20.05.2013
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Parto cesareo o parto naturale?

Dubbi incertezze e risultati scientifici

Sono molteplici le valutazioni che inducono una donna e l'equipe medica ad optare alternativamente per un parto cesareo o vaginale. E le tendenze degli ultimi anni confermerebbero una maggiore propensione per la prima delle due possibilità. L'Italia segue quello che, per molti versi, è un trend già consolidato nei maggiori paesi occidentali: negli Stati Uniti, per esempio, il numero totale di parti cesarei nell'arco di 50 anni è salito dal 4% fino al 26% mentre in Italia la media annuale è passata dall'11,2 % del 1980 al 33,91% nel 2001. Una percentuale così alta che ci colloca al secondo posto della classifica per parti avvenuti attraverso cesareo, dietro solo al Brasile, e con punte che si avvicinano, soprattutto nelle regioni meridionali, al 54,04 % della Campania.


Da studi condotti dall'Assr, però, emerge come il parto cesareo non sia sempre associato a motivi medici, nel 49,4% dei casi sulle schede di dimissione non è nemmeno indicato il motivo del parto cesareo che, in molti casi, sarebbe riconducibile ad un atteggiamento difensivo imputabile agli operatori, timorosi di una minima complicazione che possa avere ripercussioni legali.


A tale causa è poi da accompagnare una serie di altri fattori; una ricerca pubblicata nel 2001, infatti, confermò che tra le donne che avevano avuto un precedente parto cesareo ed un successivo parto naturale, il tasso di rotture uterine era maggiore rispetto a donne che avevano ripetuto il taglio. Anche in termini di mortalità perinatale le percentuali deponevano a favore del parto chirurgico tanto da indurre il National Institutes of Health Consensus Development ad incoraggiare il travaglio e il parto naturale per evitare il sistematico ricorso al cesareo. Studi recenti potrebbero indurre però ad invertire una tale tendenza.


Medici e ricercatori hanno assunto posizioni molto più nette in merito. Infatti, se fino alla fine degli anni Ottanta studi e ricerche condotti sul parto cesareo sembravano dimostrare che, trascorsi almeno diciotto mesi dall'intervento, era possibile affrontare un nuovo parto senza che si presentasse alcun problema, una ricerca recente, condotta da Gordon Smith, ginecologo presso l'Università di Cambridge tra il 1992 e il 1998 su 120.000 gravidanze avvenute in Scozia, è giunta alla conclusione che un primo cesareo raddoppia il rischio di complicazioni per la seconda gravidanza.


Vi sarebbero inoltre più probabilità di partorire in anticipo, di dare alla luce un figlio sottopeso e di soffrire complicazioni durante il terzo trimestre di gravidanza. Ad aggravare i dati citati la ulteriore rilevazione che il tasso settimanale era di 2,4 bimbi nati morti per ogni 10.000 nascite per quelle donne che avevano subito un cesareo al primo parto mentre il tasso di bimbi nati morti per ogni 10.000 nascite per quelle donne che avevano avuto un parto naturale per il primo figlio era di 1.4. Il rischio di avere un bambino nato morto aumenta alla 34esima settimana della seconda gestazione qualsiasi sia stato il motivo del precedente parto cesareo.


Ed è stata altresì confermata la fondatezza di un rischio associato al parto naturale con travaglio in donne che hanno precedentemente partorito con un taglio cesareo. Un rischio che prefigura rischi consistenti sia per il neonato sia per la madre, e che, per quanto di dimensioni ridotte, è pur sempre maggiore rispetto a quello che accompagna un parto cesareo ripetuto. Rimane comunque il fatto che la gestante deve ricevere queste informazioni per scegliere consapevolmente il tipo di parto più idoneo e sicuro.


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