Brevi Notizie - GravidanzaOnLine.it

 

   

Lo psicologo risponde   

    

Dentro e fuori di te

     

 

 a cura

della Dott.ssa Elisa Frigerio

della Dott.ssa Paola Catalano

della Dott.ssa Annalisa De Filippo

del Dott. Massimo Mariani

e della Dott.ssa Nora Massoli

della Dott.ssa Giuliana Proietti

della Dott.ssa Annalisa Scanu

della Dott.ssa Valentina Scoppio

       

Clicca qui per inviare la tua domanda

       

Cerca nell'archivio:

  


  

Preparasi a diventare mamma e papà e restare nel contempo una coppia unita e innamorata sembra una cosa scontata, ma non lo è affatto, considerando tutti gli stress e le difficoltà che investono la coppia quando la famiglia si prepara a crescere.
Diventare genitore è senz’altro la cosa più importante nella vita di una donna, ma oggi, sempre di più, lo sta diventando anche per i papà: entrambi i partners vogliono vivere questa eccitante esperienza fino in fondo, essere informati e consapevoli di quanto sta loro accadendo. Creare una nuova vita del resto, aspettarla ed osservarla crescere, è un’avventura davvero entusiasmante, anche se comporta inevitabili ansie, paure, incertezze e tensioni. Molto spesso la vita matrimoniale esce da questa esperienza piuttosto provata, se non compromessa.

Parlarne, confrontarsi, aiutarsi reciprocamente è quanto ci si propone in questa rubrica, che avrà lo stile di un forum aperto ai lettori, dove chi scrive non chiede necessariamente delle risposte, ma porta la sua esperienza e la condivide con le altre e gli altri genitori, presenti e futuri.
 

Disclaimer

    


 

Educazione sentimentale

(22.01.2012 - 19:31)

Sono la mamma di una bellissima bimba di 6 anni. Chiedo la vostra consulenza perché mia figlia, che ha un'intelligenza ed uno sviluppo normale, ha un forte interesse per i compagni dell'altro sesso: in qualsiasi contesto si trovi cerca sempre il bambino di cui innamorarsi, per corteggiarlo fino alla persecuzione pur di averlo come fidanzato (cosa che non riesce mai ad ottenere perché i bambini scappano a gambe levate dalle sue morbosità!). Naturalmente queste situazioni le procurano anche piccole pene d'amore che io cerco sempre di lenire come posso cercando anche di sminuirne l'importanza. Temo anche che questo suo modo di vivere i rapporti con i coetanei la distragga dall'amicizia con le altre bambine e le impedisca di costruire relazioni davvero significative. Mi piacerebbe iniziare un percorso di educazione sentimentale con la bambina, ma non so da dove partire. Potreste darmi qualche consiglio? Vi ringrazio anticipatamente.

P.

Salve, potrebbe iniziare con un libro adatto alla sua età sul tema dell'educazione all'affettività da leggere insieme. È bene starle accanto senza sminuire troppo, perché il rischio è che non si senta compresa. Saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Ritardo psicosomatico del ciclo mestruale

(20.01.2012 - 16:30)

Buonasera, premetto che sono una donna di 33 anni, che il mio ciclo mestruale è sempre stato estremamente regolare e che non mi sono state diagnosticate patologie, nemmeno minime. Sono seriamente convinta di essere perfettamente in grado di concepire un figlio. Il mese scorso sono stata dal ginecologo, al mio 14esimo giorno dopo il ciclo e mi ha detto che stavo ovulando, quindi mi aspettavo che le mestruazioni arrivassero regolarmente al 28esimo giorno. Questo non è accaduto, quindi al 33esimo giorno ho fatto un test di gravidanza, ma è risultato negativo. Al 37esimo l'ho ripetuto e nuovamente l'esito è stato negativo (con mio notevole stupore e delusione). Dal momento che l'ovulazione è avvenuta nei giorni "preventivati", mi chiedo come sia possibile che il mio desiderio di maternità riesca a inibire il regolare arrivo del ciclo mestruale. Lo capirei se non avessi ovulato, se ci fosse stata una ritardata ovulazione, ma l'ovulazione è avvenuta nei giorni corretti!!! Quello che non mi spiego è come mai dopo il secondo test negativo, davanti alle evidenze, il mio inconscio non abbia assimilato la dura realtà facendo finire questa sorta di gravidanza isterica. Il mio me "presente" grida al mio me "inconscio" di finirla con queste pagliacciate. Come posso "aiutarmi" per evitare continui ritardi del ciclo auto-indotti e tornare regolare come un tempo? È già la terza volta che questo accade, prima un ritardo di 2 giorni, poi di 5, adesso di 10... la mia "patologia" sta evidentemente peggiorando! Già la paura di non riuscire a concepire c'è (il mio lui è più grande di me e temiamo non sia molto fertile -ma andrà dallo specialista per avere delle risposte e tranquillizzarmi-), se poi comincio a vedere che non "funziono" più bene, potrei entrare in un loop di agitazione e ansia che non si esaurisce. Ringrazio in anticipo per l'aiuto

Lettera non firmata

Cara signora, in effetti mi pare che il problema principale in questa situazione sia l’ansia. Un ritardo nel ciclo può essere dovuto a tanti fattori, compresa l’ansia ma non solo. Ma ho la sensazione che lei abbia deciso di volere un figlio e di avere anche deciso che non ci riuscirà, entrando in una spirale di ansia e angoscia che se non le blocca la capacità di concepire certo non le rende la vita serena né la ricerca di un figlio leggera. Due consigli: una chiacchierata chiarificatrice con il suo ginecologo, se già non lo ha fatto, per capire come mai ha questi ritardi del ciclo (magari c’è una spiegazione molto più banale del ritardo psicosomatico, insomma la inviterei a smorzare l’idea di onnipotenza su se stessa che la fa sentire in colpa e la fa entrare in quel loop che lei diceva), e dall’altra, se la situazione continua, una chiacchierata a quattr’occhi con una psicologa per capire da dove arriva questa ansia e come può incanalarla in maniera meno distruttiva per sè stessa e per i suoi progetti di maternità. Un cordiale saluto

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Lui non la vuole più...

(18.01.2012 - 16:02)

Sono alla 24 settimana di gravidanza, ieri il mio compagno è tornato a casa piangendo, dicendomi che non ce la fa, che non ha mai accettato la gravidanza e che non prova assolutamente nulla per questa bimba che sta per arrivare, che ascoltare il suo cuore o guardare le foto delle eco non ha suscitato in lui alcuna emozione, dice di amarmi ma che da quando sono incinta non riesce più ad essere felice insieme a me. Premetto che questa gravidanza è stata fortemente voluta da me, lui mi diceva che non era il momento giusto per via del lavoro lontano da casa, ma io sapevo che gli ostacoli che lui vedeva potevano sparire nel giro di pochi mesi o non sparire mai per cui mi sono convinta che se aspettavamo il momento ideale questo poteva non arrivare mai, e alla fine mi ha detto di sì, dopo tre mesi che ci provavamo lui mi ha detto che proprio non se la sentiva e che voleva aspettare e allora anch'io gli ho detto che andava bene e che avremmo aspettato ancora, ma il ciclo non è arrivato e io ero incinta, mi ha sempre detto che ne era cmq felice... fino ad ieri... finalmente mi ha aperto il suo cuore e mi ha rivelato tutte le sue emozioni o meglio le sue non emozioni... L'ho lasciato libero, gli ho detto che era libero di andare, che se proprio non la voleva poteva andar via e l'avrei cresciuta da sola, abbiamo parlato per ore, alla fine mi ha detto che aveva paura di fare la più grossa fesseria della sua vita, a quel punto gli ho detto che forse era meglio aspettare, che se doveva decidere di lasciarci doveva farlo senza dubbi per non pentirsi in futuro della sua decisione, mi ha ringraziata dicendomi che un'altra al posto mio l'avrebbe mandato a quel paese mentre io l'ho ascoltato e gli sono stata vicina, abbiamo passato il resto della giornata abbracciati a letto come non succedeva più da mesi, poi di sera mi ha chiesto di parlargli di lei, delle emozioni che provavo, e ci siamo addormentati così, parlando della nostra bimba... Adesso mi chiedo se ho fatto la cosa giusta dicendogli di aspettare, che forse avrei dovuto lasciarlo andare per dargli modo di riflettere da solo... ho paura che da un momento all'altro possa andar via lasciandomi sola... tra l'altro tra qualche giorno partirà per lavoro fuori dall'Italia e starà via parecchi mesi, forse riuscirà a tornare per il parto ma non è sicuro purtroppo, e io ho paura che la distanza possa annullare anche le mie ultime speranze di una famiglia unita e felice... Vorrei trovare il modo di aiutarlo a capire i suoi sentimenti verso nostra figlia, spero, in fondo al cuore, che nel momento in cui la terrà in braccio per la prima volta capirà di amarla, ma se decide di andar via dalla nostra vita adesso, non avrà la possibilità di conoscerla... come posso fare per far sì che lui le voglia bene? Non voglio perderlo e non voglio che la nostra bimba cresca senza un padre, ma non voglio nemmeno che resti accanto a noi solo per senso del dovere... Io credo che la sua sia solo paura, visto che non ha mai messo in discussione l'amore che proviamo l'una per l'altro ma solo il suo nei confronti di una bimba che deve ancora nascere... o magari è normale che i papà certe emozioni non riescano a sentirle durante la gravidanza, ma solo dopo? Lui dice che non l'accetta, può succedere? Cambierà? Come posso aiutarlo? Mi aiuti... grazie.

Lettera non firmata

Gentile signora, quando ho letto la sua lettera, il mio primo pensiero è stato: non si nasce genitori, ci si diventa... capisco le paure che il suo compagno vive in questo momento e capisco lei quando si sente assalita dai dubbi su cosa è meglio fare, per lei, per voi e per la vostra bambina. La nascita di un figlio scuote sicuramente la vita; la cosa importante che il suo compagno dovrebbe chiedersi è: voglio che la mia vita sia scossa da lei? Voglio fare questo viaggio accanto alla mia compagna? Sono domande difficili e serie, e credo che abbia fatto bene a dargli tempo, per riflettere e per chiarirsi, d'altro canto lei e sua figlia meritate una risposta onesta e sincera. Non si può obbligare nessuno a fare il padre, quello che può fare è cercare di aiutarlo a chiedersi se la sua è solo paura della responsabilità o se c'è dell'altro. Non si faccia sola in questo momento così delicato, chieda supporto e vicinanza alle persone a lei care. Cordiali saluti

Dott.ssa V. Scoppio
Psicologa - Roma


SOS per mio marito

(17.01.2012 - 12:17)

Salve, sono una ragazza di 26 anni e scrivo da parte di mio marito. Siamo sposati da 5 anni ed abbiamo un bambino di 5 anni ed una in arrivo. Da quando abbiamo saputo di avere un altro bambino mio marito è cambiato, premettendo che lui era entusiasta e mi invogliava a rimanere incinta, ma adesso sono molto preoccupata per la sua psicologia. È molto indeciso praticamente su tutto, anche la minima decisione più banale da prendere lui è indeciso (ad esempio la domenica "invernale" non sappiamo cosa fare, ed essendo che mio figlio non piace nè il circo nè il cinema, di solito decidiamo di andare alle giostre quando è possibile e alla fine della giornata lui si lamenta sempre perché evidentemente non è quello che avrebbe voluto fare, ma io sdrammatizzo la situazione e dico che l'importanza è stare insieme essendo che tutti i giorni è al lavoro "anche se non fisso"). Da qualche anno ha perso il lavoro presso una ditta delle pulizie in un teatro della nostra città, ed è spaventato se non riesce ad affrontare la vita economica. Da qualche settimana neanche riesce a dormire la sera, pur venendo molto tardi da lavoro (fattorino presso una pizzeria) la mattina si sveglia presto e durante il sonno notturno si sveglia molte volte. Ho provato da dargli qualche goccia di tranquillanti (serenase), i primi giorni fecero effetto, ma adesso non più anche perché il medico mi consigliò di darle solo in caso di bisogno. Spero in una vostra risposta al mio e suo problema, nel frattempo vi porgo distinti saluti.

