Tutelare la donna in gravidanza anche sul lavoro: i 4 punti fondamentali

La tutela della gravidanza passa anche dalla tutela del lavoro: l'Inail segnala alcune misure fondamentali che i datori di lavoro dovrebbero attuare per garantire i diritti delle donne in gravidanza.
Tutelare la donna in gravidanza anche sul lavoro: i 4 punti fondamentali

L’aumento dell’occupazione femminile rispetto al passato si lega anche a un aumento dei rischi per le donne in gravidanza che continuano a lavorare. La legge tutela le lavoratrici in dolce attesa: a ricordarlo è anche un documento recentemente pubblicato dall’Inail che ripercorre le misure da adottare nel caso di una gravidanza (a rischio ma non solo) sul posto di lavoro.

Una premessa fondamentale per la salute delle donne, volta a garantire la tutela della lavoratrice anche nelle prime fasi della gravidanza, spiega l’Inail:

Nel contesto della definizione che l’OMS dà della salute come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non come la semplice assenza di malattia o infermità, la “salute riproduttiva” è volta al sistema, ai processi e alle funzioni riproduttive in tutti gli stadi della vita umana. Non bisogna dimenticare che in gravidanza si passa da uno zigote ad un bambino: è una fase delicatissima, perché nel totale divenire del nuovo essere, questo è esposto, soprattutto nei primi tre-quattro mesi di vita intrauterina, a possibili danni da parte di un gran numero di agenti chimici, fisici e biologici. Promuovere le iniziative di educazione alla salute della donna con particolare riferimento ai fattori di rischio professionali nasce dal cambiamento del mondo del lavoro in termini di forza lavoro e nuove tipologie contrattuali.

Si tratta di un passaggio fondamentale, ancor di più per l’aumento del numero di donne occupate, si legge nel documento pubblicato sul sito dell’Inail:

Negli anni il numero delle donne presente negli ambienti di lavoro è aumentato (tasso di occupazione anno 2009: 46,4%). Questo fenomeno ha portato ad un incremento delle ricerche in campo epidemiologico che hanno permesso di riconoscere e studiare quei fattori di rischio presenti in diverse attività lavorative e che potrebbero avere effetti negativi sulla salute delle lavoratrici e/o dei loro bambini.

Il documento riporta dunque sintetizzati i principali fattori di rischio per le donne lavoratrici durante la gravidanza ed elenca contestualmente le possibilità offerte al datore di lavoro per garantire alla donna il diritto a mantenere la propria occupazione ma anche a portare avanti una gravidanza il più possibile serena. A questo proposito l’Inps ricorda:

Il datore di lavoro deve, in collaborazione con il medico competente e con il RSPP e consultato il RLS, identificare le mansioni/lavorazioni vietate per la gravidanza e/o l’allattamento. Inoltre deve integrare il Documento di Valutazione dei Rischi (art. 28 D.Lgs. 81/2008) con l’analisi e l’identificazione delle operazioni incompatibili, indicando per ognuna di tali mansioni a rischio le misure di prevenzione e protezione che intende adottare nel caso di gravidanza, tra cui:

1) modifica della condizione di lavoro e/o dell’orario di lavoro

2) spostamento delle lavoratrici ad altra mansione non a rischio e, ove non possibile, fa richiesta agli Enti Competenti di interdizione anticipata dal lavoro.

3) messa a conoscenza di tutte le lavoratrici in età fertile dei risultati della valutazione e della necessità di segnalare lo stato di gravidanza non appena venga a conoscenza.

4) non ultimo in ordine di importanza è la ricerca e lo sforzo maggiore nell’ambito della formazione/informazione che trasmette alle lavoratrici una reale percezione del problema dei rischi lavorativi, che nella maggior parte dei casi risultano sovra o sottostimati: la comunicazione del rischio è parte integrante della gestione del rischio stesso.

Dopo la conferma che anche la maternità vale per gli scatti di carriera, secondo la sentenza della Corte d’appello di Venezia, l’attenzione per i diritti delle mamme (e future mamme) lavoratrici rimane alta, anche se molto rimane da fare, come evidenzia anche il report annuale di Save the Children.