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Menopausa: non dare anni alla vita, ma vita agli anni!

Considerare la menopausa, come taluni pensano, un problema della terza età è sbagliato, in quanto la parola stessa indica, etimologicamente, l'età in cui è comparsa l'ultima mestruazione. Quest'età, nei paesi occidentali, si situa attorno ai 50- 51 anni. Prima e dopo tale fenomeno (scomparsa della mestruazione) vi sono, tuttavia, altri eventi non meno indicativi ed importanti, riuniti nella sindrome climaterica, conosciuta, più semplicemente, come climaterio. Vi è una prima fase, detta premenopausa, in cui i sintomi (irregolarità mestruale, menorragie, metrorragie, ecc.) dipendono dalla rarefazione dell'ovulazione, con una diminuzione dell'ormone progestativo ed un relativo aumento di quell'estrogeno.


La seconda fase è caratterizzata dalla scomparsa dell'ovulazione e quindi dell'estrogeno, con conseguente assenza della mestruazione e comparsa dei disturbi più pesanti per la donna (vampate di calore, instabilità emotiva ecc.). è questa la menopausa vera e propria.


Segue, dopo un periodo variabile di tempo (detto perimenopausa), da qualche mese ad un anno, in cui ancora può comparire qualche mestruazione, la postmenopausa, caratterizzata dai danni più evidenti per l'organismo (atrofia di cute e mucose, osteoporosi, accentuazione dei fenomeni arteriosclerotici).


Tutto questo ciclo d'eventi si manifesta dai 40-45 anni d'età ai 60-65. Si può quindi affermare che per circa vent'anni la donna soffre dei disturbi, più o meno gravi, legati al deficit ovarico. Tale condizione, negli ultimi decenni, ha assunto una notevole importanza nel capitolo più vasto della medicina preventiva in quanto l'aumento della vita media muliebre, giunta attualmente, nel mondo occidentale a 85 anni e a 90 anni per le donne appena entrate in climaterio, ha determinato che la speranza di vita della donna a 50 anni sia di quaranta anni, quindi superiore al periodo fertile (dai 12-13 anni del menarca ai 50 della menopausa). Tale problema non si poneva in termini così rigorosi nei secoli scorsi, stante la vita media attorno ai 55-60 anni, in cui l'età dei disturbi della menopausa coincideva quasi con la morte.


Solo le donne d'alcuni paesi del terzo mondo e le indios dell'Amazzonia, con una vita media di 35 anni e con emergenze assai più gravi, non hanno i problemi della menopausa. Nel nostro mondo, occidentale, tuttavia bisogna seriamente preoccuparci, in quanto non avrebbe senso che i progressi della medicina avessero allungato la vita media, senza incidere sulla sua qualità.


Qui entra in discussione la terapia su cui però non mi voglio dilungare, essendo ormai a tutti noto come la terapia estrogeno-sostitutiva sia in grado di evitare i maggiori danni della carenza ormonale. L'osteoporosi è sicuramente la malattia più invalidante, quella che più facilmente porta all'uso della carrozzella e quindi all'umiliante dipendenza da parenti e da amici (nel migliore dei casi).


Compito della prevenzione è non dare anni alla vita ma vita agli anni. Per tale ragione trovo sbagliato porre dei limiti alla terapia estrogeno-sostitutiva. Taluni propongono una somministrazione ormonale che non vada oltre i cinque anni, fino ad un'età massima di 60 anni, paventando rischi oncologici per la mammella. Penso invece che di fronte ad una grave osteoporosi si debba procedere oltre, anche in età avanzata. Sono in corso ricerche in quest'ambito e pare che dai primi risultati, anche in donne di oltre 70 anni, si siano avuti dati confortanti con remissione dell'osteoporosi. Altri poi hanno anche proposto che in casi di particolare gravità si possa associare all'estrogeno una nuova molecola, il Tamoxifene, in grado di proteggere la mammella, e quindi proseguire la somministrazione ormonale per tutto il tempo necessario. Su questo punto, tuttavia, la sperimentazione è ancora in corso e solo tra qualche mese se ne saprà di più.


Prof. Luigi Schubert
Specialista in Ostetricia e Ginecologia
Specialista in Medicina Nucleare

 

 

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