
Si tratta di una malattia rara ma molto grave. Nella giornata del 5 ottobre si celebra il World Meningitis Day, che ha lo scopo di diffondere una ...
Facciamo chiarezza sulla meningite in età pediatrica, delle differenze con quella in età adulta, dei rischi e dei primi sintomi da attenzionare.

La meningite è una malattia che in alcune forme rappresenta una vera e propria emergenza medica. Un’emergenza che richiede diagnosi e trattamento rapidi, nell’arco di poche ore. Eppure molti genitori non sanno riconoscerla, soprattutto nelle fasi iniziali, quando i segnali si confondono facilmente con quelli di una febbre comune. Conoscere i meccanismi della malattia, saper leggere i campanelli d’allarme e sapere quando chiamare il 118 non è una prerogativa dei medici, ma l’informazione base che ogni famiglia dovrebbe avere.
La meningite è un’infiammazione delle meningi, le tre membrane che avvolgono e proteggono l’encefalo e il midollo spinale. Quando un agente patogeno, batterico o virale, raggiunge questo spazio e vi si moltiplica, innesca una risposta infiammatoria intensa che può causare edema cerebrale, alterazioni del flusso sanguigno e danno neuronale.
La forma batterica è la più pericolosa. Come riportato in questo studio i batteri più coinvolti cambiano a seconda dell’età. Nei neonati fino a 28 giorni di vita prevalgono lo Streptococco di gruppo B, l’Escherichia coli e la Listeria monocytogenes. Nei lattanti e nei bambini oltre il primo mese, i responsabili principali diventano Neisseria meningitidis (il meningococco), Streptococcus pneumoniae (il pneumococco) e, in misura sempre minore grazie alla vaccinazione, Haemophilus influenzae tipo b.
La forma virale, causata soprattutto dagli enterovirus e, nei neonati piccoli, anche dai parechovirus e dall’herpes simplex, ha un decorso generalmente più favorevole. Si risolve spontaneamente in sette-dieci giorni nella maggioranza dei casi e raramente lascia conseguenze.
Riconoscere la meningite è più difficile di quanto si pensi, perché i sintomi variano molto in base all’età del bambino. Secondo le linee guida della National Institute for Health and Care Excellence (NICE), la combinazione di febbre alta, cefalea intensa, rigidità del collo e alterazione dello stato di coscienza, è caratteristica dei bambini più grandi e degli adulti, ma è spesso assente nei lattanti.
Nei neonati e nei bambini nel primo mese di vita i segnali sono:
Nessuno di questi sintomi preso singolarmente è esclusivo della meningite, ma la loro comparsa improvvisa in un neonato deve sempre portare a una valutazione medica urgente.
Tra uno e dodici mesi il pianto inconsolabile (soprattutto se il bambino continua a piangere anche quando viene cullato) si accompagna spesso a vomito, sonnolenza anomala e rifiuto del latte. La fontanella anteriore, il punto molle in cima alla testa dei lattanti, può apparire bombata o tesa al tatto ed è un segno di pressione intracranica elevata e va considerato come un segnale di allarme.
Nei bambini oltre l’anno si riconoscono più facilmente i sintomi tipici, ovvero febbre alta che sale rapidamente, mal di testa molto intenso, rigidità del collo, fotofobia (fastidio alla luce), nausea e vomito, difficoltà a stare svegli. In questa fascia d’età la meningite batterica può associarsi a una sepsi meningococcica, che si manifesta con un rash cutaneo caratteristico.

