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Lo psicologo risponde   

    

Dentro e fuori di te

     

 

 a cura

della Dott.ssa Elisa Frigerio

della Dott.ssa Paola Catalano

della Dott.ssa Annalisa De Filippo

del Dott. Massimo Mariani

e della Dott.ssa Nora Massoli

della Dott.ssa Giuliana Proietti

della Dott.ssa Annalisa Scanu

       

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Preparasi a diventare mamma e papà e restare nel contempo una coppia unita e innamorata sembra una cosa scontata, ma non lo è affatto, considerando tutti gli stress e le difficoltà che investono la coppia quando la famiglia si prepara a crescere.
Diventare genitore è senz’altro la cosa più importante nella vita di una donna, ma oggi, sempre di più, lo sta diventando anche per i papà: entrambi i partners vogliono vivere questa eccitante esperienza fino in fondo, essere informati e consapevoli di quanto sta loro accadendo. Creare una nuova vita del resto, aspettarla ed osservarla crescere, è un’avventura davvero entusiasmante, anche se comporta inevitabili ansie, paure, incertezze e tensioni. Molto spesso la vita matrimoniale esce da questa esperienza piuttosto provata, se non compromessa.

Parlarne, confrontarsi, aiutarsi reciprocamente è quanto ci si propone in questa rubrica, che avrà lo stile di un forum aperto ai lettori, dove chi scrive non chiede necessariamente delle risposte, ma porta la sua esperienza e la condivide con le altre e gli altri genitori, presenti e futuri.
 

Disclaimer

    


 

Sono stanca di vivere così!

(06/07/2010 - 08.14)

Gentile Esperto, scrivo per chiedere un consiglio su una questione delicata che mi tormenta e che mi sta molto a cuore. Cercherò di essere breve. Ho 30 anni e tre anni fa la mia seconda bambina è nata affetta da una grave sindrome malformativa congenita. Ha un'importante malformazione cranio-facciale e malformazioni multiple agli arti. Non è il caso, adesso, di soffermarmi sugli aspetti medici, ma ci tengo a precisare che si tratta di malformazioni ben evidenti e che quindi non incidono solamente sulla sua salute fisica, ma anche sull'aspetto estetico e psicologico. E non solo della bambina, ma anche di noi genitori. Infatti, vi espongo adesso il motivo per cui vi scrivo. Ogni volta che usciamo di casa, che frequentiamo un locale pubblico, andiamo a fare la spesa, entriamo in un negozio... la gente si sofferma a guardarla con insistenza. Fino a un certo punto tutto questo è normale e lo posso capire. Il problema più grande è rappresentato dai bambini piccoli (ma anche ragazzini più grandi) che si avvicinano e la fissano con insistenza e spesso, addirittura (se siamo in un supermercato o a scuola ad esempio) attirano l'attenzione di altri bambini o adulti, alzando la voce e dicendo "Ma guarda come è fatta quella bambina!". Ovviamente tutte queste scene si verificano quasi tutti i giorni. Capisco che non capita tutti i giorni di vedere una bambina così...

Lettera non firmata

Cara mamma, immagino la stanchezza nel vivere quotidianamente tali scene. Riporta il comportamento dei bambini che guardano con insistenza e attirano l'attenzione di altri, come fonte di maggior disagio. Forse potrebbe prevenirlo attraverso una reazione nel momento in cui "si avvicinano", parlando loro con dolcezza (es. "Ciao! (nome) è una bambina speciale. Come ti chiami?"). Individuata la strategia più funzionale, che vi aiuta a vivere meglio, si tratta di insegnarla anche a vostra figlia adattandola ai suoi vissuti. Un caro saluto.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


È arrivato il fratellino!!

(30/06/2010 - 16.27)

Buonasera Dott.ssa, la mia bimba di quasi 3 anni, da quando è arrivato il fratellino, da due mesi, è triste e nervosa, lancia oggetti su di lui, picchia soprattutto me che sono la mamma, e da un mese accusa mal di pancino, vuole che la massaggi e dopo due minuti dice passato. C'è da allarmarsi? Cosa devo fare quando picchia o quando grida? Era una bimba tranquillissima, obbediente, e ora... è cambiata completamente!

Lettera non firmata

Cara mamma, la nascita di un fratellino può dare inizio a un periodo di tensioni soprattutto per il primogenito che deve imparare a condividere quelle attenzioni che prima erano centrate solo su di lui. Probabilmente la sua bambina teme di essere meno amata e considerata ed è importante comprenderla, rassicurarla e impiegare del tempo per favorire la relazione e l'accettazione del fratellino al fine di attenuare la gelosia. In merito ai comportamenti aggressivi, è bene far capire che non è lei a essere cattiva, ma il suo comportamento e come tale può cambiarlo, accettando i suo sentimenti e continuando a volerle bene ma non permettendole di trasformarli in atti violenti. Quindi può essere utile non negare il sentimento ma accoglierlo spostando l'attenzione su di lei, su come sta, facendola sentire capita e rassicurata del vostro amore. Saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Voglia di parlare

(23/06/2010 - 14.25)

Ho intitolato questo messaggio voglia di parlare, perché sento davvero l'esigenza di mettermi a nudo, di far uscire quello che provo dentro di me senza filtri, senza muri, senza paura di raccontare quello che sto vivendo. Sono alla mia seconda gravidanza alla 24 settimana. Pur essendo una gravidanza voluta e desiderata è stata contrassegnata fin dalle prime settimane da una serie di ostacoli. 2 distacchi di placenta di cui l'ultimo di ben 7 cm diversi e lunghi ricoveri in ospedale e con una convalescenza molto lunga che si protrae fino ad ora con riposo a letto. In più sto convivendo con un'angoscia pesante: il bitest positivo per quanto riguarda il prelievo. Non ho potuto fare l'amniocentesi perché avrei rischiato al 99% di perderlo. Ho deciso con mio marito di non rischiare, ma questo dubbio è un fardello pesante da sopportare e con cui convivere. Inoltre la cura di tranex e progesterone mi hanno recato un danno alla retina nell'occhio destro ed ora sto facendo eparina. Tutto questo mi ha gettato in un profondo sconforto, e il sogno di questo figlio fortemente voluto da me, si sta trasformando in un incubo atroce. Mi sento in colpa anche nei confronti di mio marito di averlo convinto ad intraprendere questa avventura, ora siamo nel baratro. Mi auguro che dopo aver attraversato questo tunnel nero nero possa con tutto il mio cuore vedere la luce in mia figlia.

Lettera non firmata

Carissima, dalle sue parole emerge la sofferenza che sta attraversando, ma anche la forza e la speranza. "Voglia di parlare": potrebbe esserle utile condividere le sue emozioni, come ha iniziato a fare in questo spazio, con un professionista che accompagni lei e suo marito in questo delicato momento della vostra vita, uscendone rafforzati come coppia. Un abbraccio e auguroni.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Stanchezza e rifiuto della scuola a 6 anni e mezzo

(20/06/2010 - 15.46)

Salve, ho due bimbi uno di quasi sette anni e uno di 11 mesi. Il secondo ha ovviamente sconvolto l'equilibrio familiare con la sua nascita e il più grande ha reagito male al primo anno di elementari perché secondo lui (ma anche secondo noi) troppo faticoso. Inoltre ha fatto anche nuoto per 8 mesi e alla fine dell'anno scolastico gli è venuta la varicella. In sintesi: vorrei aiutare mio figlio grande perché dice di essere stanco della scuola e del nuoto e non vuole vedere nemmeno il libro delle vacanze, fa dispetti continuamente per attirare l'attenzione (la mia) e dice che deve sfogarsi. Non vorrei che a settembre entri in crisi e non voglia più andare a scuola. Cosa ci consigliate? Grazie!

Lettera non firmata

Cara mamma, sembra che riconduca il comportamento del primogenito a cambiamenti familiari legati alla nascita del fratellino e alla percezione del primo anno di scuola come "faticoso"; elementi da tenere in considerazione. E' bene cercare di comprendere cosa voglia comunicare con la stanchezza, i dispetti ("per attirare l'attenzione (la mia)") e il bisogno di "sfogarsi": ascoltare il bambino, facendolo sentire compreso e capito, mostrandosi presenti e attenti ad accogliere le sue difficoltà ed emozioni. Ad esempio potrebbe essere utile legittimare il suo bisogno di avere del tempo per riposarsi, giocare e stare con la famiglia, alternandolo a momenti di studio in cui vi offrite disponibili ad aiutarlo affinché sia meno faticoso e più piacevole. Saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Ogni giorno abbiamo parenti a casa nostra!

