Disturbi dell’apprendimento (DSA): si può fare prevenzione al nido?

Cosa sono, perché sono in aumento e come riconoscere i primi segnali.

Oggi si parla sempre di più di disturbi dell’apprendimento (DSA). Alcuni anche in maniera critica sostenendo che si tratti di un’eccessiva “patologizzazione” di quelli che, in realtà, altro non sarebbero che casi di pigrizia. Secondo costoro oggi c’è il rischio, specie nelle scuole elementari, che ogni forma di insufficienza o difficoltà scolastica, sia considerata un problema medico da trattare come tale.

La realtà parla di un fenomeno complesso, ma soprattutto diffuso. I dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) stimano che solo in Italia più di 350.000 studenti (quasi uno per classe) convive con una diagnosi di DSA. Si tratta di una quota che ha ormai raggiunto la soglia record del 6% della popolazione scolastica generale. Sempre secondo i dati del MIM le certificazioni per dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia sono aumentate di oltre il 500% nell’arco di un decennio.

I numeri, come sempre, vanno contestualizzati per poterli capire. Questa crescita esponenziale, infatti, non deve essere interpretata come un’improvvisa emergenza biologica. L’incremento è il riflesso diretto di una rivoluzione culturale e scientifica avviata con la Legge 170 del 2010 sulle Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico.

Più che un vero e proprio aumento di questi fenomeni c’è una maggiore consapevolezza dei singoli casi. Oggi si sa come riconoscerli e si ha una maggiore sensibilità nel farlo. Tra la maggiore consapevolezza dei docenti e la migliore precisione dei protocolli, oggi è più facile che bambini con disturbi dell’apprendimento vengano considerati come tali. E quindi seguiti e supportati e non ingiustamente colpevolizzati per dinamiche di cui non hanno responsabilità.

Cosa sono i disturbi dell’apprendimento

Ma cosa si intende per disturbi dell’apprendimento? Secondo la definizione clinica (delle Linea Guida sulla gestione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento dell’Istituto Superiore di Sanità che coinvolge le principali società e associazioni mediche italiane) e normativa (la Legge 170/2010), i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono disturbi del neurosviluppo che riguardano esclusivamente alcune abilità specifiche (lettura, scrittura e calcolo), senza però interessare il funzionamento intellettivo generale.

Questo significa che un bambino con DSA possiede un’intelligenza del tutto nella norma (o spesso superiore alla media), ma il suo cervello elabora le informazioni in modo differente, rendendo automatiche alcune operazioni che per gli altri studenti risultano naturali. Non si tratta di una malattia, né di un deficit cognitivo o psicologico (non sono pigri e neanche stupidi), ma di una caratteristica individuale di natura biologica. Sono quattro le categorie principali di DSA:

  • dislessia
  • disortografia
  • disgrafia
  • discalculia

La dislessia è la difficoltà nella lettura, che appare lenta, poco fluida o piena di errori. La disortografia è invece la difficoltà nel rispettare le regole ortografiche e la correttezza della scrittura. La disgrafia fa riferimento al disturbo della grafia intesa come abilità motoria, che rende il tratto grafico irregolare o difficilmente leggibile. Infine la discalculia è la difficoltà nel comprendere e operare con i numeri e nell’eseguire calcoli mentali o scritti.

Come riconoscerli

A questo punto è doveroso chiedersi come riconoscere questi disturbi. Prima di farlo è però utile chiarire un elemento che può generare confusione. Dai DSA non si “guarisce”. Questo perché non parliamo (come detto) di una malattia, ma di una caratteristica neurobiologica del bambino che rimane per tutto l’arco della vita. Come specificato dalle linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità, attraverso un approccio terapeutico tempestivo è possibile ottenere un miglioramento significativo.