Lettera non firmata

Salve, riconosce un malessere in suo marito ("indeciso" "spaventato se non riesce ad affrontare la vita economica" problemi nel sonno) che sarebbe opportuno comprendere. Dice "mio e suo problema": un primo passo potrebbe essere proprio quello di condividere le preoccupazioni di suo marito per affrontarle insieme; se il disagio persiste potreste valutare di rivolgervi ad un professionista. Saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Prima elementare o un altro anno di asilo??

(17.01.2012 - 11:16)

Salve, sono una mamma molto preoccupata, ma vorrei capirne di più... Ho un bambino di 5 anni che frequenta la scuola dell'infanzia, e premetto che sono in gravidanza della seconda. La sua maestra qualche giorno fa mi disse di non volerlo iscrivere in prima elementare perché non lo riteneva maturo. Premetto che la scuola che frequenta mio figlio è composta da classi miste, cioè composta da bambini di 3, 4 e 5 anni. Mi spiegò che mio figlio se gli viene assegnato un compito lo porta avanti, però dopo un po’ si stufa e si dirige in un altro lato della classe dove vi sono bambini più piccoli che giocano. Questo potrebbe essere un segno di immaturità di mio figlio o un segno di disorganizzazione della scuola??? La maestra per legge può non mandarlo in prima elementare? Stamane ribadì lo stesso concetto anche davanti alle altre mamme, ed io preoccupatissima spiegai le mie ragione dicendo che la colpa non era solo dei bambini ma soprattutto della scuola, ovviamente lei la prese come un rimprovero, ma io non so che fare e soprattutto non so cosa sia meglio per mio figlio. Il bambino è nato 08 novembre 2006, se lo lascio frequentare la scuola dell'infanzia per un altro anno andrà in prima all'età di 7 anni e soprattutto sarà in una classe con le stesse condizioni di oggi (cioè con bambini più piccoli della sua età). Per favore aspetto ansiosamente una vostra e-mail, su come posso agire (in base alle leggi) e cosa sarebbe meglio per la psicologo del bambino. Grazie

Lettera non firmata

Sono assolutamente d’accordo con la maestra di suo figlio relativamente al fatto di non mandare a scuola i bambini che sono nati a fine anno. Pochi mesi in meno possono costituire una grossa differenza tra bambino e bambino a livello di crescita, maturità, ovvero relativamente all’esser pronti o meno ad andare a scuola. Il passaggio dall’asilo alla scuola elementare è un passaggio molto grosso per i bambini, anche solo per il fatto di dover stare otto ore seduti ad un banco dopo essere stati abituati fino ad allora a giocare tutto il giorno. Se il bambino non è pronto, farà davvero tanta fatica ad adeguarsi alla scuola, e la frustrazione che vivrà non lo aiuterà a viversi bene il cambiamento e ad accettare con entusiasmo la scuola. Trovo inutile forzare i bambini a crescere prima del tempo. Dar loro un anno in più di asilo e permettere loro quindi di avvicinarsi alla scuola quando sono pronti e non prima, è un regalo che si fa loro, non gli si toglie nulla. Questo vale in senso generale. Ci sono poi bambini molto precoci, che nonostante siano nati a fine anno e quindi siano anagraficamente ancora “piccoli” rispetto ai compagni, sono però dotati di un’intelligenza ed una curiosità particolarmente brillanti e quindi sono pronti per la scuola, danno segni di annoiarsi all’asilo e di avere bisogno di stimoli nuovi, magari già sanno scrivere qualche lettera e scalpitano per imparare a leggere. In questi casi, che sono però la minoranza, penso che sia importante valutare se lasciare questi bambini all’asilo sia un regalo o più un dispetto, e mi confronterei con le maestre che, per il tipo di lavoro che fanno con i bambini, sono le persone più preparate per valutare se il bimbo è pronto o meno a stare a sedere, seguire per un tempo più lungo spiegazioni e compiti, etc. Se le maestre valutano che suo figlio non sia pronto io darei loro ascolto, a meno che lei non valuti suo figlio particolarmente avanti con lo sviluppo e particolarmente annoiato dal gioco e scalpitante di imparare, capace di stare a sedere e attento a spiegazioni e compiti più strutturati. Se le maestre le consigliano di aspettare, è per evitare a suo figlio una esperienza con la scuola improntata alla fatica (dovuta alle sue competenze non ancora mature abbastanza per le richieste della scuola) e alla frustrazione, non lo stanno bocciando, né stanno dando un giudizio negativo su di lui. Stanno semplicemente consigliando cosa è meglio per lui, basandosi sulla loro esperienza professionale e sulla loro conoscenza diretta di suo figlio. Spero riesca a riallacciare un rapporto di dialogo sereno e di collaborazione con le maestre per poter decidere con serenità insieme a loro cosa sia meglio per il suo bambino.

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Mia figlia di 18 mesi rifiuta il padre!

(12.01.2012 - 15:04)

Salve, ho una bambina di circa 19 mesi che è molto legata a me. Per motivi di lavoro siamo "costretti" a mandarla al nido per metà giornata e per l'altra metà se ne occupa mia sorella (io e il mio compagno torniamo a casa verso le 18,30). Lei va volentieri al nido e adora stare con mia sorella e i suoi figli, e questo, per me che lavoro, è fondamentale. Il problema è con il padre: non vuole essere toccata dal padre (bacio, presa in braccio, abbraccio, quando si sveglia al mattino o se capita che si sveglia di notte) per nessun motivo!!! Quando andiamo a prenderla dopo il lavoro, guai se si avvicina il padre, iniziano schiaffi e urla; se al mattino quando si sveglia il padre si avvicina per salutarla o semplicemente per darle una carezza, iniziano schiaffi e urla. Tutto questo è accentuato innanzitutto quando ci sono io e anche se capita di stare con altri parenti o amici: LEI RIFIUTA CATEGORICAMENTE LA PRESENZA DEL PADRE!!! Se vengono degli amici a trovarci (in particolare uno) mia figlia preferisce stare con lui, magari anche la sua vicinanza mentre le cambiamo il pannolino e una volta si è addormentata anche con lui, invece di aver vicino il padre. Ovviamente dopo le prime fasi di questo "disastro" familiare, lei gioca con il padre, anzi devo che si diverte anche tanto quando gioca con lui, però deve passare un po’ di tempo prima!!! Io sono disperata perché vedo che il mio compagno ne soffre molto, io cerco di sdrammatizzare, ma so che per lui è molto triste soprattutto quando lei va in braccio con tutti (anche con persone che ha visto solo una volta) e con lui no. Stiamo cercando di dividerci un po’ i compiti (tipo che lui l'accompagna sempre all'asilo) ma non vedo grossi risultati!!! Io cerco di mettermi da parte per lasciarli anche un po’ soli (mi sono ricreati 2 giorni alla settimana in cui la sera vado in palestra) in modo che il mio compagno possa dedicarsi completamente solo a lei (cena, bagnetto, nanna) ma non è che la situazione sia molto migliora!!! Come devo comportarmi??? È una fase che passerà?? Vi prego rispondetemi.

Mamma disperata!!!

Cara mamma, comprendere come mai vostra figlia ha questo atteggiamento nei confronti del padre (da quando? C'è stato qualche episodio particolare? Stile educativo...) potrebbe essere un primo passo. Visto che "è accentuato innanzitutto quando ci sono io" potreste cercare di condividere, tutti e tre insieme, momenti piacevoli che possano rassicurare la bambina. Saluti

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Bambino maltrattato a scuola

(11.01.2012 - 08:45)

Salve, sono una mamma di un bambino di 6 anni molto preoccupata... mio figlio è sempre stato molto chiacchierone e vivace e per questo problema all'asilo veniva punito e messo in castigo "nella casa del conte dracula" ed in più la maestra lo prendeva a sculaccioni... spesso si sono verificati episodi spiacevoli... una volta il bambino è stato lasciato da solo in classe mentre le insegnanti e gli altri compagni erano in mensa... ora mio figlio è entrato in prima elementare e si rifiuta di parlare con le maestre, assumendo anche comportamenti un po' strani... si isola... va sotto il banco e mette la lingua fra i denti... le maestre mi hanno detto che questi atteggiamenti non vanno bene e che secondo loro il bambino ha problemi... io so che non ne ha... perché quando esce da scuola il bambino è tranquillissimo, parla, gioca normalmente e non ha nessun tipo di atteggiamento strano... cosa posso fare??? Grazie...

Lettera non firmata

Cara mamma, comprendo la sua preoccupazione, suo figlio probabilmente sta vivendo il tempo che passa a scuola con disagio, si isola, si mette sotto il banco... a modo suo si sta proteggendo da un ambiente che forse percepisce come "minaccioso". Fuori dalla scuola infatti si mostra tranquillo e sereno. Il mio consiglio è quello di trovare momenti di tranquillità in cui poter parlare con suo figlio, chiedendogli di raccontarle quello che fa a scuola, di come si sente, se qualcosa lo preoccupa, di come vive il tempo in classe. Suo figlio ha bisogno di sperimentare accoglienza e supporto soprattutto in famiglia, questo clima positivo potrebbe aiutarlo ad aprirsi e a dirvi cosa lo preoccupa o lo spaventa. A quel punto potrà parlare con le sue maestre per trovare un modo di aiutare il bambino ad integrarsi positivamente nella classe e a vivere quei momenti con serenità e spensieratezza. La saluto cordialmente

Dott.ssa V. Scoppio
Psicologa - Roma


Bambina con paure

(09.01.2012 - 17:07)

Buongiorno, mia figlia di 7 anni da un paio d'anni ha una vera e propria fobia per gli spazi ristretti come i bagni pubblici o gli ascensori. Prende l'ascensore solo se obbligata e per tutto il tempo trattiene il respiro. Va in bagno, anche in casa, rigorosamente con la porta socchiusa... meglio se ci sono io a fare da barriera tra la porta e lo stipite. Ha la paura che la porta si possa chiudere da sola intrappolandola. Fino a circa 4 anni era una bambina molto autonoma che dormiva da sola nel suo lettino e non aveva paure.... poi un giorno mentre eravamo al mare è andata da sola nel bagno degli stabilimenti balneari mentre io cambiavo la sorellina in cabina e al momento di uscire ha avuto una titubanza di pochi secondi per riaprire il fermo della porta. Sembrava che non fosse successo nulla... poi di notte ha avuto un incubo in cui rimaneva chiusa nel bagno e da quel momento non è più stata la stessa. Ha improvvisamente smesso di dormire nel suo lettino per il timore di rimanere chiusa nella sua camera, e come può immaginare il timore di stare in spazi ristretti la limita molto nella vita quotidiana. La pediatra ha sempre sminuito il problema dicendo che sarebbe passato da solo, invece sono trascorsi più di 2 anni e la cosa mi pare che a tratti addirittura peggiori. Non è un capriccio ma veri e propri attacchi isterici di panico se la forzo. Come mi devo comportare? Come posso aiutarla? Abbiamo parlato tanto ma non riesce a superarlo. A questo ultimamente si unisce la paura del buio, dell'abbandono e una sorta di frustrazione con pianto disperato ogni volta che deve affrontare qualcosa di nuovo. Come darle fiducia e aiutarla per farla crescere senza fobie? Grazie

Lettera non firmata

Cara mamma, potrebbe essere utile ricostruire l'inizio delle paure focalizzandosi, oltre all'episodio del mare a cui accenna, al contesto relazionale. Ad esempio dice "mentre cambiavo la sorellina": come è stato vissuta la nascita della sorella? Quali cambiamenti nelle relazioni familiari? La paura, come riconosce, "non è un capriccio" e forzarla non l'aiuta ma si può procedere per step graduali concordati. Se, come dice, "la cosa mi pare che a tratti addirittura peggiori", "la limita molto nella vita quotidiana", potrebbe valutare la possibilità di rivolgersi ad un professionista che attivi le risorse genitoriali e aiuti la bambina. Saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Nido si, nido no!