(17/06/2010 - 12.07)

Salve. Sono un papà di un bellissimo bimbo di un anno. Io mi rivolgo a voi per un problema. Da quando è nato mio figlio, i parenti di mia moglie sono sempre a casa nostra per vedere, giocare e coccolare il piccolo, e non so più come fare a mandarli via. Ne ho parlato con mia moglie, ma lei dice che è cresciuta così, con tutti i parenti intorno, ma a mio avviso fa più male che bene sia al piccolo, che ho paura che non possa capire chi sono veramente i sui genitori, che per i miei nervi. Essendo a casa in mobilità, ho tutto il giorno per stare con mio figlio, ma quando arrivano i suoi parenti, basta, non esisto più nè io nè sua madre. È normale una cosa cosi? Può avere dei problemi poi mio figlio, quando dovrà andare all'asilo? Mia madre viene solo 2 volte a settimana perché non le piace la situazione, e che non è una cosa normale che dei parenti siano lì tutti i giorni. Purtroppo la suocera abita nella stessa nostra casa. Voi che dite? Grazie per una risposta

Lettera non firmata

Caro Papà, la situazione che sta vivendo si verifica molto spesso all'interno di una famiglia. Non conosco la vostra storia nello specifico, ma queste sono spesso dinamiche che non nascono con la nascita di un bimbo, ma che si sono portate avanti negli anni. Partirei subito con il dirle che non rappresenta un "pericolo" per suo figlio, e non avrà in alcun modo ripercussioni nel suo sviluppo. Lei avverte comunque un disagio, ed è per questo che la situazione non deve essere trascurata. Sono situazioni difficili da gestire proprio perché spesso ci si accorge del problema tardi, quando la coppia è consolidata. È necessario che la coppia "difenda" il suo spazio privato, ancora di più quando arrivano dei figli. È però altrettanto difficile per i parenti trovare una via di mezzo tra l'invadenza o la quasi totale assenza! Cerchi di far comprendere alla sua compagna che qualcosa deve cambiare, che potete comunque frequentare i parenti ma con altre modalità, più salutari per voi e per la vostra famiglia. Le auguro di trovare presto una soluzione condivisa che possa riportare equilibrio e serenità.

Dott.ssa P. Catalano
Psicologa - Roma


Parto ed attacchi di panico?

(15/06/2010 - 17.51)

Gentile Dottoressa, le scrivo perché da 15 anni soffro di attacchi di panico, io ho 32 anni e attualmente sono in stato interessante, per fortuna da quando sono incinta sto molto meglio, gli attacchi di panico sono spariti, tranne un po’ di ansia quando ad esempio mi viene un mal di testa oppure un qualsiasi problema legato alla salute mia e/o del mio bambino. Però da lei vorrei un consiglio, visto che vado in crisi per un po’ di mal di testa o per una nausea, io mi chiedo: sarò in grado di affrontare un parto senza attacchi di panico? Io penso di no, ci penso continuamente, almeno 10 volte al giorno, leggo tutte le testimonianze nella speranza di un chiarimento, ma la paura ed il dubbio incombono, io vorrei fare un cesareo, ma non so se è la soluzione giusta, la prego di darmi un consiglio. Saluti e grazie

Lettera non firmata

Carissima, tra le righe sembra che in fondo abbia già deciso cosa vorrebbe fare e potrebbe parlarne con il ginecologo. Se lo desidera, dedicarsi uno spazio con un professionista al fine di dare un senso e comprendere l'ansia e gli attacchi di panico di cui accenna, potrebbe essere un modo per affrontare più serenamente la gravidanza, il parto e la vita in generale. Auguroni!

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Pazzia, follia, depressione: cosa ho??!!

(11/06/2010 - 15.30)

Aiuto. Riconosco di avere bisogno di un aiuto per superare questo momento che si ripete molto spesso. Ho 28 anni, una bimba di quasi 3 anni, un marito che mi ama e cerca di non farci mancare nulla, suoceri e genitori che ci amano e vivono in armonia con tutti, cognate ok, lavoriamo, io part time in un'agenzia di comunicazione integrata, mio marito è consulente esterno a rischio licenziamento da un giorno all'altro, prendiamo 2200 euro al mese tutti e due, abbiamo un mutuo piccolo da estinguere, nessuno di noi ha problemi di salute, il nostro problema è solo quello di non riuscire economicamente a fare tutto, genitori di lui un po' troppo invadenti nella vita del figlio stesso, non tanto della nipotina, non possiamo muovere un passo senza dover rendere conte anche se non obbligati, loro sanno sempre quando usciamo, quando torniamo, chi viene da noi, anche se non hanno mai chiesto niente tendono ad infilarsi un po' troppo: non possiamo dire "oddio mi manca il latte m anon vorrei uscire" tac. Il latte. "ci sono delle saponette che profumano molto" tac. saponetta che profuma molto. E via dicendo. Io sono sempre quotidianamente nervosa e sono ossessionata dalla pulizia e dall'ordine: vorrei avere una casa in cui potersi specchiare nelle pareti e sempre in ordine. Non sopporto che mi si tocchi e la mia bambina invece ama il contatto fisico con me. Scatto per le stupidaggini, mi innervosisco con poco, a volte vado alle mani, poi mi odio per averlo fatto, mi siedo e dico: ma cosa sto diventando? però voglio capire cos'è che mi scatena tutto questo. Viviamo sopra i miei suoceri e a 90km dai miei, non ho fratelli e sorelle ed ho vissuto male il mio distacco dalla famiglia anche se comunque qui sto bene, anzi. Però questi scatti di ira non me li spiego... Mia figlia è vivace, testarda, di carattere, ha l'urlo facile, è un po' disubbidiente e stando spesso con i nonni (io come detto lavoro part time) si sente molto molto libera di fare ciò che vuole anche se sa che io non le permetto certi giochi. Quando poi sta con la cuginetta cambia totalmente: diventa maleducata ed irriverente (proprio come la cuginetta, che ha 5 anni e mezzo) ed è ingestibile. Mio marito manca tutto il giorno e la sera non ha voglia di urlare e le permette di fare ciò che vuole. Io, che ho un'indole al comando e all'ordine come l'ho sempre avuta anche da piccola, non sopporto di vedere un fallimento nell'educazione di mia figlia perché intorno a me ne ho visti troppi: ho cugini molto più piccoli di me maleducati da fare schifo e non voglio fare gli stessi sbagli dei loro genitori. Io tendo ad impormi su mia figlia, anche se spesso mi freno perché ho paura di reprimere il suo vero carattere e magari di arrecarle un danno psicologico, d'altra parte però questa mia inquietudine non mi permette di vivere al meglio il tempo con mia figlia: non so giocare con lei, quasi non ho voglia, non so mantenere la calma e urlo e sbraito di continuo. Lei poi è una stronzetta :-) nel senso che è una scimmietta dispettosa che sa come farti sentire uno schifo. Mi odio veramente perché vorrei controllarmi ma non ci riesco, vorrei capire qual è la causa che mi scatena questo brutto modo di fare anche nei confronti di mio marito che sopporta anche se a volte fomenta con le sue battutine. Spesso mi sento incompresa e sola. Non lo so, vorrei rivolgermi ad uno psicologo qui nel mio paese ma non ho né il coraggio né i soldi e comunque non potrei fare nulla alla chetichella neanche in consultorio perché come detto, tutti saprebbero tutto... Grazie...

Lettera non firmata

Cara Mamma, ho letto con attenzione la sua "richiesta di aiuto", e come prima cosa credo sia fondamentale focalizzare meglio la questione. Per far questo è importante che lei possa chiedere aiuto ad uno specialista. Non dia retta alle chiacchiere che potrebbero nascere tra i suoi concittadini, questo è un problema secondario che non può impedirle di affrontare cosa la fa stare male. Al momento la sua salute deve avere la priorità. Se economicamente non può sostenere una tale spesa, si rivolga al consultorio della sua Asl di appartenenza. Le auguro di poter risolvere presto tutto, è una giovanissima mamma che ha diritto di ritrovare la sua serenità, anche per il bene di sua figlia e di suo marito. Un caro saluto.

Dott.ssa P. Catalano
Psicologa - Roma


Non riesco a perdonare mio marito!

(02/06/2010 - 19.48)

Gentili dottori, chi scrive è una donna di 35 anni, mamma di una bambina di 3 anni e mezzo. Sono sposata con un mio coetaneo da quasi sette anni. Sono consapevole di essere una persona ansiosa e timorosa. Questo mio modo di essere ha sempre portato mio marito a considerarmi isterica, nevrotica e ad assecondarmi (lui dice per amore) come una bambina che fa i capricci. Ciò si è esasperato con la gravidanza. Gravidanza che non è stata proprio tranquilla: in primis il ginecologo mi ha detto che avevo probabilmente abortito, poi c'è stato la probabilità della sindrome di down, in seguito ho rischiato di contrarre la varicella (che non ho mai avuto), infine sono stata ricoverata d'urgenza per presunto parto anticipato (32 settimane), che non è avvenuto, ma in compenso sono rimasta un mese all'ospedale con le transaminasi a 600. Sfido chiunque a essere sereno e serafico in tale situazione. Tuttavia, per il bene del nascituro, sono restata sempre quanto più calma possibile, anche se talvolta mi figuravo scenari futuri terribili. In tutto questo mio marito mi ha sempre ripetuto che ero solo incinta e non malata, si arrabbiava con me se volevo essere accompagnata dal ginecologo, e, quando sono finita in ospedale, mi ha incolpata del fatto che, a causa della mia ansia, avevo causato il tutto (presunto parto anticipato e transaminasi). Durante la mia degenza mi ha telefonato pochissimo, mi è venuto a trovare solo poche volte (pur essendo l'ospedale a mezz'ora di distanza da casa) e se lo chiamavo io, eventualmente svegliandolo (9.30 di domenica), si arrabbiava tantissimo. La gravidanza si è conclusa con un cesareo d'urgenza (di notte) e con la nascita di una bella bambina. Per la gioia sono rimasta sveglia per tre giorni e tre notti a guardare la bambina. Quando sono tornata a casa, la prima notte, per la stanchezza non ho sentito immediatamente la bambina che piangeva e lui, che invece si era già alzato, mi ha definita una mamma degenere. Lui è un padre amorevolissimo, però io, da allora non riesco a perdonarlo. Mi sforzo di dissimulare il mio rancore, ma se "parlo con me stessa" sento di essere arrabbiata e non riesco a dimenticare quei giorni terribili. Per il bene della bambina continuo a vivere, in un clima pseudo-sereno, con lui, ma sto facendo realmente il bene della bambina? Preciso che a lui ho spiegato tutto... ma ancora una volta io sono "una esagerata pazza... isterica". Cos'altro posso fare? Io sarei disposta a rivolgermi ad un terapeuta per la coppia, ma lui dice che la pazza sono io. Grazie

