel 2021 con la convinzione, condivisa da molti ricercatori, che i primi cinque anni di vita siano determinanti per la salute mentale, le relazioni e le capacità cognitive di un individuo adulto.
Quello che Kate Middleton ha trovato a Reggio Emilia è una filosofia educativa che mette in discussione il modo in cui gli adulti guardano i bambini.

La storia del Reggio Emilia Approach comincia nell’aprile del 1945, pochi giorni dopo la fine della guerra, in una borgata rurale chiamata Villa Cella. Un gruppo di donne vendette un carro armato, sei cavalli e tre camion lasciati dai tedeschi in ritirata per raccogliere i fondi necessari a costruire una scuola per bambini. Arrivò in bicicletta un giovane maestro e pedagogista chiamato Loris Malaguzzi.
Malaguzzi, nato a Correggio nel 1920 e laureato in Pedagogia all’Università di Urbino, aveva insegnato durante la guerra e aveva maturato l’idea che la ricostruzione di una società democratica dovesse passare dalla qualità dell’educazione dell’infanzia.
Nel 1963 il Comune di Reggio Emilia aprì le prime scuole dell’infanzia comunali, tra cui la Robinson e l’Anna Frank, riconoscendo formalmente quell’esperienza autogestita come patrimonio della città.
Al centro del Reggio Emilia Approach c’è un’idea radicale per l’epoca in cui nacque: il bambino non è un recipiente da riempire di nozioni, ma un soggetto di diritti, capace di costruire attivamente la propria conoscenza fin dai primi mesi di vita. Malaguzzi lo sintetizzò nella poesia manifesto “Invece il cento c’è”, dove scriveva che ai bambini viene detto che il gioco e il lavoro, la realtà e la fantasia, la ragione e il sogno non stanno insieme, e che “il cento non c’è”. La risposta dell’approccio reggiano è che il cento esiste, ed è compito della scuola custodirlo.
Quella poesia è anche la migliore spiegazione di cosa siano i “cento linguaggi”. Si tratta delle infinite forme espressive con cui ogni bambino comprende e rappresenta il mondo. Ci sono la parola parlata e scritta, ma anche il disegno, la musica, il movimento, la scultura con l’argilla, la pittura, la luce, il gioco simbolico. Nella pratica quotidiana delle 36 scuole comunali di Reggio Emilia questo principio si traduce nell’esistenza dell’atelier, uno studio-laboratorio presente in ogni plesso e guidato da un insegnante specializzato chiamato atelierista, il cui ruolo è offrire ai bambini materiali e tecniche espressive diversificate come strumenti di pensiero.
Uno degli elementi che ha colpito di più la Principessa del Galles durante la visita alla scuola Anna Frank è stato lo spazio. Come riportato dall’ANSA, le educatrici hanno così spiegato questo elemento “L’interno ruota attorno a una piazza e ogni sezione si affaccia sugli spazi creativi come un quartiere si affaccia su una piazza pubblica.”
Nel Reggio Emilia Approach, l’ambiente fisico è considerato il “terzo insegnante”, dopo il docente adulto e i compagni. Gli spazi non sono neutri. La luce naturale, la disposizione dei materiali, la presenza di angoli per costruire o riflettere, la connessione con il giardino e la natura sono scelte pedagogiche ben precise. L’obiettivo è che l’ambiente comunichi ai bambini che sono attesi, che il loro lavoro è importante, che lo spazio è stato pensato per loro.
Un altro pilastro del metodo è la documentazione pedagogica. Insegnanti e pedagogiste fotografano, trascrivono dialoghi, raccolgono elaborati e li organizzano in pannelli, portfoli e mostre permanenti all’interno delle scuole. Non si tratta di valutazione nel senso tradizionale del termine perché la documentazione serve ai bambini per tornare sul proprio percorso, riflettere e approfondire; agli insegnanti per osservare senza giudicare e pianificare i passi successivi; alle famiglie per essere partner reali del progetto educativo.
Durante la visita al Centro Internazionale Loris Malaguzzi, la Principessa ha chiesto in modo specifico come funzionano i gruppi di studio internazionali e come le famiglie partecipano alla vita delle scuole. La risposta è nella struttura stessa dell’approccio dove gli incontri con le famiglie sono previsti regolarmente, i genitori possono consultare le documentazioni e contribuire ai progetti in corso.
La ricerca scientifica ha indagato gli effetti del Reggio Emilia Approach. Uno studio ha rilevato effetti positivi significativi a lungo termine nei bambini che avevano frequentato programmi ispirati all’approccio reggiano rispetto a chi non aveva ricevuto cura educativa formale. Tra gli effetti positivi i migliori esiti occupazionali, competenze socio-emotive più solide, una maggiore probabilità di completare il percorso scolastico secondario e minore incidenza di obesità. Altre ricerche documentano miglioramenti nel coinvolgimento scolastico, nello sviluppo del linguaggio, nella creatività e nelle capacità di problem solving.
Un aspetto critico segnalato da alcuni ricercatori riguarda la difficoltà di esportare il modello fuori dal suo contesto originale. Il Reggio Emilia Approach è cresciuto all’interno di un sistema municipale pubblico con forte supporto istituzionale, partecipazione civica radicata e continuità pedagogica. Le scuole che all’estero si definiscono “Reggio-inspired”, spesso private e di fascia alta, possono adottare elementi come l’atelier e la documentazione senza replicare quella dimensione comunitaria che ne è parte fondamentale.
I genitori che si trovano a scegliere un nido o una scuola dell’infanzia incontrano spesso il confronto tra Reggio, Montessori e Waldorf, tre approcci centrati sul bambino ma profondamente diversi.

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Il metodo Montessori, sviluppato da Maria Montessori agli inizi del Novecento, punta sull’indipendenza individuale attraverso materiali didattici specifici, progettati per permettere all’alunno di autocorreggersi. L’insegnante guida discretamente in classi a età mista, con cicli di tre anni. L’approccio Waldorf, ispirato alla pedagogia di Rudolf Steiner, è strutturato attorno a fasi evolutive rigide e mette al centro il ritmo, l’immaginazione e le arti, posticipando deliberatamente l’apprendimento formale della lettura e della scrittura.
Rispetto a questi due, il Reggio Emilia Approach si distingue per il fatto che i progetti nascono dagli interessi osservati nei bambini e si sviluppano in modo collaborativo, coinvolgendo più linguaggi espressivi contemporaneamente. Il peso dato alla dimensione collettiva, alla co-costruzione della conoscenza tra pari e alla partecipazione della comunità non ha equivalenti negli altri due metodi.

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