(08.01.2012 - 16:47)

Buongiorno, ho una figlia che ha compiuto da poco 7 mesi. Io ho cominciato a lavorare dalle 8.20 alle 13.20 da circa un mese. Ogni mattina accompagno mia figlia dai miei suoceri che, con grande disposizione d'animo e felicità, mi tengono la bimba fino a quando non vado a riprenderla. Con mio marito, sempre più spesso, mi trovo a confrontarmi/scontrarmi sull'argomento "nido" che dall'inizio di Giugno 2011 (cioè quando la bimba compirà1 anno ed io dovrò lavorare tutto il giorno) io vorrei frequentasse. Non vorrei che la mia bimba frequentasse il nido a tempo pieno, così come non vorrei che la mia bimba frequentasse i nonni a tempo pieno. Ho sentito parlare molto bene di tutti quegli stimoli che un nido è in grado di dare ad un bimbo, stimoli che nemmeno io, con tutti i giocattoli del mondo in casa saprei far arrivare alla piccola. Vorrei inserirla al nido per 3-4 ore al giorno, chiedere poi ai miei suoceri di andarla a prendere per stare altre 3-4 ore con loro e poi riprenderla verso le 18, alla fine del mio orario di lavoro. Non sono però, lo ammetto, solo quei famosi "stimoli in più" che mi portano ad evidenziare la scelta del "nido" ma anche la paura, fondata od infondata che sia, che la piccola non abbia più come riferimento principale me ed il suo papà, ma i nonni che la coccolano a più non posso per ben 8 ore al dì! Vorrei capire se, oggettivamente, l'idea del "nido" possa essere per mia figlia qualcosa di effettivamente valido o solo un mio capriccio.

Lettera non firmata

Cara signora, le domande che si fa sono intelligenti e importanti. È vero quello che dice, il nido offre buoni stimoli al bambino, soprattutto direi una buona spinta all’autonomia, cosa che in casa, soprattutto con i nonni che tendono in genere a imboccare (ad esempio) i bambini fino a età insospettabili, generalmente si fa meno. Ma non posso neanche affermare che bambini che non sono stati al nido e sono cresciuti nei primi tre anni in casa con nonni, genitori o baby sitter abbiano carenze di intelligenza o capacità, ovviamente. Per quanto riguarda la paura che sua figlia sviluppi un grande affetto verso i nonni e questo “scippi” in qualche modo parte dell’affetto verso i genitori è una paura, infondata, che molti genitori hanno. La quantità di affetto e di legami importanti che ognuno di noi ha e può avere è infinita, non è che se vogliamo bene a qualcuno di nuovo togliamo amore per le persone a cui già siamo affezionati, e così è ovviamente anche per i bambini. Permettere a nostro figlio di avere un affetto stretto per i nonni è regalargli la possibilità di avere più figure significative nella sua vita, presente e soprattutto futura. Non so se lei ha avuto un legame particolare con i suoi nonni quando era piccola, io sì, ed è un amore che sempre porterò nel cuore quello verso mio nonno, che mai ho sentito come un sostituto dei miei genitori, ma una persona in più su cui contare, in cui rifugiarmi nei momenti di difficoltà. Io credo che la paura che molte mamme hanno del fatto che stando tutto il giorno con i nonni i figli vogliano più bene a loro che a mamma e papà sia legata al senso di colpa per doverli lasciare tutto il giorno con qualcun altro per motivi di lavoro, ma sono davvero paure infondate. I bambini sanno molto bene distinguere su chi è la mamma e il babbo e chi sono gli altri. La questione secondo me ve la dovete porre, lei e suo marito, in altri termini: il rischio che spesso può esserci nell’affidare tutti i giorni, tutto il giorno i bambini ai nonni è quello dell’impostazione educativa. Se voi genitori per esempio volete dare certi orari e abitudini, per esempio alimentari, a vostra figlia, e i nonni invece tendono a dare alla piccola abitudini molto diverse e contrastanti con le vostre, qui nasce un problema, perché in questo modo rischiate che vostra figlia venga educata e abituata in maniera diversa da come voi avete deciso, e spesso da queste situazioni nascono brutti contrasti tra genitori e nonni, e la scelta del nido va presa in considerazione. Se invece i suoi suoceri sono persone intelligenti e rispettose delle vostre direttive, non vedo controindicazioni nel dar loro la possibilità di accudire vostra figlia tutto il giorno. Infine, la possibilità di offrire a vostra figlia sia mezza giornata al nido sia mezza giornata con i nonni può essere un buon compromesso.

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Ivg per la seconda volta??

(04.01.2012 - 17:11)

Salve Dottoressa, le scrivo perché non riesco a capire il mio stato d'animo in questo particolare momento della mia vita e spero che lei mi possa aiutare...Circa 8 anni fa rimasi incinta del mio ragazzo di allora ma per una serie di motivi ( lui non lavorava, io frequentavo ancora l'università ed inoltre ci conoscevamo da poco ) decidemmo insieme che l'unica soluzione era l'ivg... superai quella brutta esperienza solo con il tempo e tanta forza di volontà, ma ripromisi a me stessa che non l'avrei mai più rifatto...ed invece cara Dottoressa a distanza di anni mi ritrovo nella stessa identica situazione. Ho 35 anni e sono incinta del mio compagno, lui è separato con 2 figli ed io non lavoro inoltre ancora non viviamo insieme. Stavamo progettando il nostro futuro a piccoli passi, prima il mio lavoro che ci avrebbe permesso di fare un mutuo per poter comprare una casa ed incominciare la nostra vita insieme e dopo la gioia di un figlio nostro...un figlio si ma non ora, ora non è il momento...pensavo che alla notizia di una gravidanza io e il mio compagno saremmo stati felici ed invece non è stato così, io vivo male, piango sempre, non riesco ad accettare un cambiamento così radicale nella mia vita, perchè se decido di portare avanti la gravidanza devo rinunciare al lavoro e quindi alla mia indipendenza economica che è fondamentale al giorno d'oggi, se decido di abortire ho paura di non riuscire a superare un secondo aborto, ho paura di non poter avere più figli dopo ed ho paura di perdere per sempre l'occasione di diventare madre, anche perché ho 2 cisti di natura endometriosica nelle ovaie ( almeno così dicono i medici ), inoltre mia madre ed il mio compagno non sanno nulla della mia precedente ivg e non so neanche se dirglielo a questo punto...sono veramente disperata, non so cosa fare, la prego mi aiuti a decidere...vivo male questa gravidanza, litigo sempre con il mio compagno e non è giusto per il bambino che non ha chiesto lui di essere concepito...La ringrazio in anticipo per la risposta che vorrà darmi...

Elisa

Gentile Elisa, comprendo quale sia la disperazione di questo momento, l'esperienza dell'aborto può essere una delle più laceranti per una donna e lei sa di cosa parlo, l'idea di poterla ripetere a distanza di anni deve essere ancora più tremenda. La invito a riflettere sul senso che ha per lei questa gravidanza, considerando la sua storia, la sua età e la relazione che con il suo compagno. Cosa ne pensa lui? E' disposto ad affiancarla in questo viaggio? Sente che lui può essere un punto di riferimento con cui prendere una decisione così importante o si sente sola a dover decidere di un figlio di entrambi? Capisco il suo disagio e le suggerisco di ascoltare cioè che sente davvero, al di là delle reali difficoltà che una gravidanza comporta. Se sentirà di avere la voglia di crescere questo figlio e potrà anche appoggiarsi al suo compagno, questa può diventare un'avventura da vivere in tre. Se il peso di sentirsi sola è troppo forte e ha il senso di non riuscire a farcela, ne parli con il suo ginecologo di fiducia e magari in un consultorio per avere un piccolo supporto in momento tanto delicato. Le difficoltà sicuramente ci sarebbero se decidesse di far nascere il bambino, ma il rischio di abortire nuovamente è che potrebbe avere molti rimpianti e sarebbe impossibile a quel punto tornare indietro. La saluto cordialmente

Dott.ssa V. Scoppio
Psicologa - Roma


Io, mammeta e tu…

(04.01.2012 - 14:03)

Salve, mi chiamo Gianluca (34 anni) dopo 8 anni di fidanzamento con Sara (31 anni), abbiamo avuto una splendida bambina nata in settembre 2011… Sara ed io ci amiamo molto, ma non abbiamo una casa nostra per cui la suocera... mi ha aperto le porte di casa sua per ospitare la piccola nata ed il neo papà. Sara vive in quella casa da sempre, mentre io vivevo per conto mio in affitto. Da sempre mi è stato fato pesare dalla suocera che sono un fallito, non ho un buon lavoro e guadagno solo 1200 euro (altri 500 euro li prendo da locazione su immobile di mia proprietà )... la mia convivenza con Sara e suocera è durata 4 mesi (l'ultimo trimestre di gravidanza di Sara ed il primo mese della piccola nata) poi mi hanno cacciato di casa perché mi considerano irresponsabile, poco di aiuto e profittatore. Preciso che suocera e Sara hanno un'azienda familiare settore ingegneria elettronica e che sono benestanti (Sara è quadro e percepisce un reddito di 3600 euro al mese)... la piccola già da subito è superviziata di giochi e vestitini, la notte mentre Mamma Sara dorme e riposa, la nonna la allatta col biberon e dorme sistematicamente tutte le notti con la piccola sul petto in poltrona. Nel primo mese che ho potuto vivere a stretto contatto con la nuova arrivata non mi è stato permesso neppure un cambio di pannolino, tenerla in braccio oltre i 5, 10, tengo presente inoltre che non viene permesso il riconoscimento legale di padre, perché il primo riconoscimento lo ha fatto Sara, in quanto volevamo il doppio cognome e per ottenerlo il primo riconoscimento va fatto dalla madre, ed il mio riconoscimento successivo deve essere autorizzato con la presenza della madre in comune (ma Lei non viene, trova scuse, intanto il tempo passa e la piccola ha quasi 3 mesi)... aggiungo poi che Sara e la sua famiglia ostacola in tutti i modi la visione della piccola nata ai miei di genitori (l'hanno vista 1 volta sola in ospedale) e che Sara e suocera parlano di fare il battesimo seppur siano presenti palesemente in tutta questa vicenda dei principi poco cristiani. Ho detto a Sara, siccome la amo e Lei ama me (anche se non sembra) che per il bene della piccola dobbiamo vivere per conto nostro, trovare al più presto una casa, essere liberi, la Suocera vede già la piccola tutti i giorni al lavoro (Sara e piccola tutti i pomeriggi sono là)… vorrei sposare Sara ma potrò farlo nel momento in cui la suocera non influenzerà la vita di Sara. Dobbiamo accontentarci di una casa più piccola, ed essere indipendenti. Ma Sara non vuole farlo, perché a casa sua ha tutto, non le manca niente, e non vuole lasciare la sua mamma sola (ha perso in 2 anni marito e mamma 84enne). La suocera mi ha detto in faccia che se Sara viene via con me sarà infelice. Io vivere in quella casa con la suocera non ci riesco... non mi sento libero, né di fare né di gioire, né di crescere nostra figlia, senza tener conto della mancanza di intimità che ogni coppia dovrebbe avere. Non so cosa fare… vedo la piccola poche ore la settimana… non è giusta questa situazione... ho già raccontato la questione ad un avvocato ma sto prendendo tempo anche con lui.