Gli approcci principali sono due. Il trattamento riabilitativo (o abilitativo), che mira a potenziare le abilità specifiche di lettura, scrittura o calcolo tramite esercizi mirati con logopedisti e neuropsicologi, e l’adozione di strategie compensative. Quest’ultime non risolvono il disturbo alla radice, ma permettono allo studente di aggirare l’ostacolo, garantendo lo stesso successo scolastico dei compagni. Secondo i dati clinici riportati dal Sistema Nazionale Linee Guida (SNLG), l’efficacia di questi interventi è strettamente legata alla precocità della diagnosi.

È quindi indispensabile identificare tempestivamente i segnali. Farlo non significa etichettare un bambino, ma fornirgli gli strumenti di cui ha bisogno. I principali “campanelli d’allarme” sono:

  • lentezza ed errori insoliti
  • stanchezza eccessiva
  • difficoltà nella memoria sequenziale
  • discrepanza tra orale e scritto

Un bambino con DSA potrebbe essere quello che legge in modo sillabico molto oltre il tempo previsto, invertendo le lettere (come la “p” con la “b”) o non leggendo parti di parole. Uno dei segnali più sottovalutati è quello della stanchezza. Siccome queste operazioni non sono automatiche, lo studente deve impiegare un’energia cognitiva molto superiore alla norma, arrivando a fine lezione esausto. Un bambino con un disturbo dell’apprendimento può essere quello che fatica a ricordare sequenze automatiche (come i giorni della settimana, i mesi o le tabelline). La discrepanza tra orale e scritto è infine il segnale più frequente. Il bambino appare brillante e competente quando parla, ma i suoi risultati crollano drasticamente quando deve scrivere o leggere i medesimi concetti.

È importante ricordare che, secondo i protocolli della Consensus Conference dell’Istituto Superiore di Sanità, la diagnosi ufficiale può essere effettuata solo a partire dalla fine della seconda elementare per lettura e scrittura, e dalla fine della terza per il calcolo, per evitare di confondere un disturbo con i normali e soggettivi tempi di maturazione di ogni bambino.

Le prime cose a cui genitori ed educatori devono fare attenzione

Se la diagnosi ufficiale non può avvenire prima dei 7-8 anni, la prevenzione può (e deve) iniziare molto prima, già all’asilo nido. In questa fase non si cercano ovviamente errori di lettura o calcolo, ma si osservano i cosiddetti “prerequisiti” o precursori dei DSA. Come indicato dalle Linee Guida del Sistema Nazionale Linee Guida (SNLG) e dai protocolli di screening precoce dell’Associazione Italiana Dislessia (AID), esistono alcuni indicatori dello sviluppo che, se monitorati tra i 0 e i 3 anni, possono aiutare a identificare bambini a rischio.

Il primo è lo sviluppo del linguaggio. Un ritardo nella comparsa delle prime parole o una persistente difficoltà nell’articolare i suoni (linguaggio poco comprensibile dopo i 30-36 mesi) è uno dei principali predittori della dislessia. Il secondo è la capacità fonologiche. Si tratta della difficoltà a ripetere filastrocche, a giocare con le rime o a riconoscere suoni simili nelle parole. Proseguendo si arriva alle abilità motorie fini. Difficoltà eccessiva nell’impugnare oggetti piccoli, nel manipolare materiali o nel coordinare i movimenti delle mani, potrebbero anticipare una futura disgrafia. Infine, la familiarità. La presenza di un genitore o un fratello con DSA è considerata un fattore di rischio che suggerisce un monitoraggio più attento già dall’asilo nido.

Tanto i genitori, quanto soprattutto gli educatori del nido, hanno il compito (anche attraverso le attività specifiche e i giochi svolti) di osservare ogni bambino. Tramite alcuni giochi e attività è possibile suffragare il sospetto che, solamente dopo il consulto con il pediatra, verrà diagnosticato nelle sedi opportune. Per quanto possa spaventare o creare imbarazzi e difficoltà, il riconoscimento precoce dei disturbi dell’apprendimento è l’unico modo per offrire al proprio bambino un percorso adeguato a non emarginarlo e a non fargli pesare le sue caratteristiche individuali.

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Categorie

  • Bambino (1-6 anni)