
Sempre più genitori coinvolgono i propri figli nelle loro attività commerciali online. Ed è un problema da affrontare.
Un fenomeno sempre più diffuso responsabile di possibili gravi conseguenze, sia di natura fisica che psichica, nei più giovani.

È difficile da comprendere, forse anche da spiegare e accettare, ma pensare ai bambini come piccoli adulti è un atteggiamento che in molti casi crea problemi. È il caso della cosiddetta cosmeticoressia, un termine nuovo nel panorama dei disturbi legati all’immagine corporea nelle giovani generazioni. È un termine recentissimo, diffuso in maniera esponenziale da un paio di anni soprattutto grazie (paradossalmente) ai social.
Il neologismo è stato coniato dalla giornalista ed editorialista del Guardian Jessica DeFino, che lo descrive come “una serie di comportamenti ossessivi verso la skincare abilitati e incoraggiati dall’industria della cura della pelle”. Deriva dalla crasi di “cosmesi” e “anoressia” (o “ortoressia”), indicando un’ansia patologica per una pelle “perfetta”.
Oggi non è raro, proprio tramite i contenuti social, vedere nella cameretta di una bambina di otto anni, al posto dei peluche e dei giocattoli, che ci siano sieri, tonici e creme antietà. La cosmeticoressia è una condizione che colpisce le nuove generazioni rendendole ossessionate dalla cura della propria pelle. Una condizione alimentata da modelli estetici irrealistici (un tratto tipico della società moderna ossessionata dall’apparire e dal mostrarsi in un determinato modo) nei quali un ruolo molto importante lo ricopre il fenomeno dei cosiddetti baby influencer.
Sebbene non sia ancora classificata come disturbo psichiatrico riconosciuto nei manuali diagnostici internazionali, la comunità scientifica e le istituzioni vi stanno ponendo sempre di più l’attenzione.

Sempre più genitori coinvolgono i propri figli nelle loro attività commerciali online. Ed è un problema da affrontare.
Il termine cosmeticoressia fa riferimento a una preoccupazione morbosa e compulsiva per la propria pelle. Un’ossessione che si traduce nell’uso sistematico, quotidiano e ritualizzato di prodotti cosmetici, spesso inadatti all’età di chi li usa. La letteratura psicologica più recente, come riferito dl Manuale MSD, lo inquadra come una forma emergente di preoccupazione per l’aspetto fisico con tratti ossessivi, concettualmente vicina al disturbo da dismorfismo corporeo e alla cosiddetta “Snapchat Dysmorphia”, termine coniato in uno studio del 2018 pubblicato su JAMA Facial Plastic Surgery per descrivere la tendenza a percepire la propria immagine reale come inferiore alla versione digitalmente modificata di sé.
Il fenomeno della cosmeticoressia riguarda prevalentemente la Generazione Alpha (i nati dal 2010 in poi) e può manifestarsi già in bambini tra i sei e i dieci anni. Dermatologi e pediatri italiani, tra cui quelli dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata (IDI), segnalano un aumento di accessi per irritazioni, desquamazioni e alterazioni della barriera cutanea in bambini che utilizzano creme antietà, maschere esfolianti e sieri formulati per pelli adulte.
Anche se non ci sono statistiche e indagini epidemiologiche nazionali dedicate all’argomento, un dato interessante arriva dalla rapida crescita del mercato dei cosmetici. I dati del Rapporto annuale dell’Associazione nazionale imprese cosmetiche dicono che nel nostro Paese la spesa per i cosmetici è aumentata del 9,1%. Un dato più specifico per l’età pediatrica, anche se legato agli Stati Uniti, arriva dallo studio studio pubblicato su Pediatrics secondo cui nelle famiglie con figli tra i 6 e i 12 anni, la spesa per prodotti per la cura della pelle è aumentata del 27,2% nel 2023 rispetto all’anno precedente.