Gianluca

Gentile signore, leggendo tutta la sua storia c'è un aspetto che mi lascia perplessa, lei parla di amore e di matrimonio ma dalla sua lettera colgo principalmente problemi di altro genere legati alla mancanza di stima, di fiducia, di lealtà e di un progetto in comune con la sua compagna. Scusi la franchezza, ma credo che la sua compagna non lascerà la casa materna e lei rischia di vivere aspettando scelte diverse che difficilmente avverranno se restano così le cose. Quello che mi sento di consigliarle è di parlare quanto prima con la sua compagna in modo chiaro della vostra relazione e del ruolo che avete entrambi come genitori, prendendo una decisione comune e definitiva. Comprendo come sia difficile a volte affrontare la situazione e guardare in faccia la realtà ma aspettare che le cose cambino e trascinarsi nell'attesa è molto più doloroso e faticoso. Le faccio un in bocca al lupo. Cordiali saluti

Dott.ssa V. Scoppio
Psicologa - Roma


La mia bimba sembra non riconoscermi come sua mamma!

(17.12.2011 - 18:16)

Buongiorno, sono la mamma di una meravigliosa bimba di 4 mesi. Ho partorito con taglio cesareo e dopo il parto ho avuto molti dolori per tutto il primo mese. Tornati a casa dall'ospedale ho avuto molti problemi con l'allattamento, la piccola stava attaccata al seno anche 2 ore a poppata, paracapezzoli, ragadi ecc, ecc, inoltre io ero costantemente ossessionata dalla paura di perdere il latte. Conseguentemente ero sempre molto stanca e stressata e mio marito mi ha aiutata tanto. Spesso le faceva fare il ruttino, la cambiava e la addormentava. Addirittura nelle prime due settimane a casa lei preferiva dormire con lui che con me, cosa che mi ha fatto soffrire di forte gelosia. Ora che da più di due mesi sono esclusivamente io ad occuparmi di lei mi rendo conto che, forse a causa del fatto che mi sono fatta aiutare da mio marito, lei sembra non riconoscermi come sua mamma. Dorme con chiunque (intendo dire, parenti visti per la prima volta), non mi cerca nemmeno se capita che io sia assente per due ore. Non mostra di essere più felice di vedere me rispetto ad un altro, inoltre quando vede mio marito gli fa dei sorrisi veramente "esclusivi". Penso di avere irrimediabilmente sbagliato qualcosa nei primi giorni e ora sono veramente triste per questa situazione. Invidio le altre mamme che dicono sconsolate che i figli vogliono solo loro e nessun altro, magari fosse così anche per me. Avrei voluto che mia figlia mi riconoscesse come una mamma che la ama e come punto di riferimento indiscusso, ma evidentemente non sono stata capace di trasmetterle il mio amore. Mia madre non mi ha mai abbracciato e baciato e non volevo ripetere i suoi errori, a quanto pare invece ho sbagliato anche io. Esiste la possibilità che i miei timori siano fondati ed eventualmente c'è qualcosa che io possa fare per porre rimedio ai miei errori? Grazie mille.

Lettera non firmata

Cara mamma, dalle sue parole sembra trasparire la preoccupazione di non essere una buona madre ("ho sbagliato", "timori", "errori") e di non essere considerata ("sembra non riconoscermi come sua mamma", "non mi cerca", "non mostra di essere più felice di vedere me rispetto ad un altro"), probabilmente riconducibile ad aspetti di sofferenza nel rapporto con sua madre ("mia madre non mi ha mai abbracciato e baciato"). La relazione con suo marito può essere una risorsa ("mio marito mi ha aiutato tanto") basata sul sostegno reciproco e rassicurante nella relazione con vostra figlia: inizi con l'avere più fiducia nelle sua capacità di madre e, suo marito, potrebbe aiutarla in questo; nel caso continui a sentirsi cosi preoccupata potrebbe valutare di rivolgersi ad un professionista che le offra uno spazio di ascolto al fine di sentirsi più serena e sicura nel rapporto con sua figlia. I migliori auguri.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Gelosia o cos'altro?

(28.11.2011 - 15:27)

Buongiorno dottoressa, sono la mamma di una bambina di 3 anni molto vivace ma altrettanto serena credo. Da un po' di tempo mi trovo in difficoltà con lei soprattutto in presenza di suo papà che tengo a precisare è sempre stato molto presente e affettuoso nei suoi confronti ma diciamolo pure è anche il più rigido fra i due. Diciamo che finché siamo sole tutto ok ma quando arriva il papà tende a cercare solo e unicamente me, nel gioco, nella pulizia della persona, per il vestirsi o nella semplice chiacchierata, o per leggere una fiaba o ottenere una risposta ad una sua semplice domanda. Anzi le dirò di più qualche volta lo "caccia via" dicendo che vuole solo la mamma. Voglio precisare che sia io che mio marito lavoriamo ma lui facendo il poliziotto e lavorando su dei turni, tende a vederla di più di me che invece rientro alla sera. Più volte ho cercato di spiegarle che è un atteggiamento sbagliato, che il papà ne soffre perché le vuole bene e che la mamma nessuno la "porta via" ma non è valso a nulla. Tra l'altro con tutto ciò mi limita veramente anche come persona nello spostamento in casa nelle varie stanze perché ovunque mi segue e non "molla". Vorrei rasserenarla, e vorrei che dimostrasse anche a suo padre tutto l'affetto che ha verso di lui ma non so come aiutarla. Dove sbagliamo ? La ringrazio fin d'ora per la sua gentile risposta.

Lettera non firmata

Cara mamma, riconosce un cambiamento nella relazione tra lei e sua figlia in presenza del padre. Potrebbe esservi utile riflettere sulle differenze nella relazione diadica mamma-figlia ("finché siamo sole tutto ok") e padre-figlia ("molto presente e affettuoso... più rigido") cercando di comprendere cosa succede dal punto di vista della bambina in presenza di entrambi, considerando anche la vostra relazione moglie-marito. L'obiettivo può essere porvi l'uno come base sicura dell'altro e nei confronti di vostra figlia, attuando ad esempio delle azioni insieme per rassicurarla (es. leggerle una fiaba: mamma narratore, papà i personaggi). Se la situazione non si sbloccasse, potrebbe esservi d'aiuto una consulenza di sostegno alla genitorialità con l'obiettivo di stare meglio tutti insieme. Saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Ho partorito e sono triste!

(27.11.2011 - 17:56)

Salve, vado subito al dunque xke sto male e voglio essere aiutata. Ho partorito da 6 mesi una gravidanza stravoluta, da premettere che è stata una gravidanza difficile con tutti e dico tutti i problemi che ci possono essere minacce distacco della placenta coliche renali minacce di parto prematuro ho fatto 6 mesi di ricoveri... io convivo da 5 anni una convivenza voluta da lui xke non vuole sposarsi.. discussioni continue addirittura violente sia in gravidanza che dopo, mi sento depressa sola anche in mezzo alle persone non sono padrona di niente neanche di spendere 10 euro xke dobbiamo risparmiare perche ci sono difficoltà sono sempre sola con la bambina spesso perdo la pazienza e le urlo contro. La amo più della mia vita ma vorrei collaborazione no da mia madre ma da lui, invece alla prima occasione mi accusa mi offende mi umilia mi critica in tutto dice che sono una poco di buono ma no cosi ma nei termini peggiori che sono brutta grassa insomma x lui faccio schifo, da quando ho partorito non si corica più a letto xke non riuscirebbe a dormire con la lucina accesa e poi deve fumare e in camera non può quindi io non ho nessuno a fianco neanche la notte oggi l'ennesima lite e ha deciso d'andare via sto male è il classico padre padrone ma non voglio che vada via voglio che stia a casa che faccia il padre che s'interessi a me che mi coccoli che mi dica preparati che usciamo no che pensa solo a se stesso non ne posso più voglio morire...

Lettera non firmata

Gentile signora, la situazione che sta vivendo è sicuramente molto difficile e dolorosa. Credo che sarebbe indispensabile per lei chiedere aiuto e non farsi sola. Dopo la gravidanza con tutte le complicazioni che ha avuto e il parto, è assolutamente comprensibile che si senta stanca, triste e rancorosa e abbia bisogno di supporto, per sé e per vivere al meglio la sua maternità. Le consiglio di rivolgersi quanto prima ad una struttura della sua città in cui ricevere assistenza e supporto, può informarsi nei consultori o associazioni che quasi gratuitamente forniscono l'aiuto di cui ha bisogno. Può chiedere informazioni a riguardo al suo ginecologo o alla sua Asl. In quel contesto potrà esplorare, se vuole, la sua vita di coppia per comprendere come mai permette ad un uomo di umiliarla e ferirla a tal punto da farle desiderare la morte. Cara signora il regalo più bello che può fare a sé e a sua figlia è cominciare ad amarsi, a rispettarsi e a proteggersi in un momento così delicato della sua vita. Coraggio! Le faccio un grande in bocca al lupo. Cordiali saluti

Dott.ssa V. Scoppio
Psicologa - Roma


Non vuole andare alla scuola materna!

(24.11.2011 - 16:47)

Salve dottoressa, ho 28 anni, una bimba di 3 anni e sono alla mia seconda gravidanza, la mia piccola Gioia ha cominciato a darmi problemi nell'andare a scuola già da un po’ di tempo. Io non riesco a capire se il problema è legato alla gravidanza (lei è contenta che arriverà una sorellina, ha deciso lei anche come chiamarla, io partorirò a fine febbrai e ne manca ancora di tempo...) o se dipende dalla scuola in sé. Ha frequentato il nido nella stessa struttura e non ha mai avuto problemi ad andarci, anzi era contenta, mentre da quando è iniziata la materna è una tragedia. Piange fino a provocarsi il vomito, dice di non volere andare a scuola perché ci sono delle bimbe brutte e io mi sento un mostro a lasciarla a scuola completamente in lacrime. Ho provato a parlarne con la maestra e mi ha risposto che la colpa è mia perché sono incinta. Sono davvero disperata, vorrei capire come comportarmi. Sinceramente sono tentata di ritirarla da scuola e cambiare ambiente, ma non so se sarebbe la scelta giusta. Lei cosa ne pensa? Cosa potrei fare per la mia principessa? La ringrazio moltissimo.

