
La primogenita di Bruce Willis e Demi Moore di nuovo al centro delle polemiche per un video pubblicato sui social in cui allatta la figlia di 3 anni.
Il latte materno dopo una certa data perde utilità? Allattare dopo i due anni significa viziare il bambino? Rispondiamo alle principali domande e dubbi sull'allattamento prolungato.

Essere genitori è una fatica enorme, anche perché qualsiasi decisione si prenda è sempre oggetto di commento, giudizio, opinione. Per un personaggio pubblico, per giunta donna, questo è estremamente amplificato. Il caso dell’attrice, cantante e ballerina statunitense Rumer Willis è solo l’ultima conferma. Willis, infatti, è finita al centro delle critiche per aver condiviso sui social la scelta di continuare ad allattare la figlia di quasi tre anni, riaccendendo un dibattito che ciclicamente torna a dividere l’opinione pubblica. Al di là del caso mediatico, la questione apre però a un tema più ampio e spesso frainteso, quello dell’allattamento prolungato. Un tema che rientra a pieno titolo tra i pregiudizi sulla genitorialità e la maternità, per il quale pesano enormemente le idee che si hanno sull’essere madri, sull’essere donne e su come si educano i figli.

La primogenita di Bruce Willis e Demi Moore di nuovo al centro delle polemiche per un video pubblicato sui social in cui allatta la figlia di 3 anni.
Le critiche all’allattamento prolungato si basano sulla sua durata, reputata eccessiva, dell’allattamento al seno. Da questo punto di vista l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda l’allattamento esclusivo per i primi sei mesi di vita. Trascorso questo periodo si passa all’introduzione degli alimenti complementari (lo svezzamento) ma con la prosecuzione dell’allattamento fino ai due anni di età e oltre, per tutto il tempo in cui madre e bambino lo desiderano.
Nell’ultimo aggiornamento delle sue linee guida, l’American Academy of Pediatrics (AAP) sostiene l’allattamento “per due anni o oltre, secondo il desiderio reciproco di madre e figlio”. È una svolta rispetto alla precedente raccomandazione, ferma a un anno, e si basa su dati ormai solidi sui benefici che la prosecuzione offre tanto al bambino quanto alla madre.
Qual è la situazione in Italia? Secondo il Sistema di Sorveglianza 0-2 anni dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), solo il 31,3% dei bambini riceve ancora latte materno tra i 12 e i 15 mesi. Oltre i due anni, non ci sono dati nazionali. La sorveglianza, infatti, si ferma a 15 mesi, e questo vuoto di monitoraggio dice già qualcosa sulla scarsa priorità attribuita al tema.

Il mito più diffuso sostiene che il latte materno diventi “acqua” dopo i dodici mesi. Più propriamente che perda valore nutritivo per il bambino. Le analisi biochimiche dicono però l’opposto. Nel secondo anno di vita, circa 400 ml di latte materno coprono in media il 29% del fabbisogno energetico del bambino, il 43% delle proteine, il 75% della vitamina A e il 94% della vitamina B12. Parallelamente, aumentano le concentrazioni di lattoferrina, lisozima e immunoglobuline A secretorie (IgA), i principali anticorpi che proteggono le mucose da infezioni respiratorie, gastrointestinali e otiti. Questo adattamento è biologicamente coerente: il bambino beve meno, ma il latte si concentra nelle componenti immunitarie più preziose.
Le linee guida AAP sono molto chiare a proposito: “il latte materno nel secondo anno di vita continua a essere una fonte significativa di macronutrienti e fattori immunologici per i bambini in crescita”. L’unica avvertenza rimane quella della complementarità. L’allattamento prolungato smette di essere esclusivo e non sostituisce una dieta varia e adeguata, ma la arricchisce.
L’idea che essere amorevoli e attenti verso i propri figli li vizi è trasversale a molte delle scelte dei genitori moderni. Dal tenere in braccio il bambino all’usare metodi educativi che non prevedano schiaffi, urla e altri metodi aggressivi, anche l’allattamento oltre l’anno di vita viene considerato responsabile di non essere sano per la formazione del carattere del bambino.
Numerosi studi indicano che l’allattamento prolungato è associato a un attaccamento di tipo sicuro, che è la base neurologica e psicologica della futura autonomia. Un bambino il cui bisogno di contatto e conforto viene soddisfatto in modo costante sviluppa, nel tempo, una maggiore capacità di gestire le separazioni e le situazioni nuove.
Il legame tra allattamento prolungato e carie dentale è forse il punto più controverso. Alcune revisioni della letteratura mostrano un’associazione tra allattamento notturno prolungato e un aumento del rischio di carie, soprattutto quando si accompagna a scarsa igiene orale e a un consumo elevato di zuccheri negli alimenti solidi. Il latte materno di per sé non è cariogeno, ma in presenza di batteri orali e di zuccheri residui sullo smalto il rischio aumenta.
La risposta a questa obiezione, quindi, non è nell’allattamento in sé, ma nella cura dell’alimentazione complementare e dell’igiene orale del bambino. Il position paper della Società Europea di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Pediatrica (ESPGHAN), raccomanda di iniziare l’igiene dentale fin da subito, di limitare gli zuccheri ai pasti e di evitare che il bambino si addormenta al seno o col biberon in bocca. Sono misure che riducono il rischio di carie indipendentemente dalla durata dell’allattamento.
Allattare al seno è visto da molti come una dipendenza inaccettabile della libertà della donna. Anche quando la donna decide autonomamente di farlo c’è l’idea che sia una scelta da criticare. Su questo fronte vanno fatte alcune distinzioni. Dal punto di vista strettamente clinico una durata maggiore dell’allattamento è associata a una riduzione del rischio di diabete di tipo 2, ipertensione arteriosa, tumore al seno e tumore alle ovaie. Il rischio oncologico, in particolare, si riduce in modo proporzionale alla durata dell’allattamento. Ogni 12 mesi cumulativi di allattamento nel corso della vita corrisponde a una diminuzione stimata del 4,3% del rischio di tumore al seno. Dati confermati anche da una revisione pubblicata su news-medical.net, che riferisce di una riduzione del rischio di diabete del 30%, di ipertensione del 10-13% e di tumore ovarico fino al 37% nelle madri che allattano per più di 12 mesi cumulativi.
C’è anche un aspetto relazionale da considerare. Come riferito in questo studio, l’allattamento prolungato, attraverso il rilascio di ossitocina, favorisce risposte materne più sensibili ai segnali del bambino e un senso di connessione affettiva che molte donne descrivono come parte integrante dell’esperienza. Manon è sempre così. Uno studio pubblicato sull’Iranian Journal of Nursing and Midwifery Research riporta come alcune madri sperimentano nel tempo una forma di disagio fisico o emotivo durante la poppata. Una vera e propria avversione all’allattamento (nursing aversion), che può emergere già durante la gravidanza che successivamente. È il motivo per cui si sottolinea come l’allattamento, soprattutto quello prolungato, deve essere una scelta libera e una realtà desiderata da entrambi, non solo da uno dei due.

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