Lettera non firmata

Carissima, immagino non sia stato facile affrontare il periodo della gravidanza che ha descritto, ancora di più per una persona che si definisce ansiosa e timorosa. Fortunatamente la paure non sono state confermate ed è nata una bella bambina. Forse suo marito era arrabbiato con lei ("mi ha incolpata del fatto che, a causa della mia ansia, avevo causato il tutto" "mamma degenere") e cosi non è riuscito ad esserle accanto in quei giorni come lei avrebbe voluto e aveva bisogno. Dall'evento sono passati tre anni e mezzo in cui regna rabbia e rancore un po’ celati. Su questo potrebbe puntare nel dialogo con suo marito, sul bisogno di comprendervi e la necessità di stare bene come coppia coniugale per essere più sereni come coppia genitoriale. Eventualmente, se lo desidera, potrà decidere di dedicarsi uno spazio per sé, il che non significa essere "pazza, isterica" ma voler occuparsi del proprio benessere, dando voce e significato all'eventuale disagio sottostante alla sua ansia. Cari saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Balbuzie

(14/05/2010 - 13.54)

Buongiorno, ho mio figlio di quattro anni e mezzo, che da circa un mese ha cominciato a balbettare, lo fa quando inizia la frase, non sempre, e non spesso (una volta al due al giorno e non tutti i giorni…) ma quando lo fa lui si rende conto che non riesce a finire la frase, perciò si mette la mano davanti alla bocca, fino a quando riesce a finire la frase, penso che sia un periodo un po’ particolare per lui è sempre molto agitato, piange per tutto, sta per finire la scuola stanno un po’ in tensione per i lavoretti e le recite di fine anno, però vorrei chiedere a voi come mi devo comportare e se devo intervenire in qualche maniera. Grazie

Lettera non firmata

Cara Mamma, in età precoce possono comparire delle difficoltà linguistiche che risultano essere nella maggior parte dei casi transitorie e naturali nello sviluppo del linguaggio dei bambini. La comparsa di tali difficoltà è solitamente legata ad un evento particolare: un'atmosfera familiare emotivamente "carica", l'arrivo di un fratellino, un periodo di allontanamento di un genitore. È importante evitare che le difficoltà si cronicizzino nel tempo. Gli interventi possono essere di due tipi: indiretto e diretto. L'intervento indiretto è centrato sulla relazione familiare. L'intervento diretto è di tipo logopedico, ma dipende da una variabile essenziale: l'età del bambino. L’intervento non è consigliato prima dei 6 - 7 anni. Nel suo caso, vorrei consigliarLe piccoli accorgimenti da mettere in atto in famiglia: - Utilizzare un linguaggio facile, semplice, rallentato in presenza del bambino, offrendo un "modello" verbale chiaro; - Utilizzare un livello di comunicazione meno complesso ed articolato, privilegiando un vocabolario elementare e frasi corte; - Non interrompere o finire il discorso di un bambino che balbetta; - Valorizzare altre forme comunicative oltre il parlare, più libere ed immediate come il disegno. Cari Saluti.

Dott.ssa P. Catalano
Psicologa - Roma


Disturbi del sonno, pigrizia o patologia?

(13/05/2010 - 13.15)

Salve Dott.ssa, sono mamma di un bambino di 4 anni e mezzo e noi due viviamo a casa con mia sorella, dato che io e suo padre siamo separati da 3 anni. Ho un problema che mi sembra enorme, mio figlio frequenta il secondo anno della scuola materna e di recente le maestre mi hanno informato che il bambino (dicono) non apprende come gli altri bambini, per quanto i loro sforzi siano continui ad esempio non riesce a memorizzare e riconoscere il nome dei colori, regredisce anche sui numeri (conta solo fino a due), mi parlano di mancanza di attenzione e di concentrazione nei giochi che comportano memoria o insegnamento. C'è da aggiungere che gli attribuiscono un atteggiamento continuo di spossatezza, di stanchezza, e che spesso si addormenta nelle ore diurne. Premetto che mio figlio dorme da sempre con me, sia perché la casa è piccola e non possiamo permetterci due stanze, sia perché, mea culpa, dopo la separazione tendevo a tenerlo sempre vicino a me. Il suo sonno non è mai stato regolare, nei primi 3 anni di vita si svegliava sempre di notte, di continuo, adesso dorme ma tende a farlo molto tardi, ad ogni modo le sue 8 ore e mezza le fa... c'è anche da dire che ha già il suo bel carattere, e che noto il fatto che se gli faccio delle domande, di qualsiasi tipo (cosa hai fatto a scuola, cosa hai mangiato, che cosa vuoi fare) lui è sempre molto evasivo, non mi risponde mai. Per quanto riguarda la concentrazione posso dire che quando vuole ne ha, compone puzzle anche grandi, gioca ai labirinti sui suoi giochini, sa addirittura gestire tv e telecomandi. E a casa è fin troppo attivo, corre, gioca, non si ferma un attimo. Quindi mi chiedo quale sia il problema... In finale la mia domanda è questa: da cosa possono essere causati i problemi di cui mi parlano le sue maestre e in che modo posso interagire io stessa? Grazie fin d'ora

Paola

Cara Paola, innanzitutto è bene monitorare tali comportamenti del bambino sia a scuola con l'aiuto delle maestre che in altri contesti osservando anche la capacità di interazione con gli altri, sia adulti (ad esempio è evasivo alle sue domande) che bambini. In merito al sonno, potrebbe provare ad anticipare l'orario per vedere se magari l'attuale quantità di sonno giornaliero è insufficiente: avere un orario stabile e una serie di azioni prevedibili per andare a letto (es. mettere il pigiama, ascoltare una favola, bacio della buona notte) possono dare sicurezza al bambino. L'obiettivo è cercare di comprendere l'origine, sottolineando aspetti emotivi e cognitivi, delle difficoltà riscontrate; se persistono potrebbe rivolgersi ad un professionista per un approfondimento. Saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Posso essere pericolosa per mia figlia?

(11/05/2010 - 02.13)

Salve, ho quasi 18 anni e da 3 mesi sono mamma di Rebecca... ho paura di avere la " depressione post partum ": per ogni cosa mi innervosisco e rispondo malissimo, non sopporto che la bambina pianga (quasi la odio quando lo fa senza un motivo apparente), e come ho confessato anche al mio "compagno", ho spesso avuto paura di rimanere sola con la bambina... io quest'anno ho la maturità, mi sono provvisoriamente poggiata a casa dei miei nonni paterni (con cui c'è anche mio zio), perché con il mio compagno non abbiamo la possibilità economica e, inoltre, le nostre case sono troppi piccole per fare una specie d convivenza. Mi stanno venendo tutte bollicine in faccia per via dello stress... la prego, mi risponda: sono depressa? Posso essere pericolosa per mia figlia? La ringrazio anticipatamente

Lettera non firmata

È importante fare una distinzione tra il fenomeno chiamato “baby blues” e la depressione post-partum. Il baby blues è una reazione molto comune nelle mamme, i cui sintomi includono delle crisi di pianto senza motivi apparenti, inquietudine e ansia. Questi sintomi tendono generalmente a scomparire nel giro di pochi giorni. Differente è la depressione, caratterizzata da sintomi più importanti e duraturi (possono perdurare anche per un anno). Anche i sintomi della depressione post-partum si possono manifestare in forma lieve e scomparire nel giro di pochi giorni. Ma se i sintomi persistono per oltre due settimane, se si ha la sensazione di poter fare del male a se stesse o al proprio bambino, e se i sintomi di ansia, paura e panico si manifestano con grande frequenza nell’arco della giornata, è necessario richiedere l’intervento di uno specialista. Cari saluti.

Dott.ssa P. Catalano
Psicologa - Roma


Troppo presto all'asilo???