Lettera non firmata

Cara signora, resto perplessa dalle parole della maestra... Spero vivamente che la sua sia solo un’estrema sintesi di un discorso più ampio fatto dalla maestra, perché dire che la bambina piange per colpa sua perché è incinta lo trovo assurdo. Va detto che il concetto di gravidanza per una bambina di tre anni è difficile da comprendere. Spesso i bambini all’idea di avere un fratellino o una sorellina sono felicissimi, e durante l’attesa si mostrano impazienti e contenti, mentre alla nascita del fratellino l’atteggiamento cambia. Questo perché l’idea di avere un fratellino per loro è avere un compagno di giochi, della loro età. E questo ovviamente a loro piace. Salvo poi scoprire che invece di un compagno di giochi, almeno per un annetto avranno per casa un neonato che sottrarrà loro attenzioni, tempo dei genitori, coccole. E lì inizieranno le naturali manifestazioni di gelosia. Quindi pensare che già adesso Gioia pianga all’asilo per “colpa” della gravidanza mi sembra eccessivo. Questa sua opposizione all’asilo può avere però un legame: sente che c’è un cambiamento in arrivo, e il bisogno dei bambini quando sentono perturbazioni del loro equilibrio nell’aria è quello di rimanere vicini alle persone che danno loro stabilità e sicurezza, cioè i genitori, e stare nel luogo che più trasmette loro sicurezza perché più conosciuto, quindi la casa. In questo senso voglio interpretare le parole un po’ maldestre, almeno per come le riporta lei, della maestra. C’è un altro fatto. Verso i tre anni i bambini entrano in una fase in cui iniziano a socializzare maggiormente. E’ vero che al nido stanno comunque in mezzo agli altri, ma è dopo i 3 anni che inizia la socializzazione vera e propria, con le gioie e i dolori che questo comporta. L’asilo diventa il primo ambiente socialmente strutturato dopo la famiglia, in cui ci sono delle regole a cui attenersi, nonché le regole del gruppo, con bambini che possono accettare o meno la presenza degli altri, accoglierli o rifiutarli, competere per un gioco, e tutto questo è molto faticoso e a volte molto lontano dall’immagine idilliaca che noi adulti ci creiamo dell’asilo. Detto questo, io darei ancora tempo alla sua bambina per adattarsi. Cambiarle asilo sarebbe un errore, sia perché la sottoporrebbe ad un cambiamento a poche settimane dal grande cambiamento della nascita della sorellina, sia perché penso si tratti di un problema di adattamento della sua bambina, non di asilo. Ogni bambino ha i suoi tempi, c’è solo da avere pazienza e attendere che accetti la nuova situazione. Senza far sentire a sua figlia incertezze o dubbi da parte sua. Se sua figlia vede che quando la lascia all’asilo lei è in lacrime o indecisa se lasciarla o no, a Gioia arriva il messaggio che neanche lei è convinta di lasciarla in un posto sicuro e accogliente, e quindi sua figlia non si riuscirà a rilassarsi. La accompagni serena, convinta di quello che fa e dia tempo a sua figlia per adattarsi. Ci sono bambini che piangono per tutto il primo anno di asilo, poi improvvisamente fanno il salto di crescita che serve loro e da un giorno all’altro iniziano ad andare tranquilli e felici all’asilo. Cordialmente

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


40 anni e mancanza di istinto materno

(21.11.2011 - 18:07)

Buongiorno, mi chiamo Claudia, ho compiuto i 40 anni il 19.10.2011. Sono felicemente sposata da quasi 18 anni e non ho figli. Il motivo per cui non ho figli non c'è, semplicemente fino allo scorso anno non l'ho mai cercato, e non perché ero troppo assorbita dai miei interessi o da una carriera lavorativa (sono una semplice impiegata) ma proprio perché non ci pensavo neppure. A 39 anni il mio ginecologo mi ha detto che "ormai erano le ultime cartucce" frase abbastanza infelice... e così con mio marito abbiamo provato senza troppa convinzione per qualche mese a vedere se le nostre cartucce fossero "a salve" ed in effetti non sono rimasta incinta. Poco male, abbiamo accantonato la cosa. Adesso a 40 anni compiuti mi sembra di essere di nuovo in quella situazione dove il tempo stringe, ma io non so se voglio un figlio, non mi alzo al mattino con il desiderio di avere un figlio, non mi sento un vuoto dentro... anzi, sono agitata all'idea di avere un rapporto libero da cui potrebbe nascere un figlio. Tante volte penso di fare dei test per verificare se sono o meno fertile con la speranza di non esserlo e di mettermi il cuore in pace, e poter rispondere a chi mi chiede come mai non ho figli, che non posso averne... Mi sembra di essere fuori dal mondo... tutti cercano un figlio, lo scopo del matrimonio è un figlio... se non hai un figlio non sei realizzata, la coppia non è una vera coppia se non ha un figlio... è un ossessione... Io nel tempo libero alleno bambini dai 5 ai 10/11 anni... e ci sono situazioni in cui non li sopporto, e mi domando come facciano i loro genitori a gestirli e non li invidio nemmeno un po’... Se vedo una mamma con un bimbo appena nato non mi passa neanche dall'anticamera del cervello di commuovermi o di desiderarlo... Se qualcuno cerca di mettermi in braccio un neonato mi tiro indietro... Quando il mio nipotino di 3 anni vuole darmi qualcosa con le sue manine tutte sporche e sbavacchiate a me fa… (mi scuso del termine) schifo! Tutto questo mi fa diventare matta, penso in continuazione a qualche motivazione seria che mi faccia dire voglio un figlio... ma penso solo che è tardi e se devo farlo mi devo muovere... e non credo che sia una motivazione seria quella del "presto che è tardi". Qualcuno mi dice anche... poi ti pentirai... bene, potrei anche pentirmi di averlo fatto solo per far contenti tutti. Altri mi dicono... e vedrai che poi quando ce l'hai ti abitui, cambierai idea... e se non la cambio? Un bambino non è mica come un vestito, che se non ti piace lo butti... Scusi il mio sfogo dottoressa, ma ho bisogno di qualcuno che non mi condanni o che mi punti il dito addosso come il moralizzatore delle iene. Bisogna avere per forza l'istinto materno? Io ce l'ho? Sono veramente in ansia… Grazie per il tempo dedicatomi.

Claudia

Cara Claudia, il suo unico problema è di non pensarla come la stragrande maggioranza delle persone. E quando si sente di provare qualcosa di così diverso da quello che viene ritenuto "normale", ci si sente di conseguenza "non normali". Se la maggior parte delle persone non desiderasse un figlio, credo che non le sarebbe neanche passato per l'anticamera del cervello di scrivere questa lettera. Invece tutti si affrettano a ricordarle che manca ancora poco per "mettersi in regola", nemmeno fosse la scadenza del pagamento del Canone Rai. Ma sono profondamente convinta che ognuno di noi abbia il sacrosanto diritto di scegliere quello che sente giusto per sé, ovviamente nel rispetto dell'altro. Quindi lei ha il sacrosanto diritto di non volere un figlio. Non si allarmi troppo, non è né la prima né l'unica a non volerne, ci sono diverse coppie che per scelta non hanno figli. Il punto non è sperare che gli altri smettano di cercare di instillare in lei un istinto materno che non c'è. Il punto è concedere a sè stessa il diritto di dire NO senza sentirsi una mosca bianca, sbagliata, una persona che manca di qualcosa. Gli altri continueranno a chiederle ancora per qualche anno (si rallegri, prima o poi arriverà la menopausa a levarla dall'impiccio) cosa aspetta ad avere un figlio, si conceda di rispondere "non ne voglio" senza provare vergogna, senso di colpa, imbarazzo. Credo ci voglia molto più coraggio a dirsi chiaramente che non si vuole un figlio che a farlo perché tutti si aspettano che una lo faccia e poi condannare sia se stesse che il nostro bambino ad una vita di infelicità. Perché un bambino è assolutamente indifeso, la vittima perfetta delle nostre frustrazioni e delle nostre delusioni. Si conceda il diritto di scegliere, senza permettere ad altri di dirle cosa è giusto che lei faccia nella sua vita. Non speri in un problema di infertilità che le levi la responsabilità della scelta. Scegliere è una responsabilità, sì, ma è anche un diritto. E lei questo diritto se lo deve prendere tutto!

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Come posso dirlo ai miei genitori???

(21.11.2011 - 15:17)

Salve, mi chiamo Claudia e ho compiuto da poco 19 anni. Sono fidanzata da un anno, la mia relazione più lunga e più importante. E' successo un mese fa che ci si è rotto il preservativo e non ce ne siamo accorti subito purtroppo. Quando dovevano arrivarmi le mestruazioni, non sono arrivate e il test di gravidanza ha confermato che aspetto un bambino. Siamo entrambi giovani e ammetto che abbiamo pensato ad abortire (io ho appena cominciato a lavorare e lui ha l'ultimo anno di scuola) però io non ce la faccio, sogno di diventare mamma da quando ero piccola piccola, sono sempre stata contro a queste cose perché non le ritengo giuste. Il problema è dirlo ai miei genitori...loro si sono sposati molto giovani perché poco dopo essersi conosciuti mia mamma è rimasta incinta e per questo ogni tanto penso che mi capirebbero anche se sarebbe una delusione, ma altre volte ho veramente tanta paura anche perché soprattutto mia mamma è una donna autoritaria e non so come potrà reagire. Mi può dare qualche consiglio?

Claudia

Gentile Claudia, credo che sia molto maturo da parte sua affrontare in questo modo una gravidanza inaspettata nonostante la sua giovane età. Comprendo bene la preoccupazione nel comunicarlo alla sua famiglia, la paura di deluderli e l'incognita della reazione. Credo però che sua madre, avendo vissuto una situazione simile alla sua, dopo il primo momento in cui potrà essere sorpresa e preoccupata, potrà comprendere a fondo come si sente e quello che lei sta vivendo. Non abbia paura a parlarle a cuore aperto, dicendole tutto quello che prova, dalla gioia alla preoccupazione, condividendo con lei i suoi timori e mostrando chiaramente le sue convinzioni. Può confrontarsi con lei chiedendole come reagì alla scoperta di aspettare un bambino e quali furono all'epoca le sue paure, i suoi dubbi, le sue gioie. Chieda ai suoi genitori supporto e sostegno in questo momento così importante, mostrando quanto la loro figlia sia oggi una donna con tanta forza e determinazione ma anche bisognosa della loro presenza amorevole. Cordiali saluti

Dott.ssa V. Scoppio
Psicologa - Roma


Non riesco a scacciare l'idea di avere un secondo figlio

(20.11.2011 - 15:33)

