Fino a quando allattare al seno e come smettere: mini guida senza pregiudizi

La fine dell'allattamento al seno è un passaggio inevitabile ma che non ha date fisse e rigide da rispettare. Si tratta di un momento delicato, sia esso cercato o subito, che può essere vissuto con serenità o tristezza. Parliamone senza giudizi analizzando tutti i fattori coinvolti.

L’allattamento al seno è una realtà particolarmente delicata sia all’inizio, sia durante lo svolgimento che alla fine. Inizialmente può causare problemi di attacco del bambino, e per tutto il periodo in cui si allatta può condizionare la quotidianità della neomamma. Anche la fine dell’allattamento può sollevare diverse difficoltà, sia fisiche che psicologiche, tanto nelle donne che decidono di interrompere l’allattamento che in quelle che vogliono proseguire oltre le indicazioni temporali.

È quindi necessario confrontarsi con l’allattamento al seno, con le sue tempistiche e con le indicazioni mediche in modo da offrire informazioni precise sulle quali decidere, nella libertà delle proprie esigenze e preferenze, quando è giunto il momento di smettere di allattare.

Allattamento al seno: le linee guida e le raccomandazioni mediche

L’allattamento al seno è la forma di alimentazione e nutrizione esclusiva che il neonato dovrebbe (il condizionale è d’obbligo esistendo la possibilità di ricorrere all’allattamento artificiale) ricevere fino al compimento del sesto mese di vita.

Così il Ministero della Salute riprendendo quanto dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aggiungendo come il latte materno dovrebbe rimanere la scelta prioritaria anche dopo l’introduzione di alimentari complementari (svezzamento). Fino a quando? “fino ai due anni di vita ed oltre, e comunque finché mamma e bambino lo desiderino”.

I benefici e gli svantaggi dell’allattamento prolungato

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Fonte: iStock

Il Manuale MSD riferisce come non esista uno schema fisso o semplificato e che alcune madri e bambini interrompono improvvisamente l’allattamento senza problemi, mentre altre continuano ad allattare per una o due volte al giorno fino a 18-24 mesi o anche di più.

L’allattamento dovrebbe essere, quindi, esclusivo fino ai 6 mesi e continuare, anche dopo l’inizio dello svezzamento, fino al compimento del primo anno di vita. Dopo si parla di allattamento prolungato.

In materia, come molte cose che riguardando le scelte dei genitori e in modo particolare delle donne, ci sono tanti pregiudizi e commenti spietati e definitivi. C’è chi sostiene che allattare oltre l’anno sia un modo di viziare il bambino, di incapacità di staccarsi da lui o di una scelta che gli impedisce di acquisire autonomia. In generale sul proseguimento dell’allattamento al seno c’è uno stigma negativo e una colpevolizzazione della donna, tanto che alcuni asili nido considerano lo smettere di allattare un requisito necessario per l’accesso alla struttura dei bambini.

Cosa c’è di vero?

Come spesso accade non c’è una risposta univoca e ci sono da considerare sia benefici che aspetti critici.

Nel documento Allattamento al seno oltre il primo anno di vita e benefici per lo sviluppo cognitivo, affettivo e relazionale del bambino del Ministero della Salute viene riportato come tra i vantaggi dell’allattamento prolungato c’è, per la madre, la riduzione del rischio di cancro al seno e, per il bambino, un contributo alla prevenzione dell’obesità infantile.

Il portale WebMD aggiunge come l’allattamento al seno prolungato assicuri al bambino un miglioramento delle sue difese immunitarie. Tramite il latte materno, infatti, riceve gli anticorpi per contrastare le infezioni con le quali inizia sempre più a confrontarsi. Oltre alla riduzione del rischio di cancro al seno, le donne che allattano oltre il primo anno di vita hanno una minore possibilità di sviluppare cancro alle ovaie, ipertensione, artrite reumatoide, diabete e malattie cardiache.

Sul MedicalNewsToday viene inoltre segnalato come l’allattamento prolungato assicuri al bambino l’accesso a uno strumento, il latte, ma ancor più il contatto con la madre, utile e prezioso con il quale rilassarsi e calmarsi. L’allattamento al seno è poi una scelta pratica e conveniente, avendo sempre a disposizione il latte da dare al bambino nelle migliori condizioni igieniche possibili.

Può apparire paradossale ma dati scientifici alla mano non ci sono prove che suggeriscano la necessità di smettere di allattare. Non mancano, come vedremo, i motivi per doverlo fare (fatica, rientro a lavoro, ricerca di una successiva gravidanza, eccetera), ma oltre la percezione culturale non c’è necessità di rispettare una scadenza. L’indicazione sull’esclusività dell’allattamento al seno nei primi 6 mesi e l’utilità di proseguire fino a 18-24 mesi sono accompagnate da numerose evidenze scientifiche, mentre non ci sono motivi per cui dover smettere di allattare. La decisione, quindi, va basata su altri elementi.

Quando e perché smettere di allattare?

Ci sono diverse condizioni, legate al bambino e alla madre, per cui bisogna smettere di allattare. Sono quelle realtà che l’Ospedale Bambino Gesù classifica tra le controindicazioni all’allattamento.

Si può dover smettere di allattare per malattie e disturbi materni (AIDS, herpes simplex, malattie debilitanti, psicosi post-partum e assunzione di particolari farmaci) o per malattie del bambino (galattosemia, fenilchetonuria, malattia delle urine a sciroppo d’acero); in alcuni casi la sospensione è irreversibile, mentre in altri temporanea ma può essere difficile riuscire poi a riprendere l’allattamento, motivo per cui si decide di interromperlo definitivamente.