(30/04/2010 - 23.05)

Gentili esperti, sono una mamma di una bambina di 3 anni e mezzo. Dopo una gravidanza non proprio tranquilla, la bambina è nata con un cesareo alla 38esima settimana. Preciso che durante la gravidanza ero la personificazione dell'ansia e vedevo in tutto problemi per la mia piccolina. Pur restando un soggetto ansioso, dopo la nascita della bambina mi sono tranquillizzata molto. Forse un po' troppo, tant'è che per problemi lavorativi ho ripreso a lavorare quando la bambina aveva quattro mesi. In base ai progetti fatti la bambina doveva essere accudita dalla nonna materna ma così non è stato e, quindi, l'ho affidata all'asilo nido che frequenta tutt'ora (1° anno di materna) gestito da brave ed educative maestre. Ho fatto questo preambolo perché mia figlia pur frequentando senza far capricci l'asilo, non ama molto la compagnia dei bambini (ha sempre bisogno di una mezz'oretta per "affiatarsi"), raramente mi racconta cosa fa all'asilo, è molto rispettosa delle regole e, con gli estranei (pur avendo sempre il sorriso sulle labbra) è molto timida e ritrosa, sembra quasi che abbia paura. Mi chiedo se c'è qualche relazione tra il suo precoce inserimento all'asilo e questo suo modo di comportarsi e se sia opportuno che continui a frequentare lo stesso asilo fino alla scuola elementare? E, infine, cosa posso fare per renderla più socievole e aperta con gli altri. Preciso che con chi conosce bene è una chiacchierona, canta e balla; inoltre, è affezionatissima ai cuginetti che abitano in un altro paese, è autonoma in tutto e ha ritmi alimentari e di riposo regolarissimi. Grazie fin d'ora

Una mamma preoccupata

Cara Mamma, credo non ci sia nessun nesso tra il precoce inserimento al nido e i comportamenti della bambina. Continuerei quindi a farle frequentare lo stesso asilo, appurato che non siano presenti problemi con le maestre o di altro genere. Davanti ad un bambino timido, un genitore deve innanzitutto accettare questa sua situazione senza forzare le tappe del suo sviluppo psicologico; dovete però aiutarlo a superare certe situazioni di timidezza, facendogli vedere i lati positivi degli adulti e cercando di spingerlo a stare con i suoi coetanei. Personalmente suggerisco sempre di: Proporgli dei giochi sui ruoli: Provate a fargli imitare una situazione reale tramite le sue bambole. Chiedete a vostra figlia che cosa direbbe e quali ragioni metterebbe in bocca alla bambola per farlo partecipare al gioco collettivo che voi avete ideato. In un'occasione reale, la simulazione messa in atto nel gioco potrebbe aiutarla a ripetere le stesse cose. Dargli sicurezza con un suo oggetto preferito: Come accade a noi adulti, che possiamo sentirci più tranquilli arrivando in un luogo che non conosciamo con qualcosa in mano (una borsa ad esempio) così anche un bambino può sentirsi più protetto se si porta dietro un suo giocattolo preferito: poiché l'oggetto gli appartiene, gli darà un senso di sicurezza e lo aiuterà a sentire più "familiare" la nuova situazione. È necessario preoccuparsi di una timidezza eccessiva che impedisce al bambino di giocare con gli altri, un pianto costante quando deve recarsi a scuola o in altri posti, quando è presente un rifiuto totale. In questi casi sarebbe utile un colloquio con un esperto. Cordiali Saluti.

Dott.ssa P. Catalano
Psicologa - Roma


Io ed il mio corpo...

(23/04/2010 - 19.55)

Gentile Dottoressa, le scrivo per un problema che ha monopolizzato buona parte della mia vita: un rapporto ossessivo-distruttivo nei riguardi del mio corpo... Dall'età di 16 anni perdere peso è stata la mia ossessione concretizzatasi non con l'agognata magrezza, ma con un'altalena massacrante di sali e scendi di peso che mi ha portato ad un consistente sovrappeso. A 25 anni ho scoperto anfetamine e mix di farmaci e ottenuto una reale e costante magrezza fino alla 1 gravidanza terminata con un bel bimbo e oltre 20 kg in eccesso. Sono ricaduta nel circolo vizioso e ora di nuovo incinta sto lievitando di nuovo perché ho dovuto sospendere i farmaci bruscamente. Praticamente la mia vita è stata tutta una finzione e sono stanca e depressa. Sarò mai normale? Potrò vivere senza farmaci e senza essere una botte? Voglio essere come le altre…

Lettera non firmata

Capisco perfettamente il suo bisogno di sentirsi "normale", libera dalla sua ossessione e dal circolo vizioso di farmaci (dannosissimi tra l'altro, stiamo parlando di anfetamine, non certo di acqua fresca). Scusi il mio essere molto diretta ma credo proprio che sia imprescindibile e fondamentale a questo punto un aiuto psicologico per capire da dove le viene questa autodistruzione e questa attenzione ossessiva al suo corpo, che da tanti anni le fa vivere una vita d'inferno e che neanche durante la gravidanza le dà la possibilità di vivere questo momento con la giusta serenità. Certo che può vivere senza farmaci, ma c'è un percorso che lei deve fare, per far sì che la sua vita si liberi di questa ossessione. Un cordiale saluto

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Ho una paura terribile di non poter avere bambini!

(23/04/2010 - 17.43)

Salve, ho 28 anni e dopo un rapporto di 10 anni mi sono sposata ad agosto 2009. Da sei mesi stiamo provando ad avere un figlio senza riuscirvi. Per me è un pensiero fisso, forse perché ho sempre amato i bambini e sempre avuto l'istinto materno. Per me avere un figlio è il senso della vita. E mi ritrovo con una paura terribile di non poterne avere, certamente tra qualche mese inizieremo gli esami, ma ho paura delle risposte. Più mi dicono di non pensarci più ci penso, che colpa ho se desidero essere mamma? Eppure dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo! Ho fede ma sono terrorizzata al pensiero di non poterne avere da parte mia o di mio marito. Dicono che lo stato d'animo influisce ma come faccio a rilassarmi? Cordiali saluti e grazie mille.

Lettera non firmata

Salve, certo che non è una colpa desiderare di essere madre. E sicuramente non la aiuta sentirsi dire che per concepire un figlio ci vuole calma psicologica, che l'ansia di non poterne avere può addirittura ostacolare il concepimento. Ma, ahimè, è l'unica cosa che anche io posso dirle. Davvero l'invito ad accettare che per avere un figlio ci può volere del tempo è un piano di realtà, non un non voler comprendere le sue esigenze. Ha dalla sua parte il fatto che ha ancora molti anni di fertilità biologica davanti a sé. Un figlio arriva quando è il momento, non quando lo si desidera. Comprendo tutta la sua frustrazione a non vedere realizzato immediatamente il suo desiderio, ma la tolleranza di questa frustrazione le permetterà di avere ancora un po' di tempo per fare spazio mentale e psicologico a questo figlio che per adesso esiste solo nella sua fantasia e che un giorno, vedrà, arriverà anche nella realtà. Se dopo un anno di tentativi non sarà ancora rimasta incinta, lei e suo marito, come tante altre coppie, potrete iniziare l'iter di controlli medici. Se ci saranno dei problemi, probabilmente ci saranno anche delle soluzioni mediche per far sì che il vostro desiderio di genitorialità si realizzi. Ma per tutto questo c'è tempo. Davvero il mio invito più caldo è quello di accettare questo tempo che suo figlio si prende per venire da lei. Un cordiale saluto

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Perché mia figlia ha più piacere a stare con le zie che con me?

(20/04/2010 - 17.18)

Salve Dottoressa, il mio nome è Giovanna, sono diventata madre da poco più di un anno ed ho una bambina meravigliosa. Fin da appena nata sono sempre stata gelosa di lei e delle attenzioni che tutti le hanno sempre dato, essendo l'unica nipote. Solo che adesso che sta crescendo questo senso di attaccamento a lei diventa sempre più morboso. Ho ripreso a lavorare già da come lei ha compiuto tre mesi, riducendo tantissimo il tempo che passo con lei, solo che anche nei pochi momenti che passiamo insieme lei spesso mi evita o meglio preferisce stare con le zie e con le nonne che con me. Non so se è un senso di rifiuto dovuto proprio perché si è sentita "abbandonata" subito o perché con le zie lei si diverte di più perché le fanno fare tutto quello che vuole, non lo so. Fatto sta che ogni volta ci rimango sempre malissimo e non so con chi prendermela, mi sento davvero il cuore che si spezza ogni volta, perché fosse stato per me avrei voluto stare con lei in ogni istante ma come può una bambina di 13 mesi capire che alla mamma è pesato tantissimo lasciarla da così piccola?? Come può capire una bambina che ci rimango così male quando lei non mi considera affatto?? È un dolore che posso portare solo dentro di me e non penso affatto che nessuno potrà mai capirmi

Giovanna

Cara Giovanna, utilizza un termine molto importante: attaccamento. Le modalità con cui ci leghiamo affettivamente ad un'altra persona riflettono le nostre primarie esperienze di attaccamento. Potrebbe esserle utile riflettere se e come i suoi vissuti legati alla relazione con la sua bambina ("gelosa di lei e delle attenzioni che tutti le hanno sempre dato" "morboso" "mi evita" "preferisce stare con... che con me", "senso di rifiuto", "non mi considera") possano derivare da un suo modo più generale di vivere le relazioni. L'obiettivo è acquisire consapevolezza del proprio stile relazionale, acquisendo maggiore sicurezza in sè stessa e nel suo ruolo di mamma, riuscendo a vivere più serenamente il rapporto con la sua bambina. Cari saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Da qualche mese nostra figlia la notte si sveglia continuamente…

(20/04/2010 - 09.23)

Gentile Dottoressa, da qualche mese nostra figlia di 6 anni e mezzo, la notte si sveglia continuamente. Ci dice che fa brutti sogni e sente battere forte il cuore per la paura. Abbiamo usato diverse soluzioni per tranquillizzarla, tipo farla dormire con i suoi pupazzi preferiti, accendere un lumino in camera e successivamente accendere la luce nel corridoio ma invano. Viene continuamente in camera nostra e si tranquillizza solo dormendo nel nostro letto tenendoci la mano. Durante il giorno invece, ha paura di andare da sola in bagno o giocare da sola nella sua cameretta. Cosa possiamo fare per risolvere questo problema? Grazie

Federica

Cara Federica, potrebbe essere utile cercare di capire se negli ultimi mesi ci sono stati degli eventi che possano aver turbato la bambina; farle raccontare i sogni che la spaventano, condividendo e accogliendo l'emozione di paura che vive di notte e di giorno, può aiutare in tal senso. Potrebbe servire regalare un pupazzo dicendo che ha la funzione di allontanare i brutti sogni e proteggerla, ma prima è bene comprendere e dare un senso alle sue paure, per accoglierle e rassicurarla, soprattutto perché sono presenti anche di giorno; può essere importante verificare se ci sono stati cambiamenti nel comportamento della bambina anche a scuola. Cari saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Ho una sensazione bruttissima di perdere il mio bambino!