Sono fondamentalmente due le conseguenze di questa condizione. Una va a coinvolgere la dimensione fisica, dermatologica, dei ragazzi; l’altra quella psicologica.
La pelle in età pediatrica ha caratteristiche biologiche proprie che la rendono particolarmente vulnerabile a sostanze pensate per un organismo maturo come quello di un adulto. Lo strato corneo (quello più esterno dell’epidermide), che funge da scudo protettivo è più sottile e meno strutturato, e il rapporto tra la superficie cutanea e il peso corporeo è molto più alto rispetto all’adulto. Questo significa che ogni sostanza applicata sulla pelle viene assorbita in proporzione maggiore nel circolo sanguigno.
Uno studio pubblicato Pharmaceutics ha indagato le interazioni tra cosmetici e microbioma cutaneo (l’ecosistema di microrganismi che vive sulla pelle e ne garantisce l’equilibrio) e ha evidenziato che persino le nanoparticelle presenti in molti prodotti per la protezione solare (come biossido di titanio e ossido di zinco) possono compromettere l’integrità della barriera cutanea e innescare risposte immunitarie, con rischi amplificati nei bambini proprio per questa maggiore permeabilità. Sempre lo stesso studio segnala che surfactanti, emulsionanti, conservanti come parabeni e metilisotiazzolinone (MIT), e fragranze sintetiche possono alterare la diversità del microbioma cutaneo favorendo secchezza, infiammazione e sensibilizzazione allergica.
Il rischio aumenta ancora di più con i cosiddetti ingredienti attivi forti. I retinoidi (derivati della vitamina A come il retinolo), gli alfa-idrossiacidi (AHA) e i beta-idrossiacidi (BHA) sono principi attivi formulati per stimolare il rinnovamento cellulare nelle pelli mature, non in quelle di bambini e giovani. Applicati su di loro possono causare assottigliamento dello strato corneo, desquamazione, bruciore e, nei casi più seri, vere ustioni chimiche.
Oltre ai danni immediati alla barriera cutanea, c’è anche il rischio dell’esposizione cronica a sostanze chimiche che interferiscono con il sistema ormonale. Gli interferenti endocrini sono composti chimici che possono minare o bloccare l’azione degli ormoni naturali dell’organismo, con potenziali effetti sullo sviluppo puberale, sul sistema riproduttivo e sulle funzioni neurologiche.
Diversi cosmetici per adulti contengono benzofenoni, triclosan, ftalati e parabeni, tutti classificati come interferenti endocrini con livelli di preoccupazione variabili. Uno studio pubblicato su Environmental Health Perspectives ha rilevato che l’uso frequente di più prodotti cosmetici nei bambini piccoli è correlato a concentrazioni urinarie più elevate di ftalati e loro sostituti, con associazioni più forti in alcune fasce d’età e tra le bambine. Proprio per questo i nuovi Regolamenti europei 2024/996 e 2025/877 hanno introdotto restrizioni più severe per queste sostanze nei prodotti destinati ai minori, vietando per esempio il triclosan nei dentifrici per bambini sotto i sei anni e inserendo nell’elenco delle sostanze vietate a partire da settembre 2025 oltre venti composti cancerogeni, mutageni o tossici per la riproduzione. Il problema, però, rimane quando i bambini utilizzano prodotti pensati per gli adulti.
La preoccupazione intorno alla cosmeticoressia non si limita alle possibili ripercussioni dermatologiche, ma anche a quelle psicologiche. Qui il rischio è che la preoccupazione (ossessione) per l’aspetto estetico si instauri precocemente e possa lasciare tracce profonde nello sviluppo psicologico. Studi condotti su bambini e preadolescenti, come quello pubblicato su Frontiers, mostrano che l’esposizione frequente a contenuti social incentrati sulla perfezione estetica (pelli perfette senza pori, texture uniformi, eccetera) si associa a livelli più alti di insoddisfazione corporea, ansia legata all’apparenza e comportamenti compulsivi nella cura di sé.
Nei bambini, specialmente quelli di sesso femminile, con cosmeticoressia, questo diventa ancora più evidente. Come spiegato in questo studio, si tratta di bambine precocemente adultizzate che inseguono un ideale di bellezza quasi irraggiungibile e faticano per questo ad accettare la propria immagine reale. Nelle bambine più fragili, un approccio ossessivo ai cosmetici può accompagnarsi a una valutazione rigida e a una scarsa accettazione del proprio aspetto fisico, con il rischio di evolvere verso disturbi psichiatrici conclamati come il disturbo ossessivo-compulsivo o i disturbi alimentari. L’identità, che in questa fase dovrebbe costruirsi attraverso il gioco, le relazioni e la scoperta di sé, finisce per appoggiarsi quasi interamente sulla performance visiva e sulla validazione raccolta online.
Un fenomeno che la dimensione digitale in cui le nuove generazioni sono completamente immerse rende ancora più evidente (e controverso).
Non si tratta, lo diciamo subito, di demonizzare i social, ma di comprendere come alcuni meccanismi tipici di queste piattaforme siano detonatori straordinari per condizioni gravi e complesse come la cosmeticoressia. Uno dei problemi più significativi riguarda non i social media in generale, ma il formato GRWM (Get Ready With Me, letteralmente “preparati con me”), particolarmente diffuso su TikTok e Instagram, che è diventato il veicolo principale di diffusione delle routine di bellezza tra i minori. In questi video, bambine di sette-dieci anni mostrano con la disinvoltura di influencer esperte l’applicazione di sieri, tonici e maschere, citando tranquillamente gli ingredienti attivi con cui sono realizzati.
Le bambine non percepiscono questi contenuti come pubblicità (adottando, quindi, quella distanza necessaria a valutare un’offerta), ma come consigli di un’amica più grande e più esperta. È un cortocircuito educativo sul quale pesa anche la responsabilità di molte aziende del settore che scelgono micro-influencer giovanissime proprio perché la loro voce raggiunge le coetanee con un’autorevolezza che nessuna campagna tradizionale potrebbe replicare. Se negli adulti è accettabile (ma anche lì, con alcune regole ben definite) nel caso dei baby influencer il problema diventa molto più serio, con conseguenze a volte gravissime.
Ecco perché l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha deciso di intervenire. Il 26 marzo 2026 i funzionari dell’Autorità, affiancati dal nucleo speciale antitrust della Guardia di Finanza, hanno svolto ispezioni presso le sedi di Sephora Italia, LVMH Profumi e Cosmetici Italia e LVMH Italia, avviando due istruttorie per possibili pratiche commerciali scorrette relative all’uso precoce di cosmetici per adulti da parte di bambini e adolescenti, anche di età inferiore ai dieci-dodici anni. Al centro delle contestazioni c’è l’omissione di informazioni rilevanti (avvertenze, controindicazioni per i minori) e l’impiego di strategie di marketing sui social che favoriscono acquisti compulsivi di maschere viso, sieri e creme antietà.
Come proteggere i bambini dalla cosmeticoressia? Certamente non vietando loro qualsiasi interesse per la cura di sé, ma anzi sfruttarla per educarli innanzitutto al rispetto della propria persona, della propria dignità e individualità. Che non è e non sarà mai sacrificabile in nome di un’apparenza o di una valutazione esterna (che provenga dai social o da canali tradizionali non digitali). È fondamentale restituire alla loro pelle (e alla loro infanzia) il diritto di essere normali. Quindi anche imperfetti.

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