Gentile dottoressa, ho 33 ani, sono sposata da nove e mezzo e ho una figlia di quasi 5 anni. Fino al gennaio scorso, non avevo mai pensato seriamente all'eventualità di avere un secondo figlio, anzi ogni volta mi sentivo svenire alla sola idea e questo perché sinceramente, fra maternità e lavoro (sono maestra di scuola materna), i primi anni di vita di mia figlia mi sono sembrati estremamente faticosi, insomma della serie più fatiche che gioie. Anche fisicamente sono andata giù. Da quando è nata la mia bambina ho sperimentato un po' di tutto: sinusite, gastrite, colite, lombosciatalgia, emorroidi, ansia, depressione, sbalzi d'umore, esaurimento... Mia figlia è una bambina dal carattere ostinato e deciso, capace di far diventare tutto una costante trattativa. Adesso che comincia ad avere quasi 5 anni la cosa va pian piano diminuendo e comunque sta diventando più gestibile, ma resta ugualmente tutta la stanchezza pregressa che non riesco a scacciare. Per questo il desiderio prepotente di un nuovo figlio che a ondate ricorrenti si affaccia dentro di me mi lascia alquanto sorpresa e anche irritata: vorrei riuscire semplicemente a godermi quello che ho adesso, conquistato faticosamente; dare tregua al mio corpo, al mio sistema nervoso; non mettere a repentaglio il lavoro che ci serve per vivere. E' come se questa cosa gridasse dentro di me e volesse essere realizzata a tutti i costi. Razionalmente sono convinta che sia meglio tenermi quello che ho così. Sono anche abbastanza certa che un altro figlio andrebbe a turbare degli equilibri che sono stati raggiunti solo da poco e non senza sforzo. E poi mi domando: perché un altro bambino? Mia figlia sta benissimo anche da sola e non chiede niente del genere; mio marito crede anche lui che sia meglio non rischiare di perdere la tranquillità che cominciamo ad avere, benché si dimostri accogliente verso un'idea simile; il mio lavoro così snervante sarebbe ancora più snervante se a casa la sera trovassi non più una bambina di quasi 5 anni, bensì un bimbo di 12-13 mesi. Insomma, sembrano essere solo contro e niente pro e mi sto convincendo che questo desiderio a ondate sia forse la voce di una mia parte intima, che tutte le donne hanno, che chiede istintivamente di essere assecondata, ma che probabilmente è meglio mettere a tacere, per la paura di ritrovarsi con problemi più grossi. Mi sento spaccata metà: da una parte l'istinto che non mi fa guardare all'oggettività delle cose come sarebbero; dall'altra la voce della ragione, che mi disillude e mi riporta alla realtà. In tutto questo c'è la frustrazione di sentirmi una donna/mamma incapace, perché non me la sento di affrontare ciò che moltissime donne affrontano senza fare tanti drammi. Ho paura che fra 20 anni guarderò indietro e mi pentirò di questa mia debolezza. Sono un'ansiosa e questo mi spinge spesso a seguire la strada pù sicura e più prevedibile, ma alla lunga sento che mi perdo le cose vere della vita. La prego mi dia un suo parere. Cordiali Saluti.

Lettera non firmata

Buongiorno, non so se potrò esserle di aiuto, quello che mi viene da dirle è la prima impressione che ho avuto di fronte alle sue parole. Lei descrive in maniera perfetta la fatica, la stanchezza, la spossatezza che un figlio molto richiedente in termini di energie ed un'organizzazione familiare che non prevede quasi mai pause di riposo (come purtroppo è diventato comune nella stragrande maggioranza delle famiglie oggi) che lei e, immagino, anche suo marito avete vissuto e a tratti tuttora vivete. In questo sento di "rassicurarla" dicendole che quello che prova non è solo suo, ma di tanti genitori oggigiorno. La società è talmente cambiata, in senso negativo per la famiglia, che ci vuole già una buona dose di coraggio a fare il primo figlio, il secondo (per non parlare di eventuali terzi o quarti, etc.) diventa a volte un'avventura massacrante. Pochi asili nido, spesso assenza di nonni, ritmi di lavoro assolutamente incompatibili con una gestione familiare che richiederebbe al contrario tempo, calma, serenità. In tutto questo la scelta di avere un figlio, a seconda delle situazioni di sostegno familiare e sociale, diventa qualcosa o di molto naturale o di molto coraggioso. Io credo che la sua percezione di stanchezza e, mi pare, a tratti di frustrazione siano dovuti solo in parte al suo carattere, magari più ansioso di altri, magari non fornito di dosi enormi di pazienza. Credo che molto del malessere che lei descrive sia anche dovuto ad una rete di sostegno intorno a lei e suo marito che evidentemente, per le vostre necessità, non è sufficiente. Questo vi dà la sensazione di avere un carico familiare, e quindi una stanchezza, molto pesante. Trovo per questi motivi più che lecito chiedersi se assecondare il desiderio prettamente viscerale di avere un figlio sia una buona idea o no, insomma se poi ci si fa o meno a tenere botta. Ma adesso, analizzati gli aspetti organizzativi e concreti, mi lasci dire la prima impressione che ho avuto leggendo la sua lettera: dove sta la pancia? Dove sta l'emozione? Avere un figlio non è solo una questione di organizzazione familiare (anche se per come è strutturata la società oggi ripeto che è fondamentale prendere in seria considerazione tutti gli elementi organizzativi in gioco), è anche un arricchimento emotivo, un'esperienza atavica di realizzazione personale e familiare, è un attribuzione di senso al proprio progetto di vita, un proiettare noi stessi nel futuro, nella vita dopo la nostra morte. Allora il mio è un invito a contattare, accanto alla dimensione della fatica e della stanchezza, anche la dimensione dell'amore che prova per sua figlia, per il significato che avere sua figlia ha avuto nella sua vita e in quella di suo marito, quello che nella sua esistenza crede sia più importante realizzare. Questo non vuol dire che se lei decide di non avere un secondo figlio è un'egoista, ci mancherebbe. Vorrei solo invitarla a valutare tutti gli elementi, perché sento che la stanchezza ha coperto in questo momento della sua vita tutto ciò che sta sotto, le emozioni che stare con sua figlia le suscita. Se deciderà che sua figlia le basta andrà benissimo così, se sente che il suo livello di energia non può concederle l'esperienza di un secondo figlio concentri quella stessa energia, non solo fisica ma anche e soprattutto emotiva nel godersi sua figlia che adesso, passato il periodo più faticoso, può iniziare a farle vivere l'esperienza dell'essere madre con maggiore gratificazione e senso di attaccamento. Se invece la voglia di un secondo figlio continua a bussare alla sua porta, cerchi di affiancare ai lati "negativi" (di fatica, di organizzazione familiare) le emozioni che diventare madre un'altra volta le susciterebbe, il senso di appagamento, di amore, di calore, di realizzazione. Si conceda di contattare dentro di lei anche questa parte, altrimenti stando in contatto solo con la fatica e la frustrazione della vita si perde piano piano il senso di tutto ciò che si fa, se ciò che ci suscita è solo dolore.

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


La mia bambina preferisce lo zio!!!

(20.11.2011 - 03:31)

Salve, ho 35 anni e sono la madre di una bimba stupenda di 18 mesi, ho sempre desiderato una famiglia mia da amare e accudire, provenendo io purtroppo, si da una brava famiglia, ma che non mi ha mai saputo dare l'affetto e le sicurezze di cui ho sempre avuto bisogno. Con mia figlia ho un rapporto splendido, io sono casalinga e dedico tutto il mio tempo a lei cercando di curare tutti quegli aspetti che a me sono mancati rendendomi una persona debole e insicura, quindi la coccolo la valorizzo, la lodo, ma anche la sgrido quando necessario tuttavia non uso mai termini, parole o gesti umilianti. Lei mi contraccambia in pieno, mi adora e desidera sempre la mia presenza, e seppur molto legata anche al padre, anche lui molto affettuoso, preferisce stare in prevalenza con me. È molto socievole anche con gli altri parenti e gioca volentieri con tutti, mostrando sempre una preferenza nei miei confronti, sia con i nonni che gli zii... TRANNE UNO!!!! Lo zio paterno, che è il suo unico parente paterno, riesce a farmi crollare tutte le mie certezze perché si adorano a vicenda!!!!!! Lui non ha famiglia e ha deciso che quando siamo insieme (1 alla settimana o meno) deve fare da "madre" a mia figlia! La vuole accudire lui a tavola (ne è in grado, lavora nel sociale e con i disabili) giocano insieme e pare esistano solo loro due... mia figlia ignora totalmente il padre E ME!!!! Io ne soffro da morire e non riesco a farmene una ragione, non posso impedirle (umanamente) di vedere il suo unico zio ma mi lacero ogni volta che ci vediamo, perché anche se cerco di prenderla, lei mi rifiuta correndo da lui... poi quando torniamo a casa torna normale, e magari piange disperata perché sono al bagno! Perché fa così? Di fronte allo zio non sono più sua madre? Grazie in anticipo.

Una mamma demoralizzata

Cara signora, mi dice che quando non c'è lo zio la sua bambina la guarda come se fosse una divinità! La cerca, vuole sempre stare con lei, piange se va un secondo in bagno... di quante altre rassicurazioni ha bisogno per sentire dentro di sé che sua figlia la adora, le vuole bene e che lei è una brava madre? Dove sta il problema se sua figlia ha un altro affetto, oltre a lei, suo marito e gli altri parenti? Un affetto in più è un arricchimento per sua figlia, come per tutti noi, nessuno sostituisce nessuno. Quando sua figlia sta con lo zio esprime tutta la felicità di poter stare con una persona a cui vuole molto bene. Perché negare a sua figlia questo affetto solo per una sua insicurezza, signora? Nel momento in cui sua figlia mostra tanto affetto per lo zio non sta dicendo che non vuole bene alla madre, ma che oltre alla madre e al padre, adora un'altra persona, che per le sue attitudini ha una grande capacità di stare con i bambini e soprattutto con sua nipote in un rapporto di affetto, confidenza e complicità. Sarà un rapporto speciale negli anni, un affetto e un punto di riferimento su cui anche da grande sua figlia potrà contare. Perché negarle tutto ciò? Lo zio sta semplicemente esprimendo l'affetto per sua figlia, non le sta dicendo che lei non è una brava mamma né sta cercando di sostituirsi a lei. Gode del piacere di stare con la nipotina, trasmettendole amore. Dove sta il problema? Permetta con generosità a sua figlia e allo zio di volersi bene senza sentirsi rifiutata o esclusa, senza far sentire in colpa sua figlia perché si permette di voler bene a qualcun altro oltre che alla mamma. E soprattutto, quando c'è lo zio che è così bravo a prendersi cura di sua figlia, si conceda un po' di tempo per sè stessa, visto che la bambina è in ottime mani e lei, per qualche ora a settimana, può essere sollevata dal costante compito dell'accudimento di sua figlia. Il problema non è sua figlia o lo zio, ma la sua gelosia, signora, e il pretendere che sua figlia non voglia bene a nessun altro per confermarle che lei è una mamma perfetta. Non carichi la sua bambina di queste responsabilità e conceda anche ad altri di godere dell'affetto e della relazione con la sua splendida bambina, non le viene tolto nulla, solo aggiunto altro amore al suo già grande affetto per sua figlia.