(11/04/2010 - 19.50)

Salve, vi scrivo perché ho un bimbo di 2 anni che adoro. Fin dalla sua nascita però ho questa sensazione bruttissima di perderlo... Per un certo periodo di tempo mi era passata ma ora è tornata più forte di prima col fatto che sta crescendo e che bisogna stare attenti a tutto. Inoltre mi piacerebbe avere un altro bambino, ma provo già molta ansia e perché so che le paure si raddoppieranno. È normale? Grazie, saluti

Lettera non firmata

Gentile Signora, niente di più naturale al mondo di una mamma che si preoccupa per il benessere fisico e psicologico del proprio bambino. Se la preoccupazione però si trasforma in angoscia, può anche trasformarsi in una prigione per i figli, con conseguenze sulla loro crescita. Ci sono mamme che, in ansia per quello che “potrebbe accadere”, preferiscono avere sempre sotto controllo la situazione, ma un tale comportamento può compromette il sano sviluppo del bambino trasmettendogli un’eccessiva paura nei confronti del mondo esterno. Infatti è sempre bene tenere a mente che i bambini conoscono il mondo attraverso le figure di riferimento, in particolar modo proprio attraverso la mamma, che diventa l’emittente da cui ricevono segnali emozionali ben precisi. Il rischio è che arrivi a convincersi di non essere in grado di affrontare le esperienze della vita come tutti gli altri bambini. È molto importante, allora, cercare di tenere sotto controllo la propria ansia. Per poter far questo, le consiglio di rivolgersi ad un esperto, che possa aiutarla a gestirla nel modo più opportuno. Cordiali Saluti.

Dott.ssa P. Catalano
Psicologa - Roma


Bimbo di 4 anni disubbidiente!

(11/04/2010 - 15.45)

Gentile dottore, ho da porLe un problema. Ho un nipote buono, sensibile, che fin dalla nascita molto iperattivo, disubbidiente e capriccioso che fin da piccolo e adesso che ha 4 anni continua a fare dispetti a mia figlia (4 anni anche lei e cugina). I genitori hanno iniziato a metterlo in castigo all'età di un anno (a riflettere in camera da solo), a sculacciarlo, ma niente. Adesso hanno l'atteggiamento più che riprenderlo non fanno e non sorvegliano il figlio quando è in compagnia soprattutto quando c'è mia figlia. Sottolineo che i dispetti sono calci, pugni leggeri, cose che la bambina piange e fanno male e lei non riesce a difendersi ma dopo l'accaduto evita il cugino. L'ultima ieri, a un matrimonio il bimbo ha dato un pugno alla pancia a mia figlia e dopo un po’ lui giocava con un altro bambino, l'ha vista, le è andata incontro, ha strappato la collana alla bimba facendole male al collo e segnandola di rosso e i genitori stavano a chiacchierare con altra gente non sorvegliando il figlio. Io ho sgridato il bimbo, non so cosa fare, mi può aiutare lei e perché ha questi atteggiamenti ed è giusto che i genitori si comportino così? Grazie.

Lettera non firmata

Carissima, solitamente il capriccio e/o l'aggressività è la modalità con cui i bambini comunicano qualcos'altro; è il difficile compito degli adulti comprendere e accogliere l'eventuale disagio sottostante. Potrebbe esser utile comprendere le diverse relazioni e il rapporto tra cugini. È bene sottolineare al bambino che non è cattivo, ma lo è il suo comportamento e, come tale, può modificarsi, dando spiegazioni, valorizzando e lodando i suoi atteggiamenti positivi. Cari saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Gelosia per l'arrivo del terzo fratellino

(11/04/2010 - 09.39)

Gentilissima dottoressa, mi chiamo Marianna e le scrivo da Pompei. Ieri sono appena uscita dall'ospedale con il mio terzogenito, il primo ha 4 anni e mezzo e la seconda 2 e mezzo, il problema è proprio la piccolina che ha subito manifestato la sua gelosia, io con mio marito cerchiamo di coinvolgerla ma non è facile perché le attenzioni che le diamo sembrano non poterle bastare, devo anche dire che di base ha un bel caratterino e già da prima dell'arrivo del fratellino c'era da combattere un po', è testarda, la vuole sempre vinta ed è lamentosa. Ai suoi capricci non cediamo, ma mi sento un po' sconfitta prima di partire, che mi suggerisce? Devo seguire il mio istinto? E mi chiedo: passerà? Attendo una vostra risposta con ansia e vi ringrazio anticipatamente per la disponibilità.

Marianna

Gentile Mamma, la gelosia, se ben gestita, può essere superata aiutando i figli a compiere le rinunce che favoriscono il formarsi di una struttura affettiva più matura. È importante innanzitutto mettersi nei panni del figlio geloso, cercando di comprendere prima di ogni cosa i suoi sentimenti, senza che questo significhi dare legittimità a tutti i comportamenti che essi suggeriscono di attuare. I figli infatti hanno diritto a essere compresi, non a essere giustificati. E' importante non mostrarsi né sorpresi né impauriti da tali sentimenti (è il modo più efficace per spiegare loro la normalità della gelosia). Se il genitore riesce a mettersi nei panni del figlio, aggiunge dolcezza ai rimproveri necessari. Essere quindi più pazienti in ciò che è opportuno tollerare (entro i limiti ovviamente!). È inoltre necessario rassicurare il figlio geloso, ricordandogli dettagli della sua vita passata che gli confermino di essere stato a sua volta amato come il fratellino. Facendogli valutare positivamente i vantaggi dell’essere grande, rassicurandolo che non sta perdendo l’affetto dei genitori. Cari Saluti.

Dott.ssa P. Catalano
Psicologa - Roma


Mio figlio grida sempre, come posso aiutarlo?

(23/03/2010 - 21.33)

Salve, sono una mamma di due bimbi uno di 5anni e mezzo e l'altro di quasi 3. Ho dei seri problemi con il bimbo più piccolo, fino ai due anni è sempre stato un bambino tranquillo, ha sempre dormito da solo senza nessun problema e ancora adesso dorme nel suo letto da solo, ma da circa sei mesi gli è venuta una gelosia fortissima verso il fratello più grande. Sembra che qualsiasi cosa faccia gli da fastidio e poi sembra che provi un forte rancore verso di me. Io sono sempre stata a casa con loro, non lavoro e mi sono dedicata completamente ai miei figli. Ammetto che ho dovuto seguire un po’ di più il grande perché ne aveva più bisogno a livello psicomotorio e logopedico, premetto che adesso è tutto ok. Ma il piccolo appena si sveglia e mi vede mi dice che sono cattiva, di andare via, urla sempre, anche se io mi rivolgo a lui in maniera molto dolce all'inizio, poi alla fine finisce che anche io perdo la pazienza e inizio ad alzare la voce. Da un anno va al nido e li dicono che è un bambino dolcissimo. Non so come posso fare per cercare di aiutarlo, anche con suo padre non si comporta meglio, sembra che quasi odi stare con noi... Cosa posso fare per migliorare la situazione? Sta diventando veramente insopportabile la situazione... Ho pensato che potesse avere dei problemi, ma la pediatra dice che è solo gelosia... Grazie mille e scusate per lo sfogo..

Lettera non firmata

Cara Mamma, solitamente la gelosia è un disagio percepito dai primogeniti, poiché non riescono a dividere l'amore dei genitori con un’altra persona. Mi racconta che si è dovuta dedicare un po' di più al fratello grande, a causa di alcuni problemi adesso risolti. Sicuramente questo è stato il fattore che ha scatenato i comportamenti di gelosia. Io consiglio sempre di rassicurare il bambino che l'amore è rimasto invariato, raccontandogli episodi legati al periodo in cui lui era piccolo, cercando di stimolare ricordi, scene dove lui era il protagonista. Utile potrebbe essere mostrargli le sue foto, ridere insieme di alcune sue marachelle simpatiche. In questo modo potrebbe essere rivalutato e affermato il vostro amore e affetto per lui. Alcuni bambini poi possono attivare delle strategie per "stare al centro dell'attenzione". Per esempio si può avere la tendenza a farsi "piccoli", si diventa nervosi, inquieti, iperattivi, spesso possono soffrire di sintomi somatici, il più comune è il disturbo del sonno. È importante non reprimere troppo severamente le prime espressioni di gelosia. La gelosia è un sentimento naturale, spontaneo, non può essere categorizzato tra i comportamenti "sbagliati", è un sentimento fisiologico. L'intensità delle reazioni di gelosia hanno poi a che fare con il carattere del bambino, con la sua capacità di sopportare la frustrazione e anche con il tipo di rapporto che si crea con i genitori. - Eviti i rimproveri (per quanto sia possibile, e nei limiti) - Lasci che eventuali comportamenti aggressivi si manifestino - Provi mettendo in atto quelle "strategie" dei ricordi di cui le parlavo precedentemente. Concludendo, non mi allarmerei, e mi sento di confermare il parere della pediatra. È una situazione che si normalizzerà con il tempo.