Altri motivi per cui si può decidere di smettere di allattare sono il dolore al seno, il ritorno al lavoro con l’incompatibilità di coniugare la maternità con la vita professionale e quando il bambino inizia a mostrare scarso interesse. Possiamo dire che l’allattamento al seno prima o poi finirà, ma non è detto che debba terminare in maniera rigida rispettando delle tabelle di marcia.

Bisogna porre particolare attenzione a cosa significa e cosa comporta l’allattamento cosiddetto prolungato. Per alcune donne è motivo di sollievo, mentre per altre di fatica, dolore e tristezza. Alcune mamme riferiscono come la fine dell’allattamento, per quanto cercata e voluta, sia stata fonte di profonda tristezza e pianto. Inevitabilmente rappresenta la fine di una fase e anche di una certa routine quotidiana che viene a mancare più o meno improvvisamente.

Ci sono invece altre donne che riferiscono di una ritrovata serenità dopo aver smesso di allattare per aver ripreso possesso della propria vita e dei propri tempi. Anzi, diverse mamme raccontano di come dopo la fine dell’allattamento sono riuscite a instaurare un rapporto migliore con il proprio bambino.

Il problema principale (ma non l’unico) è legato alla libertà di scegliere. Non è raro che si smette di allattare perché si sente la pressione di doverlo fare o perché bisogna farlo per tornare al lavoro o inserire il bambino all’asilo nido. Quando le decisioni sono imposte è difficile che non siano sofferte, ma possono essere sofferte anche quando sono libere. Non è il dispiacere o la tristezza di un cambiamento che dovrebbe orientare le decisioni; la valutazione su quando interrompere l’allattamento deve basarsi su una scelta consapevole.

È necessario domandarsi cosa, tra continuare e interrompere, sia più conveniente e benefico per sé stesse e per il proprio bambino. Bisogna anche considerare come non sempre ciò che pensiamo essere il bene del bambino corrisponda al suo bene reale. Compito dei genitori è anche quello di prendere decisioni al suo posto. Si può quindi decidere di proseguire nell’allattamento o di smettere di farlo ed essere, in entrambi i casi, ottimi genitori.

Come smettere di allattare al seno: 5 consigli

1. Gradualità

Laddove possibile, è sempre preferibile procedere in maniera graduale. Interruzioni improvvise possono essere problematiche sia per il bambino che per la madre ed è utile, anche come prevenzione da numerosi disturbi fisici, ridurre la frequenza delle poppate permettendo al bambino di abituarsi a poterne fare a meno.

2. Evitare strategie ingannevoli

Allontanarsi dal bambino per qualche giorno o applicare cerotti sui capezzoli per impedire al bambino di attaccarsi sono strategie che si rivelano controproducenti. La gradualità passa anche dalla scelta di metodi rispettosi e delicati che accompagnino il bambino a poter fare a meno del seno materno.

3. Offrire il seno solo quando richiesto

Se è vero che l’attaccamento al seno è utile non solo dal punto di vista nutrizionale ma anche per calmare il bambino, farlo addormentare, rilassarlo, eccetera è altrettanto vero che offrirgli il seno in ciascuna di queste occasioni può essere controproducente quando si vuole smettere di allattare. Meglio adottare altre tecniche per farlo calmare o aiutarlo a prendere sonno e ricorrere al seno solo quando è il bambino a chiederlo espressamente.

4. Il potere della distrazione

Alla luce di quanto appena detto, spesso per il bambino chiedere il seno della mamma è un’abitudine più che una reale esigenza. Può quindi rivelarsi utile prevenire le situazioni in cui il bambino solitamente chiede il seno coinvolgendo il partner per stimolare il bambino e coinvolgerlo in attività che possano fargli “dimenticare” l’esigenza di essere allattato.

5. Alimentazione e comunicazione

Dal punto di vista nutrizionale, con il passare degli anni, il bambino assume ciò di cui ha bisogno dai cibi solidi. Un’alimentazione regolare (anche in termini di frequenza) e completa può aiutare a prevenire la richiesta del seno quando ha fame. Parallelamente può essere utile e importante anche spiegare al bambino, che essendo più grande inizia a capire, il passaggio che sta vivendo e trovare nella madre non qualcuno che gli sta togliendo qualcosa di indispensabile, ma una persona che lo sta aiutando a raggiungere un’importante fase del suo sviluppo.

Quali sono i problemi comuni da affrontare?

La fine dell’allattamento al seno è un passaggio delicato anche per questioni fisiche e personali. La suzione del bambino, infatti, regola non solo la produzione del latte, ma anche lo svuotamento del seno. Quando questa viene meno si può verificare un ingorgo mammario o l’infiammazione del tessuto mammario quando il latte si accumula senza essere stato rimosso (mastite).

Senza dimenticare come l’interruzione dell’allattamento determina cambiamenti anche dal punto di vista ormonale con tutto quello che ne consegue sulla quotidianità della donna.

Ci sono quindi situazioni oggettivamente dolorose, anche dal punto psicologico ed emotivo, che interessano sia la donna che il bambino. Smettere di allattare è un passaggio inevitabile e a volte faticoso; è bene esserne consapevoli e gestire questo passaggio in maniera il più delicato e sereno possibile.

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  • Allattamento