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Ho appena partorito e ho voglia di un'altra gravidanza

(16.11.2011 - 22:14)

Salve, sono Marygio, ho partorito da 1 mese ed ho già voglia di un'altra gravidanza, è normale? Per di più ho avuto un taglio cesareo non faccio altro che piangere e sentirmi sola, mi manca il mio bimbo in pancia, mi sento come se lo avessero staccato da me, eppure ce l’ho affianco, dovrei essere felice ed invece mi manca dentro di me non ho voglia di stare con gli altri voglio stare da sola con il mio bimbo perchè sto così male, non voglio stare così male, aspetto vostre notizie perchè sto così e spero mi diate dei consigli per aiutarmi a stare meglio. Arrivederci e a presto

Marygio

Salve, non credo che la soluzione sia un'altra gravidanza. Credo piuttosto che il cesareo che ha subito sia stato da lei vissuto come un evento traumatico, da cui da sola forse fatica non poco a uscire. Chieda aiuto, le ostetriche dove ha partorito le potranno dare il nominativo di un servizio di psicologia della perinatalità che si occupa di dare sostegno in gravidanza e nel post partum. Le manca un vissuto di naturale continuità tra la gravidanza e la nascita del suo bambino, probabilmente dovuto alla modalità non naturale del parto, per cui è come se lei fosse psicologicamente ferma alla gestazione, fa fatica ad accettare che la gravidanza è finita e che suo figlio è nato. Questo le crea anche difficoltà nella creazione di un legame affettivo sereno con il suo piccolo, chieda aiuto senza perdere tempo, si faccia aiutare a ritrovare la serenità necessaria ad affrontare questo periodo. Cordialmente

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Soprannome e problemi di identità

(15.11.2011 - 23:58)

Gentili esperti, avrei bisogno di un Vostro autorevole consiglio su una questione a cui tengo in modo particolare. Sono mamma di un bimbo di 2 anni fortemente voluto e amato. Fin dalla gravidanza, però, ci son stati dei problemi circa la scelta del nome da dare al nostro bambino. I miei suoceri hanno praticamente imposto a mio marito e di conseguenza a me il nome del nonno paterno: Arcangelo. Sin da subito per me è stato difficile accettare questo nome, non mi piace e poi l'imposizione me lo ha reso ancora meno gradito. Così, fin dai primi giorni, ho chiamato per vezzo mio figlio, Tato. Ancora oggi lo chiamo così e così lo chiamano molte persone, mentre molti altri, però, lo chiamano con il nome di battessimo: lui si gira se chiamato indipendentemente con l'uno o l'altro nome e sembra capire che si parla di lui sia che lo si chiami Tato, sia che lo si chiami Arcangelo. La mia domanda è la seguente: questa "doppia"identità potrebbe con il tempo creare al mio bimbo dei problemi di identificazione? Come fargli, eventualmente, capire (anche se così piccolo) che la sua mamma e altri amano chiamarlo Tato ma il suo vero nome è Arcangelo? Come posso spiegargli che alla domanda "come ti chiami?" lui dovrebbe rispondere Arcangelo, se poi io lo chiamo sempre Tato? Certa di una vostra puntuale risposta invio cordiali saluti. Aspetto fiduciosa.

Una mamma fan gi gol

Gentile signora, voglio rassicurarle circa il suo dubbio, da quanto mi ha descritto suo figlio ha compreso bene che il suo nome e il suo soprannome si riferiscono entrambi a lui e non credo proprio che questo possa creargli problemi di identificazione in futuro. È vero però che sarebbe utile aiutare suo figlio a comprendere che il suo vero nome è Arcangelo, mentre Tato è solo un soprannome. Potrebbe provare a chiamarlo alternando Tato e Arcangelo e specificando che lui si chiama Arcangelo; sentendolo ripetere da lei, il suo bambino lo apprenderà per imitazione. Le suggerisco di cominciare fin da ora a fare questo, perché quando comincerà la scuola materna sarà chiamato Arcangelo. La saluto cordialmente

Dott.ssa V. Scoppio
Psicologa - Roma


Ho difficoltà a raggiungere l’orgasmo!

(08.11.2011 - 11:50)

Gent.ssimo dott., mi rendo conto che questo è un sito per la maternità, tuttavia le chiedo un parere di natura sessuale. A sua discrezione la risposta. Ho una vita sessuale attiva da qualche anno, e ho difficoltà a raggiungere l'orgasmo. Ho chiesto spesso a ginecologi del mio problema, ma le risposte non cambiano e potrebbero essere di natura psicologica, sebbene io non abbia traumi di nessuna natura. Cosa mi consiglia? La ringrazio in anticipo per l'attenzione. Cordiali saluti.

Lettera non firmata

Gentile signora, avrei bisogno di maggiori informazioni per risponderle in modo più specifico, ma provo comunque a fare delle ipotesi. Se i ginecologi consultati le hanno dato tutti la stessa risposta, ossia, da come interpreto dalle sue parole, che non ci sono problemi a livello fisico e fisiologico, è possibile che siano delle difficoltà a livello emotivo e psicologico; questo non significa aver subito traumi. È possibile che ci sia una poca confidenza con il suo partner e che lei abbia bisogno di tempo per creare la giusta intimità o che ci siano difficoltà a lasciarsi andare così profondamente, magari legate alla tematica del controllo. Provi a riflettere se ci sono motivazioni che la portano a "difendersi" in quei momenti. Potrebbe esserle utile fare qualche colloquio con uno psicologo per valutare se ci sono motivazioni legate a qualche disagio o semplicemente constatare che ha bisogno di tempo per creare un clima d'intimità; in questo modo si potrà tranquillizzare e vivere con serenità la sua sessualità. La saluto cordialmente

Dott.ssa V. Scoppio
Psicologa - Roma


Bimbo di 23 mesi che non si vuole cambiare!

(05.11.2011 - 10:01)

Egregi medici, sono la mamma di un bimbo di 23 mesi che da qualche settimana si rifiuta con fermezza di essere toccato durante comuni pratiche quotidiane: nello specifico il momento del cambio, del bagnetto, del vestire, dello svestire, dell'indossare anche il semplice bavetto o un berretto sono diventati impossibili. Come si rende conto che vogliamo lavarlo, cambiarlo, pettinarlo, vestirlo o svestirlo inizia ad urlare, piangere ad opporsi con fermezza. C'è da chiarire che il mese scorso è stato poco bene e si è dovuto sottoporre a diverse visite pediatriche (da lui, chiaramente, non gradite in cui veniva, ovviamente, vestito, svestito, "toccato"). Inoltre, per problemi lavorativi mi sono dovuta trasferire a 600 km da casa e lui è rimasto con il papà vedendo me solo pochi giorni al mese e modificando, di conseguenza, la sua routine quotidiana. La mia domanda è questa: l'atteggiamento del mio bimbo può essere riconducibile a una normale fase di crescita e dunque è comune ad altri bimbi o è più probabile che sia una sua personale risposta alla paura delle visite pediatriche o alla mia assenza e le fasi di sviluppo non c'entrano nulla? Certa di una vostro autorevole consiglio e di un'attenta risposta aspetto fiduciosa. Buon la lavoro.

Una mamma preoccupata

Credo che il comportamento di suo figlio possa essere imputato a due fattori: innanzitutto l'esperienza della visita pediatrica, se è stata vissuta come spiacevole ed invasiva da suo figlio, è comprensibile che provochi almeno nel breve termine una diffidenza nel bambino ad essere nuovamente toccato. L'età di suo figlio poi è quella dell'inizio della fase dei no. Questa fase a volte è caratterizzata da molti capricci e crisi oppositive, in cui il bambino rifiuta qualunque cosa gli venga proposta, perché inizia a crescere e sente di poter iniziare a sperimentarsi in autonomia, dopo che per i primi due anni di vita è stato letteralmente in balìa di chi si occupava di lui. Erano i grandi a decidere dove poteva andare, portandocelo in collo o per mano finché non camminava da solo, così come erano finora i grandi a decidere quando e cosa mangiare, che vestiti mettere, quando spogliarsi e quando vestirsi, quando uscire e quando rientrare, quando dormire e quando svegliarsi. A due anni il bambino, per il fondamentale bisogno psicologico di iniziare a creare la propria identità, staccata dalle figure di riferimento che finora hanno "disposto" di lui come volevano, e questo significa iniziare a sperimentare l'autonomia, dire no, far sentire la propria voce. Una prova generale dell'adolescenza, per capirsi. L'opposizione che suo figlio mostra di fronte al cambiarsi, all'essere spogliato e vestito può rientrare in questo significato di opporsi a ciò che il bambino può vivere come un'imposizione ora che vuole iniziare a provare a decidere lui. Il fatto che si concentri sugli aspetti del corpo può essere legato proprio all'esperienza di cui parlavamo prima della visita pediatrica, o semplicemente il corpo è il mezzo attraverso il quale suo figlio vi sta dicendo che ha bisogno di sperimentare le proprie autonomie. Provate a proporgli le cose, permettendogli di fare piccole scelte (ti vuoi mettere i pantaloni rossi o quelli blu?) che gli diano meno il senso dell'essere senza potere nelle mani di noi adulti. Sembra brutto detto così, ma se proviamo a metterci nei panni dei nostri figli, questo in effetti a quell'età è ciò che vivono: una serie di imposizioni che i grandi decidono per loro chiedendogli anche di non protestare! Quindi dolcezza, pazienza e aspettare che questa fase passi. Più viene frustrato il bisogno del bambino di sperimentare il proprio "potere", più forti saranno le sue forme di protesta, le sue bizze, i suoi capricci. Siate decisi nelle cose che sono importanti e non negoziabili, lasciate un margine di autonomia di decisione a vostro figlio nelle cose dove ritenete che ciò possa essere fatto. Un saluto

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Gelosa della madre di mio marito

(30.10.2011 - 14:13)

Salve, sono alla mia terza gravidanza e tra 20 giorni avrò il terzo cesareo. Il solo pensiero di dovere lasciare le mie bimbe di 4 e 2 anni, soprattutto con mia suocera mi fa stare malissimo. Da quando le mie figlie, specialmente la prima, sono venute al mondo io ho fastidio se stanno con la madre di mio marito e soffro tanto nel vederle insieme, vorrei non provare questo disagio ma non so cosa fare. Anche se so che le bimbe sono le mie ma sono molto infastidita dagli atteggiamenti che lei ha…

Lettera non firmata

Salve, potrebbe esserle utile comprendere l'origine e le motivazioni sottostanti alla gelosia che nutre nei confronti di sua suocera rispetto alle sue figlie al fine di "non provare questo disagio". Innanzitutto potrebbe riflettere se è un'emozione più collegata al rapporto con sua suocera e/o, ad esempio, a una sua insicurezza. Auguri per il nuovo arrivo.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Pessimismo totale!

(13.10.2011 - 15:52)

Buongiorno dottoressa, vorrei un consiglio, ho 28 anni ma un pessimismo totale, ho sempre paura che da un momento all'altro possa succedere qualcosa a un componente della mia famiglia, se sento solo un’ambulanza tremo, penso che sia per i miei cari, non so perché, ma ho sempre queste paure, e poi qualsiasi decisione prendo penso sempre che è la più sbagliata, penso al mio futuro pieno di preoccupazioni e problemi, ho paura di tutto. Cosa mi sta succedendo?

Lettera non firmata

Buongiorno, sembra in uno stato di apprensione e ansia ("paura che possa succede qualcosa" "paura di tutto" "futuro pieno di preoccupazioni e problemi") e potrebbe esserle utile rivolgersi ad un professionista che accolga il suo disagio con l'obiettivo di aiutarla a chiarire "cosa sta succedendo" promuovendo le sue risorse. Saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Mi manca la femminuccia! Non mi sento completa e non riesco a farmene una ragione!

(12.10.2011 - 11:40)

Gentilissimi dottori, mi chiamo Gabriella, ho 37 anni e 3 magnifici bimbi che adoro con tutta me stessa e di cui sono molto orgogliosa ma... e c'è purtroppo un ma: sono tre maschietti e io ho sempre desiderato una femminuccia. Come detto prima io li adoro ma mi sento incompleta e questa sensazione è così forte che non vivo bene. Vorrei con tutta me stessa riprovare con un altra gravidanza per cercare la femminuccia. Per me è come una malattia non riesco a farmene una ragione e mi chiedo come mai. Ci penso in continuazione è diventata una fissazione tanto che stresso continuamente mio marito che al momento e forse per sempre non vuole nemmeno sentire nominare un altro figlio. Infatti ho fatto anche mille ricerche su come influenzare in modo naturale il concepimento di un bimbo del sesso desiderato. Come posso fare per vivere più serenamente? Vi chiedo gentilmente un consiglio e vi ringrazio in anticipo per l'aiuto che vorrete darmi.