Dott.ssa P. Catalano
Psicologa - Roma


Non riesco a mostrare completamente il mio corpo…

(20/03/2010 - 22.20)

Buonasera cari dottori.. mi rivolgo a voi perché non so con chi parlarne... avevo precedentemente domandato ad un ginecologo ma non mi ha saputo aiutare... ecco il problema: quando faccio l'amore con il mio ragazzo non riesco a mostrare completamente il mio corpo… provo una vergogna esagerata e non dovrebbe essere così, perché io e lui abbiamo una buona complicità intima. Si potrebbe parlare di blocco psicologico dovuto ad un qualche motivo inconscio? Come potrei risolvere il problema? Attendo sue risposte. Infinitamente grazie

Lettera non firmata

Carissima, rispondere al suo quesito avendo così pochi elementi non è certamente facile. Da ciò che lei mi dice prova un imbarazzo legato al mostrare il suo corpo. Posso ipotizzare che tale imbarazzo posso essere legato alla paura che il suo ragazzo possa notare qualche suo difetto fisico, se così fosse proverei a riconsiderare la sua affermazione riguardante la vostra buona complicità intima: laddove c'è una buona complicità, ma soprattutto una buona autostima di se, tale imbarazzo non si evidenzia o quanto meno è marginale. Il suo imbarazzo potrebbe essere anche legato alla educazione sessuale impartita da suoi genitori, se non addirittura a fattori culturali. È evidente che questi fattori possano essere tutti presenti ed essere la causa dell'imbarazzo. Spero di esserle stato di aiuto o quanto meno averle suggerito qualche spunto per riflettere.

Dott. M. Mariani
Psicologo - Roma


Cambiare spesso ambiente può essere destabilizzante per il mio bimbo?

(16/03/2010 - 14.07)

Gentili esperti, sono una donna di 31 anni, da tre mesi mamma di un bimbo meraviglioso fortemente cercato e voluto da me e mio marito. Fortunatamente tutto è andato sempre bene: ho avuto una gravidanza meravigliosa, un parto tranquillo e il bimbo, così come mi tranquillizza sempre il mio pediatra, gode di ottima salute. Per esigenze lavorative e personali, tuttavia, io e mio marito ci "muoviamo su più case": una volta dai miei, un'altra dai miei suoceri, un'altra ancora altrove..., di conseguenza il nostro piccolo cambia continuamente ambiente, culla, giochi, persone intorno a lui. Proprio in merito a ciò vorrei sapere se questo continuo "girare" può in un certo senso destabilizzarlo, anche perché da alcuni giorni ho notato che all'improvviso, e senza un motivo apparente, inizia a piangere oppure trema al minimo rumore: va chiarito, però, che il tutto si risolve in pochi minuti e subito torna tranquillo. Forse sono solo una mamma ansiosa (anche perché il piccolo dorme sereno, mangia ed è "socievole" con tutti) che vede problemi dove non ci sono, ma sono innamorata pazza di mio figlio e se una situazione può con il tempo creargli disagio voglio immediatamente correre ai ripari. Aspetto fiduciosa una Vostra risposta. Grazie

Lettera non firmata

Cara Mamma, in linea di massima, stabilità e routine aiutano i bambini. Afferma di cambiare spesso ambiente per esigenze lavorative e personali: potrebbe essere utile avere punti fermi in tali cambiamenti. Ad esempio nei ritmi e nelle cure, mostrando sensibilità e responsività ai bisogni del piccolo. Cari saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Il mio timore più grande è quello di non essere una buona madre!

(15/03/2010 - 18.57)

Carissima dottoressa, avrei bisogno di un suo prezioso consiglio. Da anni soffro di un disturbo ossessivo compulsivo legato a delle immagine intrusive nella mia mente che riguardano sulla sfera sessuale e religiosa. Ne ho sofferto tanto e ne soffro ancora. Cerco di essere forte e di combattere questo disturbo in me che non mi permette di vivere una vita normale come tutti gli altri. Ma delle volte per stupidi pensieri che si introducono nella mia mente cambiano la mia vita, rendendola un inferno a me e a quelli che inevitabilmente mi stanno accanto. Ora sto per diventare madre, "la mia prima gravidanza", il timore più grande è quello di non essere una buona madre. Da anni sono seguita da una psichiatra sotto cura di farmaci che ho sospeso nel momento in cui ho scoperto di essere incinta. La mia dottoressa mi suggerisce a tutti i costi di eseguire un parto cesareo, perché il forte dolore del parto naturale potrebbe portare di conseguenza in me uno scombussolamento nervoso. È possibile, visto che soffro di questo disturbo? Ringraziandola anticipatamente invio distinti saluti

Silvia

Cara Silvia, sicuramente la sua dottoressa le avrà dato questo consiglio in base alla conoscenza che ha di lei e delle caratteristiche specifiche del suo disturbo. Io non ho invece molti elementi sulla sua condizione per poterle dare un parere specifico relativamente alla modalità di parto. Posso però suggerirle un paio di cose. Innanzitutto ho capito qual è la preoccupazione della sua dottoressa, ma non ho capito pensa lei, Silvia, del parto. Pensa anche lei che il dolore del parto potrebbe essere "pericoloso" per la sua patologia? Lei ha paura del parto? Se lei volesse provare il parto naturale, perché non parla con la sua dottoressa della possibilità di partorire naturalmente ma con l'anestesia peridurale? Se la scelta che farà è quella del parto cesareo, si ricordi sempre che una buona madre è colei che crescerà con amore, calore, accoglienza il proprio figlio, lungo tutto il suo percorso di vita. Non colei che partorisce naturalmente anziché chirurgicamente. Se davvero la sua dottoressa ha valutato insieme a lei che il parto cesareo è la scelta migliore, credo sia il caso di seguire questa indicazione: è importante per lei proteggersi dal suo disturbo ossessivo e coltivare un terreno il più sereno possibile per l'arrivo del suo bambino. È da lì che la vostra strada insieme inizierà. Un cordiale saluto

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


La vita deve andare avanti, nonostante tutto...

(15/03/2010 - 16.55)

Salve, sto attraversando un momento molto difficile... Sono sposata da due anni e mezzo, so che la vita può essere difficile, ma non pensavo mai di trovarmi in una situazione così pesante da affrontare. Poco prima di sposarci hanno diagnosticato un tumore incurabile a mio suocero, che è morto un anno dopo... non abbiamo avuto nemmeno il tempo di riprenderci e abbiamo scoperto che era ammalata anche mia madre, 2 tumori seno e polmone, poco tempo dopo anche a mia suocera è stato diagnosticato un tumore al colon, purtroppo non è finita, mio padre ha avuto un problema al cuore, ha subito un primo intervento andato male, quindi poco dopo un secondo, ora è in ospedale da 1 mese e mezzo. Tutto questo è successo in poco più di 6 mesi... la mia vita sembra un’altalena ormai. Ho la sensazione di ricevere solo brutte notizie... sono giù, non credo di essere depressa, ma sono stanca di tutto questo e vorrei solo avere una vita più normale. Vorrei tanto avere un figlio, sento il bisogno di qualcosa che mi faccia capire che la vita va avanti, nonostante tutto... ma ho anche tanta paura di affrontare una gravidanza in una situazione del genere...

Lettera non firmata

Carissima, niente che io possa dire può lenire la sofferenza che lei sta vivendo. Una serie di eventi così tristi in un periodo così breve sembra quasi impossibile. Sarà una magra consolazione per lei sentirselo dire, ma questa serie negativa non potrà durare in eterno. Conosco bene la sensazione che lei sta vivendo: la paura di essere in un gorgo che ti porta giù, e la paura di non riuscire a venirne fuori. Lei dice di essere in cerca di qualcosa che le faccia capire che la vita va avanti comunque e che il desiderio di fare un bambino cozza contro la paura di non riuscire a portare avanti una gravidanza in questo stato. Mi sento di dirle che comprendo la sua paura. Se posso darle un consiglio è quello di prendersi un po' di tempo per assorbire il dolore della perdita e metabolizzare la nuova situazione che ora ha di fronte. Questo bambino sembra essere il simbolo tangibile della possibilità di poter avere un futuro felice, tamponando il dolore ed il lutto che sta attraversando. Purtroppo questa soluzione potrebbe deluderla, e privarla della gioia di poter dedicare al suo bambino tutto l'affetto che vuole, perché impegnata a fronteggiare una situazione emotiva molto impegnativa. Il fatto che lei si ponga il problema se sia giusto concepire una creatura in questo momento mi lascia intendere che sua posizione sia molto consapevole. Ribadisco: si dia il tempo e la possibilità di uscirne, e se ha bisogno non tema di richiedere un supporto emotivo a suo marito o un aiuto esterno, solo così potrà in futuro avere il bambino che desidera e vivere la sua maternità con l'intensità e la serenità che merita.

Dott. M. Mariani
Psicologo - Roma


Da quando ho avuto mio figlio mi sento triste e sola

(11/03/2010 - 01.26)

Da quando ho avuto mio figlio, 6 mesi fa, mi sento triste e sola. Mio marito è carino, ma io sono preoccupata. Cosa posso fare?

