Epatite infantile: tutto quello che c'è da sapere per evitare il rischio

A oggi non c'è un nuovo rischio epidemia, ma è importante non abbassare la guardia sapendo riconoscere tempestivamente i primi sintomi.

È passato qualche anno e forse in molti non lo ricorderanno, ma nel 2022, come raccontato dalla BBC Science Focus Magazine (SiTiP), nella primavera del 2022, in diversi ospedali pediatrici del mondo, i medici hanno cominciato a osservare qualcosa di insolito. Bambini piccoli, fino a quel momento in perfetta salute, arrivavano in pronto soccorso con la pelle e gli occhi ingialliti, vomito, feci chiare e urine scure. Con quella sintomatologia il sospetto andava subito all’epatite, eppure gli esami escludevano subito i virus dell’epatite già conosciuti. Nonostante questo il fegato appariva gravemente infiammato. Da quei primi casi l’epatite infantile di origine sconosciuta è stata seguita passo dopo passo dalle autorità sanitarie internazionali. Oggi si conoscono meglio le probabili cause e si ha una maggiore e migliore consapevolezza su quali sono i sintomi da riconoscere, il percorso diagnostico da fare e quali i rischi e la prognosi per questa malattia.

Cos’è l’epatite infantile e perché se ne parla ancora

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Fonte: iStock

L’epatite è un’infiammazione del fegato che nella maggior parte dei bambini è provocata da uno dei virus epatitici classici, indicati con le lettere A, B, C, D ed E, ma il fegato può infiammarsi anche per una tossina, per una reazione autoimmune o per altre infezioni virali. Quando è un virus comune a scatenarla, nella maggior parte dei casi l’epatite si risolve da sola in poco tempo, soprattutto nei bambini piccoli.

A partire dal 5 aprile 2022, come riportato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Regno Unito ha segnalato all’OMS un gruppo di bambini con epatite acuta grave in cui questi virus risultavano tutti negativi. Nelle settimane successive segnalazioni simili sono arrivate da altri paesi europei, dagli Stati Uniti e, a fine aprile, anche dall’Italia, come documentato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS).

Per seguire il fenomeno, l’OMS e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, l’ECDC, hanno definito un caso probabile come un bambino di età pari o inferiore a 16 anni con transaminasi, gli enzimi del sangue che segnalano una sofferenza del fegato, superiori a 500 unità internazionali per litro e con test negativo per i virus epatitici A-E, secondo la definizione condivisa dall’ECDC.

A distanza di pochi mesi, l’OMS aveva registrato 1010 casi probabili in 35 paesi di cinque regioni del mondo, con 22 decessi. In Europa, secondo i dati raccolti dal sistema di sorveglianza continentale e riportati da EpiCentro ISS, al 24 novembre 2022 i casi erano saliti a 572, con sette decessi, e la maggior parte, il 75,5%, riguardava bambini sotto i 5 anni. In Italia, nello stesso periodo, erano stati segnalati 50 casi probabili, di cui 44 ospedalizzati.

Si parla ancora oggi di epatite infantile per riconoscere tempestivamente casi simili ed evitare una diffusione così rapida.

Le cause note e i casi di origine sconosciuta

La prima ipotesi presa in considerazione è stata quella di un adenovirus, un virus molto comune nei bambini che di solito provoca solo raffreddore o una gastroenterite lieve. Nel 2022 l’adenovirus di tipo F41 è stato trovato in circa metà dei casi europei. Questo virus però causa raramente danni gravi al fegato nei bambini con un sistema immunitario sano. Per questo i ricercatori hanno ipotizzato che l’isolamento sociale degli anni della pandemia avesse reso i bambini meno abituati a incontrare virus comuni, rendendoli più vulnerabili quando l’esposizione è ripresa.

Nel 2023, due studi pubblicati sulla rivista scientifica Nature hanno contribuito a chiarire le possibili cause di questi casi di epatite. I ricercatori hanno osservato che nella maggior parte dei bambini colpiti era presente il virus adeno-associato di tipo 2 (AAV2). Lo studio condotto nel Regno Unito ha rilevato questo virus nell’81% dei campioni di sangue e fegato analizzati, contro appena il 7% dei bambini sani utilizzati come gruppo di confronto. Un secondo studio, realizzato negli Stati Uniti e pubblicato sempre su Nature, ha ottenuto risultati simili, trovando l’AAV2 nel 93% dei bambini colpiti.