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La distinzione tra meningite batterica e virale è fondamentale perché il rischio, il trattamento e la prognosi sono completamente diversi. Non è però sempre facile distinguerle clinicamente nelle prime ore, soprattutto nei bambini più piccoli.
La meningite virale da enterovirus, la forma più comune, esordisce in genere con febbre, malessere generale e cefalea, si accompagna a rigidità nucale lieve e si risolve spontaneamente in una settimana o dieci giorni con terapia di supporto, idratazione e paracetamolo per la febbre. Non richiede antibiotici e raramente causa encefalite o complicanze gravi.
La meningite batterica ha una progressione molto più rapida. Come indicato nel rapporto Istituto Superiore di Sanità (ISS) sulla sorveglianza delle malattie batteriche invasive, il quadro clinico può deteriorarsi nell’arco di poche ore. La diagnosi precoce e l’avvio immediato della terapia antibiotica empirica, generalmente con ceftriaxone per via endovenosa, sono determinanti per la sopravvivenza.
L’esame del liquido cerebrospinale (liquor), prelevato con una puntura lombare, rimane lo strumento diagnostico di riferimento.
Uno dei segni più riconoscibili della malattia invasiva da meningococco è la comparsa di macchie cutanee che non diventano bianche messe sotto pressione. Propriamente si tratta di petecchie, piccole emorragie puntiformi, o di porpora, chiazze più grandi di colore rosso-violaceo, causate da microemorragie nei vasi cutanei prodotte dall’infezione batterica in corso di sepsi.
Il test del bicchiere, raccomandato dalla Società Italiana di Pediatria, consiste nel premere un bicchiere trasparente sulle macchie. Se queste rimangono visibili attraverso il vetro senza scolorire, si è di fronte a un’emergenza e bisogna chiamare immediatamente il 118. Le macchie che scompaiono alla pressione, invece, sono probabilmente conseguenza di un’altra condizione.
È importante sapere che il rash non è sempre presente nelle fasi iniziali della meningite meningococcica. La sua assenza non esclude la diagnosi, e le linee guida sottolineano esplicitamente che la malattia non va esclusa solo perché non c’è un rash visibile.
In presenza di uno dei seguenti segnali bisogna chiamare il 118 senza aspettare:
L’accesso diretto al pronto soccorso, senza attendere il 118, è indicato in caso di febbre persistente associata a vomito ripetuto e sonnolenza insolita, in assenza degli altri segni gravi. In questi casi comunque la valutazione medica deve avvenire entro poche ore dall’esordio dei sintomi. Non esiste una soglia di febbre al di sotto della quale escludere la meningite nei lattanti piccoli. Qualsiasi bambino di meno di tre mesi con febbre superiore a 38°C deve essere valutato in ospedale.
La meningite batterica può lasciare conseguenze permanenti in chi sopravvive alla malattia. Le conseguenze più frequenti sono la sordità neurosensoriale (causata da un’infiammazione del nervo acustico o dalla labirintite ossificante che può svilupparsi dopo l’infezione) e vari gradi di ritardo neuropsicomotorio, deficit cognitivi, epilessia e paralisi. In alcuni casi gravi di sepsi meningococcica, la necrosi tissutale estesa può rendere necessaria l’amputazione degli arti. Nei neonati, il rischio di esiti neurologici è particolarmente elevato. Fino al 50% dei sopravvissuti alla meningite neonatale può presentare complicanze a lungo termine.
La mortalità per meningite batterica nei bambini è stimata tra il 5 e il 30% a seconda del patogeno responsabile e della tempestività del trattamento. La forma da pneumococco tende ad avere mortalità più elevata rispetto a quella meningococcica.

La principale arma contro la meningite batterica è la vaccinazione. Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV), ha introdotto importanti novità rispetto al piano precedente, in particolare l’offerta del vaccino quadrivalente contro il meningococco ACWY al posto del solo vaccino monovalente contro il sierogruppo C.
Il calendario attualmente in vigore prevede che tutti i bambini ricevano, gratuitamente e nell’ambito dei Livelli Essenziali di Assistenza, le seguenti vaccinazioni anti-meningite:
La protezione contro Haemophilus influenzae tipo b è inclusa nel vaccino esavalente, anch’esso somministrato in tre dosi nel primo anno.
Una novità dell’ultimo piano vaccinale riguarda la possibilità, lasciata alle singole Regioni, di offrire il vaccino MenB anche agli adolescenti in base alla situazione epidemiologica locale.

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