Lettera non firmata

Gentile Signora, i primi mesi di vita di un bambino sono bellissimi (e questo lo si dice sempre) ma sono anche a volte difficilissimi per la madre (e questo non si dice quasi mai). Quello che le succede è più comune di quanto pensi. Non mi fornisce molti dettagli per capire meglio la sua situazione, ma immagino che non abbia molti aiuti in casa con suo figlio, né forse molti momenti per "staccare" dal suo ruolo di madre a tempo pieno e rigenerarsi qualche ora riappropriandosi di sè stessa e del proprio tempo e corpo. Qualunque sia la causa del suo malessere, il mio consiglio è quello che rivolgersi il prima possibile al reparto ostetrico dove ha partorito, o al suo consultorio di riferimento, per parlare con un'ostetrica, professionista esperta non solo nel far nascere i bambini ma anche (e forse soprattutto) per sostenere le madri nei primi mesi. Le consiglio inoltre un colloquio con una psicologa (del consultorio, del centro ostetrico dell'ospedale, o anche privatamente, veda lei cosa le offre il territorio), per valutare se c'è una depressione post partum. Da quel poco che mi racconta, infatti, ho il sospetto che la sua sofferenza sia riconducibile a questo. Non si spaventi, di depressione post partum si guarisce, ma chieda aiuto. Non è giusto che lei debba vivere con tanta fatica e sofferenza i primi mesi di suo figlio. Si faccia sostenere per ritrovare quella serenità a cui ha diritto. Mi faccia sapere come va. Un cordiale saluto

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Mamma single

(13/02/2010 - 18.26)

Buongiorno, a luglio compirò 40 anni e ad agosto nascerà il mio primo bimbo. Sono strafelice, perché è ciò che desidero da una vita, e a cui ho dovuto sempre rinunciare per assecondare la volontà prima di mio marito e poi del mio compagno, con i quali le relazioni si sono comunque chiuse per altri motivi. Mi sono sottoposta a fecondazione con seme di donatore, ovviamente al'estero, e al primo tentativo (quasi non ci credo ancora!) è avvenuto il concepimento. Ovviamente ho una rete familiare forte che, seppur non conoscendo tutto l'iter, sapevo avrebbe accettato e sostenuto la mia nuova realtà di mamma single. E infatti siamo tutti in trepida attesa. Ora però chiedo: quando si presenterà la necessità di spiegare l'assenza del papà al mio bambino, sarà necessario affidarmi all'aiuto di uno psicologo? E quale potrebbe essere, ovviamente molto indicativamente, in quanto ogni bimbo è unico ed irripetibile, il periodo in cui si presenterà questo problema? Grazie infinite

Moonlight

Carissima, se sarà o meno necessario rivolgersi ad uno psicologo potrà valutarlo nel momento in cui si presenterà l'occasione, indicativamente nel momento in cui inizierà il confronto con gli altri. Ora si goda la gravidanza e tenga presente che la verità con parole semplici e chiare è solitamente il modo migliore per dar spiegazioni ai bambini, e la verità è che lei lo desiderava da una vita. Auguri.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Sposarsi per il bene del bimbo?

(09/01/2010 - 12.46)

Gentile dottore, sono una "primipara attempata" in dolce attesa. Prima di sospendere ogni forma di precauzione anticoncezionale ne ho discusso con il padre del nascituro ed entrambi eravamo d'accordo nel lasciare che le cose andassero come dovevano andare dato che entrambi sentivamo, in caso di ulteriore attesa, il rischio di perdere l'opportunità di viversi una esperienza di maternità/paternità. Ma se è vero che abbiamo scelto consapevolmente di avere un figlio, non abbiamo mai neanche pensato di sposarci. Fosse per me e lui, potremmo continuare a vivere insieme senza sentire il bisogno di "formalizzare" il legame di fatto. Ora però comincio a preoccuparmi per l'eventuale disagio psicologico che potrebbe vivere il mio bimbo nel sentirsi in qualche modo "diverso" a causa nostra. Idem per il discorso battesimo. Pur avendo avuto una formazione religiosa cattolica non pratico e non sento il desiderio di praticare i riti religiosi. Con mio padre ci sono stati problemi in passato e in questo momento i nostri rapporti non solo non sono buoni ma neanche gli parlo. Mia madre non c'è più. La madre del mio compagno ci tiene al battesimo. Anche l'altro nonno, quello paterno, è venuto a mancare. Che fare? Dare priorità ai desideri "formativi religiosi" dell'unica nonna che il mio bimbo conoscerà? Sposarci e battezzarlo solo per farlo sentire normale in una famiglia che si è dovuta normalizzare per lui? E' sufficiente come ragione per il grande passo? E in caso affermativo perché io non sento il desiderio di sposarmi e neanche di battezzarlo? Ciò, voglio dire ... il perché io lo so... sto bene così e ogni altra cosa in più fatta mi sembrerebbe una pagliacciata non voluta e non sentita. Per amore di un bimbo desideratissimo e in arrivo è bene improvvisarsi anche un po' pagliacci all'occorrenza? Grazie anticipatamente per l'eventuale risposta.

Lettera non firmata

Il regalo più prezioso, e l'esempio educativo più importante, che lei e il suo compagno potete dare a vostro figlio fin d'ora è l'onestà, l'essere ciò che siete senza fare cose che non sentite necessarie o celebrare riti in cui sentite di non credere, che non vi appartengono. Sono profondamente convinta che la trasparenza, la correttezza, il rispetto di se stessi e delle proprie credenze, il contatto con i propri bisogni intimi invece che con le necessità di "apparire" socialmente corretti siano un esempio di vita insostituibile per un bambino. Crescere in una famiglia dove non si critichino continuamente le scelte altrui, ma si rivendichi il diritto di ognuno ad essere "diverso", a scegliere solo le cose che ognuno sente importanti per sé, questo credo che sia davvero importante. Non sottovaluti poi il fatto che la realtà delle coppie non sposate che hanno figli è molto più vasta di quello che crede. Per quanto riguarda il battesimo, credo che lei sia "incastrata" tra il piacere di accondiscendere le aspettative degli altri ("Ma come! Non lo battezzi??") e il bisogno di affermare il suo diritto di scelta, per il bene di suo figlio, per la coerenza con i suoi pensieri e le sue convinzioni in fatto di religione. Mi troverà sempre e incondizionatamente strenua sostenitrice di questa seconda istanza. Infine, per quanto riguarda la nonna: lei può scegliere di non battezzare suo figlio, dopodiché sua suocera potrà offrire a suo figlio, quando sarà più grande e in grado di comprendere, un insegnamento religioso, in modo che suo figlio cresca nella consapevolezza che esistono persone diverse, che fanno scelte diverse, che hanno bisogni e pensieri diversi. E nella diversità crescerà comprendendo invece di averne paura, e potrà scegliere se quell'insegnamento religioso che la nonna gli propone ha per lui valore e senso, oppure no. Un cordiale saluto

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Al solo pensiero di avere figli sto male!

(27/12/2009 - 15.38)

Buongiorno, chi scrive è una ragazza di 26anni. Io ho sempre, fin da piccola, avuto un vero e proprio terrore della gravidanza. Ricordo le mie amichette di 7 anni che dicevano che avrebbero avuto tanti figli e poi sceglievano i nomi. Io già all'epoca al solo pensiero di avere figli stavo male. Crescendo questo problema è peggiorato, fino ad arrivare ad una vera fobia. Io infatti preferisco essere single per "evitare" la possibilità di rimanere incinta per sbaglio. Non mi fido dei metodi contraccettivi, perché nessuno è sicuro al 100%. E io odio vivere nell'ansia. Quando vedo bambini, neonati o donne incinte sto malissimo, mi viene un senso di nausea e crampi allo stomaco, un vero disgusto. Certe volte penso che se rimanessi incinta mi butterei dalla finestra! Il pensiero di essere incinta di una cosa viva che si muove nelle mie viscere mi fa impressione... non capisco perché le donne sterili siano depresse, io sarei felicissima di sapere di non poter avere figli! Vorrei sapere perché!? Io mi reputo una ragazza sana, normale. Amo molto lo sport, anche pericoloso, sono molto atletica, competitiva, e un pochino aggressiva. Per nulla dolce o materna. Sono un tipo deciso, sicuro di sè, amo comandare. Forse questo influisce sul mio comportamento? Potrò mai guarire da questa fobia totale della maternità secondo voi?

Lettera non firmata

Salve, purtroppo non sono in grado di darle risposte definitive via lettera, ma qualche suggerimento sì. La fobia che racconta è qualcosa di molto complesso e profondo, che non può essere spiegato né tantomeno risolto in poche righe. Mi vengono in mente vari aspetti che potrebbero (dico potrebbero) essere coinvolti nella costruzione di questo terrore della gravidanza, prima ancora che della maternità. Il rapporto con il suo corpo e con la sua femminilità, che potrebbero dare delle indicazioni sul suo immaginarsi così innaturale e invadente, quasi ripugnante, la presenza di un bambino che cresce nel suo ventre. I racconti dell'esperienza di gravidanza e di parto di sua madre, forse molto dolorosa e per nulla serena, che potrebbero aver influito sulla costruzione delle sue fantasie così terrifiche della gestazione. Insomma, la sua fobia potrebbe nascere da tante cose, ma non può essere questo il luogo per capire quali e perché. Io non credo che il problema sia tanto la paura, il rifiuto totale dell'esperienza della maternità. Non sta scritto da nessuna parte che una donna deve diventare per forza madre. Il problema è, se leggo bene tra le righe della sua lettera, che l'identificazione tra atto sessuale e gravidanza è talmente forte che per essere sicura di non restare incinta lei non ha una vita sessuale. Il mio consiglio è di intraprendere un percorso di psicoterapia. E badi bene, non perché penso che ci sia per forza qualcosa che non va, ma perché credo che lei abbia tutto il diritto di viversi la sua sessualità con la serenità che merita questa esperienza meravigliosa, e perché credo che possa essere per lei importante capire da dove venga questa fobia e che cosa dice di lei, della sua esperienza di figlia, del suo viversi la sua femminilità, del suo viversi il rapporto con l'altro sesso, del suo rapporto con il corpo. Per ritrovare, se vuole, una serenità maggiore nel convivere con gli aspetti più naturali della sua fisicità. In modo che lei possa scegliere di non avere figli, se questo è quello che vuole, ma che possa gioire di un rapporto di coppia, senza identificarlo con la sua fobia, senza far corrispondere la sessualità con la riproduzione. Questo credo proprio che sia fondamentale. E solo un percorso di psicoterapia credo possa darle questa opportunità. Un saluto

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Questa rabbia di stare da sola mi tiene ancora schiava di lui!