L’AAV2, però, non è in grado di moltiplicarsi da solo. Per replicarsi ha bisogno della presenza di un altro virus, definito “virus helper”, come l’adenovirus o l’herpesvirus umano di tipo 6B. Secondo gli autori, potrebbe quindi essere la combinazione di più infezioni virali, e non un singolo virus, a favorire lo sviluppo della malattia.

Lo studio britannico ha evidenziato anche che il 93% dei bambini con epatite presentava una particolare variante genetica, solitamente presente in circa il 16% della popolazione generale. Questo dato suggerisce che alcuni bambini possano avere una predisposizione genetica a sviluppare una risposta immunitaria anomala quando vengono infettati da determinati virus.

Le verifiche condotte dalle autorità sanitarie hanno inoltre escluso un legame tra questi casi e la vaccinazione contro il Covid-19. Anzi, secondo i dati europei raccolti da EpiCentro ISS, l’88,6% dei bambini colpiti non era stato vaccinato.

Nel complesso, le prove raccolte finora indicano che questi casi non sembrano essere causati da un nuovo virus, ma dall’interazione tra infezioni virali molto comuni nell’infanzia e una predisposizione genetica presente solo in alcuni bambini.

Sintomi da riconoscere e quando preoccuparsi

Nella maggior parte dei casi l’epatite infantile si presenta con ittero (il colorito giallastro della pelle e della parte bianca degli occhi) spesso preceduto da alcuni giorni di sintomi gastrointestinali come vomito, diarrea e dolore addominale. Altri segnali utili da osservare sono le urine scure e le feci più chiare del solito, entrambe legate all’accumulo di bilirubina che il fegato infiammato non riesce a smaltire correttamente. La febbre, a differenza di molte altre infezioni pediatriche, è spesso assente nella maggior parte dei casi di epatite infantile.

Il Centers for Disease control and Prevention (CDC) sottolinea che l’epatite grave nei bambini resta un evento raro. Proprio per questo il consiglio è quello di contattare il pediatra ogni volta che notano ittero o un peggioramento delle condizioni generali del bambino. Il ricorso al pronto soccorso pediatrico diventa urgente se si riscontra sonnolenza, vomito che non si arresta, segni di disidratazione o un rapido peggioramento delle condizioni generali.

Come avviene la diagnosi

La Società Italiana di Pediatria (SIP) ha realizzato un algoritmo diagnostico rivolto a pediatri di famiglia, medici di medicina generale, pronto soccorso e reparti ospedalieri, con l’obiettivo di uniformare la valutazione iniziale dei bambini con sospetta epatite acuta e, quando necessario, velocizzare l’invio ai centri specialistici. Il primo passo del percorso diagnostico è sempre escludere i virus epatitici classici A, B, C, D ed E attraverso gli esami del sangue e al dosaggio delle transaminasi per valutare quanto il fegato sia infiammato.

Una volta escluse le cause più comuni, il bambino viene generalmente sottoposto a test per l’adenovirus e per altri patogeni respiratori o gastrointestinali, oltre a un’ecografia del fegato nei casi più gravi. Nei laboratori, la ricerca dell’AAV2 viene condotta con tecniche di sequenziamento genomico avanzate. Il monitoraggio prosegue con il controllo periodico dell’INR, l’indice che misura la capacità del sangue di coagulare, della bilirubina e della glicemia, parametri che permettono di individuare precocemente un eventuale peggioramento verso l’insufficienza epatica.

Cura e prevenzione

Non esiste ancora una terapia specifica in grado di agire direttamente sulla causa dell’epatite infantile di origine sconosciuta. Anche per questo motivo la gestione della malattia resta soprattutto di supporto, con l’obiettivo di sostenere il fegato mentre l’infiammazione si risolve. Nei casi più gravi, quando compaiono segni di insufficienza epatica, è previsto il trasferimento tempestivo verso un centro specialistico dotato di un’unità di trapianto pediatrico.

Così come non esiste una cura, non ci sono neanche misure di prevenzione specifiche per l’epatite infantile di origine sconosciuta. Il motivo è semplice e legato al fatto che non c’è ancora certezza sulla causa esatta della malattia. Le indicazioni generali restano quelle fondate sul buon senso, tra cui:

  • lavare spesso le mani del bambino
  • lavare frequentemente le proprie mani (soprattutto dopo il cambio del pannolino e prima di mangiare)
  • prestare attenzione all’igiene degli ambienti scolastici

A oggi non c’è motivo di temere una nuova epidemia di epatite infantile, ma l’attenzione costante allo stato di salute del bambino è il primo intervento che i genitori devono mettere in atto anche per prevenire, o individuare ocemente, nuovi casi di infezione.

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Categorie

  • Bambino (1-6 anni)