Gabriella

Gentile Gabriella, potrebbe esserle utile dedicarsi uno spazio di riflessione per meglio comprendere cosa significhi il "non mi sento completa" legato al desiderio di "una femminuccia". Questo potrebbe aiutarla a superare il "non riesco a farmene una ragione" vivendo cosi più serenamente. Cari saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Mamma di una bimba timida

(10.10.2011 - 16:47)

Gentile dottoressa, sono mamma di una bambina di 4 anni e mezzo è una bambina dolcissima, solare, che gioca con tutti ma a volte quando siamo al parchetto, si isola giocando da sola le maestre mi hanno detto che a volte lo fa anche a scuola (loro non lo vedono come un problema)... lei che ne pensa, dovrei preoccuparmi? Fin da piccola ha rifiutato il ciuccio mettendo purtroppo il dito in bocca, abitudine che non sono mai riuscita a levarle... da sola però ha smesso di mettere il dito in bocca a scuola e in situazioni fuori casa incominciando però a mangiarsi le unghiette (lei dice di averlo imparato a scuola ed effettivamente ho visto diverse sue amichette farlo, io penso che si vergogni) come posso fare per farle perdere questa brutta abitudine? Forse sono solo mie paure perché in lei rivedo le miei insicurezze e fragilità e mi piacerebbe aiutarla a superarle meglio che può... per lo meno al contrario di me anche se è insicura e timida è molto decisa e sa perfettamente quello che vuole. mi ha chiesto di iscriverla a danza e l'ho fatto volentieri pensando che possa aiutarla a superare come dicevo sopra le sue insicurezze, crede sia la scelta giusta? So che non sono grossi problemi, ma volevo chiedere cortesemente un suo consiglio. Grazie mille

Sofia

I bambini hanno estremo bisogno (ma anche noi adulti, se ci pensiamo) di alternare la socializzazione, e cioè la condivisione con altri bambini di giochi e spazi, a momenti di solitudine. Sia perché lo stare in mezzo agli altri bambini non sia sempre quell'Eden che noi adulti vogliamo immaginare - i bambini tra loro possono essere molto prepotenti, mediano le contese con le mani, tendono fino ad una certa età a considerare proprio ogni oggetto, anche quello degli altri, e tutto questo può essere molto faticoso per i bambini da gestire e vivere - sia perchè sono i primi momenti in il bambino costruisce la propria consapevolezza di sè, il proprio spazio psicologico. Lo stare da solo, cioè senza altri bambini, o senza adulti che gli dicono continuamente cosa deve o non deve fare, è per il piccolo lo sperimentare se stesso, le prime prove tecniche di autonomia, fondamentali, che doverosamente noi adulti dobbiamo rispettare. Le maestre dell'asilo le dicono di non preoccuparsi perchè non solo è normale, ma è salutare che ogni bambino ogni tanto si isoli per "ritrovare un po' se stesso", per stare in compagnia di sè, per "assaggiare" la propria interiorità, certo nel modo in cui è capace alla sua età. Infatti in questi momenti di isolamento i bambini giocano, costruiscono delle situazioni, per esempio parlando alle bambole e facendo loro fare delle cose, magari per rivivere, attraverso quel gioco, momenti di interazione vissuti poco prima. La timidezza poi non è sinonimo di insicurezza o fragilità, ma è un tratto innato del temperamento del bambino. Ci sono bambini che nascono estroversi e bambini che nascono introversi. Questi ultimi tenderanno ad essere più timidi, ovvero avranno bisogno di più tempo per "assaggiare" l'ambiente prima di aprirsi agli altri e mostrarsi. Altra cosa è un sentimento di vergogna costante che un bambino, continuamente ripreso e denigrato dai genitori per qualunque cosa ritenuta sbagliata o non adeguata che fa, può vivere sentendosi costantemente "sbagliato" e sotto gli occhi di tutti. Un atteggiamento educativo che stimoli il senso di vergogna costante nel bambino, quello sì che è qualcosa di deleterio e fortemente doloroso per un bambino, perché lo sottopone al dramma di vivere con l'idea che tutti stiano lì sempre a guardarlo per vedere quando sbaglierà. Ecco allora che stare in mezzo agli altri non provocherà solo un po' di fisiologica e normale timidezza, ma un disagio costante e distruttivo per la costruzione del proprio Sé. Mi descrive una bambina solare, che socializza volentieri con gli altri bambini, non mi pare che mostri nessun segno di disagio particolare. Mangiarsi le unghie può darsi che sia diventato un sostituto del dito in bocca. Se è vero da una parte che il dito in bocca non è esattamente un toccasana per un buon sviluppo della bocca e del palato, è pur vero che in situazioni in cui i bambini sono fuori casa o a scuola (cioè in cui sono fuori da casa, il luogo che dà loro rassicurazione e senso di protezione totale) spesso hanno bisogno di comportamenti di contenimento che li rassicurino, come appunto il dito in bocca. Provi se vuole a proporle qualcos'altro che non sia il mangiarsi le unghie, ma riconoscendo il suo bisogno di fare un gesto che la rassicuri, senza farla vergognare per quello che fa. Non mescoli le sue insicurezze con quelle di sua figlia, come dice lei stessa siete molto diverse, e quindi probabilmente gli stessi comportamenti in lei bambina e in sua figlia hanno significati diversi. La iscriva pure a danza, ma per proporre a sua figlia qualcosa che la diverta, che le faccia piacere fare, senza ansie da prestazione, né senza l'intenzione di curarle insicurezze patologiche che non ci sono. Cordiali saluti

Dott.ssa N. Massoli
Psicologa - Firenze


Si ciuccia il ditino

(10.10.2011 - 13:43)

Gent.ma d.ssa, Le chiedo un consiglio su un "problema" che mi sta molto a cuore, il mio piccolo Daniele di 3 anni e mezzo si succhia il ditino, lo fa con una forte frequenza e soprattutto per buona parte della notte. Ho letto che questo modo di fare potrebbe essere indice di un problema emotivo. A parte i danni al palato, di cui certamente mi preoccupo, sono spaventata dall'idea che possa avere una radice altrove; premetto che l'ho allattato fino a circa un anno e il distacco non è stato traumatico (per lui), è un bimbo allegro, socievole, un uragano a dire il vero, talvolta irruento ma soprattutto di una sensibilità talvolta disarmante. Ho un altro bimbo di 7 anni e mezzo che aveva lo stesso vizio che ha lasciato da solo intorno ai due anni e mezzo e che però ho allattato fino a due anni. So che ogni bimbo è un mondo a sè, per cui non mi fondo sul confronto, ma sono preoccupata che Daniele possa nascondere qualche disagio, soprattutto perché io lavoro. Sto cercando di coccolarlo di più e di capire se qualcosa non va, anche perché appena si avvicina a me è automatico lasciare ciò che sta facendo e ficcare "ditino in bocca e manina sulla tetta"... come dice lui. Come fare a capire qual è il vero problema e soprattutto togliere questo vizio? Grazie mille e scusi se mi sono dilungata. Saluti

Cristina

Gentile Cristina, immagino la sua preoccupazione da mamma, vorrei però tranquillizzarla. Il succhiare il ditino è un atteggiamento che i bambini hanno per "autoconsolarsi", è un modo con cui si tranquillizzano. È possibile che soprattutto durante la notte, in particolare se dorme nella sua cameretta, possa avere qualche piccola paura, come è normale che sia. Trovare conforto e calmarsi in un'attività rilassante, può contribuire a ridurre la sua ansia. Le suggerisco, a questo proposito, di trovare con lui un pupazzo o un oggetto che gli piace e lo rasserena che può essere il suo "calmante" esterno (al posto del dito), può dargli un pochino di latte caldo e creare con lui dei riti soprattutto per la nanna, come ad esempio, delle canzoncine, una storia e un po' di coccole, in modo che si senta al sicuro e sereno. Vedrà che piano piano il suo bambino si rasserenerà e abbandonerà spontaneamente il ditino. Se questo non dovesse avvenire da qui ad un anno ne può parlare con il suo pediatra di fiducia per vedere se ci sono cause di altro genere. La saluto cordialmente

Dott.ssa V. Scoppio
Psicologa - Roma


Trauma da abbandono

(24.09.2011 - 23:39)

Buonasera, sono una musicista e per lavoro sono costretta a spostarmi spesso anche all'estero. Fino ad ora ho sempre portato con me mia figlia di 15 mesi che allatto ancora. Nel mese di novembre però dovrò fare un tour di 8 giorni in Spagna con degli spostamenti grandissimi e ritmi terribilmente faticosi persino per un adulto e dovrò lasciarla a casa con il padre. Sono molto combattuta perché temo che per la mia piccola possa essere un trauma... lei è abituata a stare senza di me con i nonni o con il papà anche fino a tarda sera ma di notte non ci siamo mai lasciate. L'ultima cosa che farei è minare la sua serenità Vorrei il parere di un esperto. Grazie infinite

Lettera non firmata

Cara mamma, con i limiti intrinseci di una consulenza online le fornisco qualche spunto di riflessione. Dice "di notte non ci siamo mai lasciate" con cui sembra manifestare una difficoltà alla separazione (forse anche da parte sua e non solo della bambina). Sua figlia non sarà sola: "dovrò lasciarla a casa con il padre"; potrebbe essere utile trasmettere fiducia nei confronti dell'altra figura di riferimento, ovvero il papà che si prenderà cura di lei ("è abituata a stare senza di me con i nonni o con il papà"), rassicurandola del suo ritorno. Saluti.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


Quando comunicarle l'arrivo di un fratellino?!

(23.09.2011 - 16:05)

Buongiorno, ho una bimba di 2 anni e mezzo e sono al quinto mese di gravidanza. La mia ginecologa tempo fa mi aveva suggerito di non dire a mia figlia che avevo un bimbo/a nella pancia trattandosi di un'immagine troppo forte e considerato che continuavo a vomitare. Ora sto bene e vorrei condividere con mia figlia (che ha già intuito cambiamenti ed è ancora più attaccata a me) che nella pancia della mamma c'è il/la suo/a futuro/a fratellino/sorellina. Cosa mi suggerisce? Devo ancora attendere o posso spiegare alla bimba la situazione? Grazie e cordiali saluti.

Lettera non firmata

Buongiorno, generalmente con i bambini piccoli è preferibile attendere il cambio silhoutte della mamma per la rivelazione. Se sua figlia "ha già intuito cambiamenti" probabilmente è giunto il momento di comunicarle l'arrivo del/la fratellino/sorellina rassicurandola sul fatto che avrà l'amore sempre. I migliori auguri.

Dott.ssa A. De Filippo
Psicologa - Sesto San Giovanni (Mi)


      

Leggi le altre risposte ->

      

             

        

Clicca qui per inviare la tua domanda 

      

 

 

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Bologna n. 7707 del 27.10.2006

Direttore Responsabile: Marco Fasolino

© Copyright Fabanet Communication s.r.l. 2000-2010