(18/12/2009 - 14.10)

Salve, ho 46 anni, un figlio di 18. Mi sono separata lo scorso maggio, non per mia volontà, ma per instabilità affettiva da parte di mio marito. Mi aveva tradito nel 96, ma dopo un mese era tornato rinsavito. L'ho perdonato con fatica e tutto è continuato fino a quando non ha avuto un'altra sbandata ed io l'ho cacciato, è stato un anno e mezzo a convivere con quella donna, dopo tra pianti e richieste di perdono, lexodan perché era stressato, si è rifatto perdonare, ma nel 2006 ho riscoperto un'altra ed allora ho detto BASTA perché ho capito... ho chiesto la separazione ed ora lui vive da solo, ma sta ancora con quella donna. Io non lo odio, ma siccome non sono capace di trovarmi un compagno, non so perché, ma non trovo… eppure non sono da buttare, sono solare, elegante, ma sono a volte un po' arrabbiata anche con me stessa perché sono troppo perbene e arrabbiata con lui perché gli attribuisco la colpa della mia situazione di stare senza l'amore. Come posso uscire da questa prigionia interiore? Capisco che devo lavorare su di me, ma è difficile perché anche se non lo amo più e non tornerei più indietro, questa rabbia di stare da sola mi tiene ancora schiava di lui. Attendo e la saluto

Lettera non firmata

Carissima, dalla sue parole traspare tutta delusione e la rabbia per aver concesso più chances ad uomo che puntualmente l'ha delusa. Avendo giustamente deciso di separarsi vista l'inaffidabilità dimostrata da suo marito si è accorta che c'è qualcosa che la blocca nel rapporto con l'altro sesso. Lei dice di essere arrabbiata con lui perché lo considera la causa della sua infelicità visto il fatto che non riesce a legare con nessuno. Non mi è chiaro invece cosa lei intende con "sono un po' arrabbiata con me stessa perché sono troppo per bene". Mi scuserà se l'interpretazione che mi accingo a fare possa essere errata: se lei si riferisce alla sfera sessuale sottintendendo che non riesce ad abbandonarsi in alcune circostanze, questo fatto potrebbe essere un buon punto di partenza per approfondire le sue problematiche. C'è comunque da sottolineare che dopo dieci anni di continui tradimenti la sua autostima deve averne risentito pesantemente sebbene credo che quest'ultima abbia avuto un ruolo significativo in tutta la questione. Credo di non sbagliare asserendo che quando si è traditi dal proprio partner si vivano emozioni e sentimenti contrastanti: da una parte rancore e rabbia malinconia dei momenti belli trascorsi insieme mancanza di lui che ti ha tradito, dall'altra la sottile sensazione di sentirsi colpevole in qualche modo e quindi autoaccusarsi per il gesto altrui chiedendosi perché mi ha tradito? Dove ho sbagliato? Cosa ha lei più di me? Cosa c'è che non va in me? Dopo altre vicende simili sempre con il suo lui sebbene vi siate separati lei si pone ancora alcune di queste domande. Mi chiedo se abbia perdonato suo marito, oltre che per l'amore che vi legava, anche per il pensiero soffocante che le suggeriva che separandovi lei sarebbe rimasta sola o che comunque non avrebbe trovato nulla di meglio? E questo sebbene lei si senta tutt'altro che da buttare, ma solare ed elegante. In sostanza è vero che tutta questa vicenda abbia innegabilmente intaccato la sua autostima, ma siamo sicuri che questa non fosse già compromessa prima? Che forse sia proprio quest'ultima che non le consente di relazionarsi o abbandonarsi ai sentimenti e nella sessualità e che le suggerisce, anziché concedersi tempo per trovarlo questo amore, di ritornare indietro sui suoi passi? Il cerchio si chiude.. credo che come lei suggeriva dovrebbe lavorare su se stessa; quelli che le ho indicato sono aspetti collegati alla autostima e credo che andrebbero tutti analizzati in un percorso psicoterapeutico che io le suggerisco caldamente di intraprendere. Rimango a sua disposizione.

Dott. M. Mariani
Psicologo - Roma


Riconoscere e combattere la depressione post partum

(07/12/2009 - 19.47)

Gentile Dott.ssa Massoli, Ho avuto la fortuna di leggere il suo intervento sulla depressione post partum in gravidanza ("Una madre davvero autentica "), e mi sono decisa a scriverle perché sono molto impaurita dalla possibilità di affrontare una brutta depressione con la nascita di questa bambina (ho già un figlio di quasi 4 anni, Francesco), dal momento che gli ultimi due mesi di questa gravidanza sono stati caratterizzati da un periodo di grave crisi, per me, culminati col pensiero di aver fatto un errore a progettare un altro figlio vista la mia debolezza emotiva e le mie insicurezze. Mi marito ha infatti passato un momento di grandissimo impegno lavorativo (che si somma al suo lavoro di per sé già duro, dal momento che lo porta all'estero per numerosi giorni al mese), e mia madre non ha potuto starmi vicina a causa della malattia invalidante di mia nonna. Ho cercato di reagire, iniziando una psicoterapia e contattando una baby-sitter per avere un aiuto con il bimbo più grande quando nascerà la sorellina (il tempo mi scade fra due giorni), ma ho ugualmente paura di non riuscire a sostenere il peso delle cose, e di crollare ulteriormente dopo il parto. Le sarei estremamente grata se volesse darmi un buon suggerimento per affrontare a meglio il post gravidanza, e per riuscire anche a godere un po’ di questo lieto evento, che non può soltanto rappresentare ai miei occhi una prova di stress che non riesco a superare. Ringraziandola anticipatamente per l'attenzione che vorrà dedicarmi, un caro saluto

Chiara - Firenze

Salve Chiara, mi sembra che le iniziative che già ha preso per alleviare la fatica e lo stress siano un ottimo inizio. Rivolgersi ad una baby-sitter fidata che le permetta di avere aiuto pratico e maggior tempo per fare le cose è un'ottima idea. Un percorso di psicoterapia per affrontare il suo stato di ansia e di preoccupazione sarà un aiuto prezioso, nonché un'esperienza personale importantissima, che potrà darle il sostegno necessario in un momento così delicato della sua vita. Quello che mi sento di dirle, pensandola già sostenuta nel modo migliore dal collega che la sta accompagnando nel percorso di psicoterapia, è di fermarsi a rileggere le parole che lei stessa si è detta, ed ha scritto nella sua lettera: "riuscire anche a godere un po' di questo lieto evento, che non può soltanto rappresentare ai miei occhi una prova di stress che non riesco a superare". Credo che il punto sia proprio questo. I figli sono e rappresentano, anche, un grosso sconvolgimento dell'organizzazione quotidiana, della vita dei genitori e delle relazioni già esistenti. E affrontare questo stravolgimento richiede energia, senso di organizzazione, pazienza, tempo. A questo si può ovviare chiedendo un aiuto pratico, come ha fatto lei assumendo una baby-sitter. Ma un figlio è innanzitutto un'esperienza emotiva profonda, la più significativa, permeante, rivoluzionaria per una donna. Si ritagli uno spazio, in questi pochi giorni che la separano dall'incontro con questa sua bambina, per entrare in contatto con le emozioni che l'idea di abbracciare, toccare, coccolare questa piccola bimba le suscita. Accantoni solo per un attimo la preoccupazione per lo stress che l'ambiente che la circonda le invia così insistentemente, "faccia nido" dentro di lei, lasci per un attimo indietro, come un rumore di fondo, la voce della quotidianità, delle cose da fare, dei problemi di lavoro di suo marito, dell'apprensione per i problemi di salute di sua nonna, e si concentri su quello che sta vivendo, guardi la sua pancia e ascolti la potenza dell'esperienza che sta per fare. Diventare una seconda volta madre, attraversare quel fiume di emozioni, commozione, tenerezza, dolcezza, Amore che la nascita di un bambino porta con sé. Se riuscirà per un attimo a lasciare da parte il piano del razionale e a ricontattare il piano dell'emozionale, riuscirà a ritrovare il senso di questa nascita, che non può e non deve essere una prova d'esame per la tenuta dei suoi nervi, ma l'esperienza magica e potente del dare la vita e del ritrovare il senso della propria vita nella bambina che partorirà. Se poi nelle settimane successive al parto sentirà che lo stress e la fatica saranno intollerabili, che il prendersi cura di questa bambina le costerà una fatica emotiva troppo pesante per lei in questo momento di fragilità, avrà già uno psicoterapeuta a cui rivolgersi per chiedere sostegno e aiuto. La depressione post partum esiste, ma come tutte le malattie è curabile e guaribile. Non si senta spaventata in anticipo, cerchi di ritrovare dentro di sé la serenità necessaria per accogliere questa sua bimba, se poi si sentirà in difficoltà non potrà fare altro che accettare di essere una donna come tutte le altre, con i suoi punti di forza ed i suoi punti di debolezza, chiederà aiuto e troverà la strada giusta per riconquistare la serenità e la forza che la sua famiglia le richiede. In bocca al lupo

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


      

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